31 maggio, 2012

Dario Napoli e la sua esperienza americana, in un Paese dove, diversamente dall'Italia, gli artisti sono aiutati e valutati



A proposito di Dario Napoli, di cui solo pochi giorni fa recensivamo il CD Gipsy Bop, sarà utile sapere come sia finita la sua esperienza americana, ve la ricordate? Ricordate che Dario e i suoi Dienne Manouche si trovavano là in tournée? … Dopo aver fatto trascorrere alcuni giorni dal rientro dagli USA, ecco le riflessioni del musicista sul suo tour:


“Davvero un’esperienza memorabile, da così tanti punti di vista. Ho suonato molto, in situazioni davvero eccitanti, incontrato tantissime persone e musicisti interessantissimi, venduto parecchi CD e messo delle basi per opportunità future. Se dovessi scegliere un momento preferito, non c'è dubbio, è l'aver aperto per l'evento teatrale del leggendario John McEuen all'Uptown Theater di Marble Falls, in Texas. È stato uno dei momenti più emozionanti della mia carriera. Parliamo di un artista che ha collaborato con nomi del calibro di Dizzie Gillespie, Bob Dylan, Johnny Cash, Alison Krauss, Linda Ronstadt, John Denver, The Doors, gli Everly Brothers, e la lista continuerebbe. Approfitto per ringraziare il mio caro amico Donnie Price, chitarrista e bassista blues che ha reso possibile l'esperienza. È stato surreale suonare assieme a lui nel backstage preconcerto, e poi condividere il palco per i due pezzi conclusivi dello spettacolo. È stato anche meraviglioso suonare in quel teatro gremito di spettatori attenti, poi generosi nell'acquistare i dischi al termine e curiosi di sapere dei nostri prossimi concerti. Al termine della serata ho anche ricevuto un invito informale a partecipare al Festival Django Reinhardt di Fort Worth di Gennaio, che fungerebbe da perno per una seconda tournée dove mi riproporrei agli showroom di Los Angeles (Alvas, Truetone), alla Gruene Hall di New Braunfels e, stavolta in prima serata, al teatro di Marble Falls, con la possibilità di registrare un DVD dal vivo...
È stato inoltre interessante osservare il modo diverso di apprezzare la musica, e questo tipo di musica, da parte del pubblico statunitense; è evidente che il jazz gipsy porta l'ascoltatore in Europa, parte del mondo molto affascinante nell'immaginario americano, e questo scaturisce una partecipazione emotiva più intensa ai nostri spettacoli live. Questo mi motiva a cercare di creare le premesse per poter tornare a suonare negli States più frequentemente.
Mi ha impressionato molto la città di Austin, davvero una città ricca di musica e di musicisti. È consuetudine per un musicista di Austin suonare dai 3 ai 6 spettacoli a settimana, e questo è un miraggio al momento in Italia... la città è moderna, ma non troppo grande ed affollata, ed è piena di giovani che amano godere del bel tempo, degli spazi e dei tanti eventi.
È stato poi davvero un sollievo non dover compilare il “bordero'” al termine dei nostri spettacoli.  In Italia ancora il gestore di un locale, o chiunque vuole ospitare musicisti per eventi dal vivo, deve fornire un foglio di carta (il “bordero'” appunto) per conto della SIAE (Società degli Autori ed Editori) sul quale i musicisti dovranno poi indicare il titolo dei brani suonati e gli autori. Così facendo, per ogni singolo evento, l'organizzatore ha una spesa verso la SIAE ed uno verso i musicisti, cosa che limita notevolmente la possibilità economica di promuovere la musica dal vivo, che in America è contraddistinta da con una cifra unica stabilita ad inizio anno in base a criteri specifici.
In ogni caso, è bene rimanere su toni positivi, dato che per fortuna mi attende un'estate piena di appuntamenti, ad incominciare dal Teatro Signorelli il 2 Giugno e il primo Festival Manouche a Cortona dall'8 al 10 Giugno presso l'Azienda Agricola di Dino Chiaraviglio. Vi aspettiamo numerosi!”.

28 maggio, 2012

Trame di Spettacoli: "Mal bianco", un flusso nebbioso di emozioni



Tre corpi che si muovono dietro ad un tulle bianco, una storia che li lega, anche se apparentemente non la percepiamo. Scappano, si cercano, dipendono gli uni dagli altri, si proteggono per nascondere la realtà meschina e infima. Mal Bianco di Zaches Teatro inizia tutto come un gioco: due mani muovono alcuni pali di ferro su un piccolo ripiano in un meccanismo simile a quello degli scacchi, finché non rimangono sole, illuminate da un solo faro in mezzo ad un buio quasi totale. Vuotata la scena, subentra una figura femminile con una maschera neutra bianca, il cui corpo, come se fosse intrappolato ad un lungo bastone, lo fa vivere e muovere su di sé. Sempre più vicini alla deformazione totale, due dei personaggi si trasformano in animali: le enormi maschere dotate di becco ci fanno intuire che sono pellicani. I tre, tolte le maschere che li coprivano, tornano ad unirsi in una danza caotica, come se sfruttassero tutte le proprie forze per non farsi catturare dalla morte. Morte che si presenta alla fine attraverso una processione di ombre che passeggiano in fila indiana: immagine che rimanda a Cecità di Saramago. In mezzo a tutto questo altre visioni, che non possono fare a meno di coinvolgerti e immergerti in un vortice di emozioni. Neanche un monologo, un dialogo, ma le parole non servono per descrivere quel senso di vuoto, di assenza, di mancanza che l’atmosfera crea. Le musiche contribuiscono a tale sensazione, seguendo gli attori in ogni loro passo, spingendoli a prendere alcune “strade” invece che altre, movendoli in una danza inquietante. Una tremenda angoscia anima i nostri tre performers (Luana Gramegna, Enrica Zampetti e Gianluca Gabriele), che dimostrano una maestria assoluta nell’abbinare tecnica ed espressività. 45 minuti volano e ti spingono ad indagare sulle altre tappe del progetto della compagnia Trilogia della visione, di cui lo spettacolo fa parte.

Sara Bonci

25 maggio, 2012

“Gypsy Bop”, i caldi e “nostalgici” ritmi dei Dienne Manouche



Ritmi caldi e brillanti sono quelli che contraddistinguono “Gypsy Bop”, cd del gruppo “Dienne Manouche”, inciso nel 2011. Dario Napoli alla “Lead guitar”, Emile Requin alla “Rhytym Guitar” e Bozorious ai “Double Bass-piccolo reso-bass”, danno vita a un vivace dialogo concertistico, a un “divertimento” che diverte ascoltare. Si comincia dai primi due brani: “A night in Tunisia” e “Hungaria”, in cui, già dai titoli, si capisce che si ascolterà ritmi di altre culture, e, in parte, è proprio così, perché ascoltando questi primi due pezzi ci sembra di essere catapultati in mondi musicali diversi- anche se permane sempre il tocco originale dei Dienne Manouche, che oscilla tra il Jazz melodico e il Blues. Si continua con questi caldi ritmi, passando per “Mondello beach”, una traccia anche questa molto dinamica e danzante, una traccia che ha in sé un ché di nostalgico, un’allegria che ci riconduce direttamente all’età dell’oro degli anni ’50. In effetti, come dicevo prima, sembra che per questo gruppo il Jazz melodico non sia finito, ma che, anzi, debba continuare a resistere e divertire sempre, come una volta- va comunque specificato che la musica dei “Dienne Manouche” ha un sapore nuovo, che supera quello del Jazz melodico, alimentandolo di caldi toni, delle volte presi in prestito dalla musica sud-americana (in effetti, la loro musica si carica, delle volte, di una certa forza sensuale, tipica della musica popolare argentina).
Andando avanti con i pezzi del cd arriviamo alle ultime tracce: numero 11 “J’attendrai” e numero 12 “Nuages”, dove si tralasciano i ritmi squisitamente brillanti a favore di qualcosa di più “soft”, lento e lirico, andando così alla ricerca di note più sentimentali. Il sentimento comunque connota tutta la musica del gruppo e si tratta di un sentimento che pare quasi nostalgico, della nostalgia della musica di qualche decennio fa. In effetti, almeno a me, questi pezzi fanno questo effetto: mi trasportano negli anni ‘50, dove posso ascoltare una piacevolissima musica per le mie orecchie e per il mio spirito. Mi piace e mi diverte ascoltarla, e ancora di più quando mi rendo conto che anche chi la suona si diverte.


Stefano Duranti Poccetti

23 maggio, 2012

In un mondo che ha perso le sue icone, diventa icona Belén Rodríguez. La colta ironia di Antonio Matragrano



Icona con Belén Rodrìguez
Dove sono finiti gli Dei? Dove sono finiti i Santi? Dov’è finito Dio? Dove sono finite le vere Icone? Sembra chiedersi questo l’artista Antonio Matragrano, che – nel suo iter “Icone contemporanee” – è costretto a rendere divinità e santi i nostri odierni vip (dovremmo dire “le nostre odierne vip”, visto che si tratta di protagoniste al femminile), da Belén Rodríguez ad Angelina Jolie. È questa una satira pungente, risultato di una società malata, di un’informazione malata, che pone sul trono chi non se lo merita. “Leoni per agnelli” insomma, leoni che sono posti dalla popolarità su un piedistallo che si regge solo grazie alla popolarità stessa. La popolarità, insomma, è riuscita a rendere Belén Rodríguez una Santa Benedetta, ed è emblematica l’icona di Matragrano che rinchiude la showgirl dentro un velo, ponendole in testa una grande aureola – rappresentativa la “farfallina” dipinta sulla parte bassa dell’opera, simbolo delle recenti vicende che l’hanno vista coinvolta a Sanremo.
Icona con Angelina Jolie
L’aureola della santità tocca anche ad Angelina Jolie, eccola là incoronata in una posa tipicamente fotografica, in cui è evidente il suo tatuaggio sulla spalla- una santa con un tatuaggio?

Icona con la giornalista
Maria Francesca Rotondaro
Per le altre icone l’artista tralascia l’iconologia cristiana a favore di quella pagana, per non dire esotica. Maria Francesca Rotondaro, Amelia Smolinska e Vanessa Apolito, sono rappresentate infatti con una grande corona tondeggiante, tipica dei totem di certe civiltà lontane. Senza comunque voler scendere nei particolari antropologici, quello che interessa è che anche loro sono incoronate, incoronate in modo più profano, ma comunque incoronate, incoronate dalla popolarità –o, se non dalla popolarità, dall’occhio indiscreto dell’osservatore, che le rende quasi degli oggetti.
Tutte donne le protagoniste di queste icone, donne costrette a sopportare il loro peso sociale, la popolarità che gravita sopra di loro. È così allora che avviene una sorta di ribaltamento, dove le incoronate diventano vittima degli incoronatori, arrivando a un punto d’insostenibilità umana, quando una donna non è più vista come una donna, ma come un personaggio, come una maschera da Commedia dell’Arte, ridotta quasi a un oggetto.
Icona con la modella Vanessa Apolito
Icona con l'attrice
Amelia Smolinska
Dal punto di vista tecnico Matragrano fa uso sapientemente della commistione tra fotografia e pittura. Le foto delle “vip” vengono fuori in modo tridimensionale e la geometricità delle forme dell’opera e l’uso del colore oro ci fa pensare alle opere di Klimt e poi, certo, alle antiche icone medievali –con uno sguardo a quelle di scuola russa. Una satira ironica sulla società quella creata da Matragrano tramite le sue icone, in un modo, tra l’altro molto originale, e anche colto.

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Stefano Duranti Poccetti

21 maggio, 2012

Massimo Triolo, l’Artista della matericità



Matericità, questa definirei come parola chiave per identificare il giovane artista aretino Massimo Triolo. Un artista nel vero senso della parola! Un’artista a tutto tondo che si dedica alla poesia e al disegno e in entrambe queste attività possiamo parlare di lui, come all’inizio accennavo, di “artista materico”. La sua scrittura poetica è proprio così: talmente forte che ci sembra poterla toccare; talmente forte che sembra fisicamente toccarci; nonostante la sua complessità è creatrice e evocatrice d’immagini e, delle volte, arriva all’ermetismo. Triolo ha già pubblicato diversi libri, ma in questa sede ne prenderò in esame uno in particolare: “In ritardo sulla scena” (Edizioni Akkuaria 2012), disponibile alla libreria Feltrinelli di Arezzo e prossimamente anche alla Mondatori di Corso Italia, in cui le diverse poesie diventano protagoniste di quel palco su cui “sono arrivate in ritardo”: non hanno fatto in tempo a trasformarsi in personaggi, sono rimaste evocazioni narratologiche. “Cosa fai qui in ritardo sulla scena?/ M’invento una via, dove muore la scena./ Cosa speri vicino al rosso sipario?/ Mi nascondo dietro al rosso del sipario,/ e spero che non si ripeta/ l’amaro della scena.”: qualche verso proprio dalla poesia “in ritardo sulla scena” – non voglio scriverla completamente per non togliere al lettore la curiosità – e solo da queste poche parole ci si rende conto di quella caratteristica di cui parlavo prima: la matericità di Triolo e la sua carnalità. Evidente è il senso tattile che emerge dalla lettura di queste opere, accompagnato da un cosmico concetto di universalità (emblematico in altre liriche), a cui il poeta giunge grazie alla sua grande cultura, alla sua accurata attenzione per gli eventi del mondo, e tramite questa amalgamazione universale si arriva a un risultato: al non senso. Trapela infatti sempre un carattere ansioso, melanconico, segreto, ambiguo, dietro le parole di Triolo. 

Paesaggio nordico
Si sente come qualcosa d’inafferrabile, d’incerto, quell’incertezza che rende le poesie dello scrittore così interessanti. Grande passione dell’artista è anche la musica e non è un caso che nel libro ci sia anche una poesia dedicata ai Pink Floyd: si tratta di una riscrittura in chiave poetica di “The Wall” – “The Wall” rivisitato (omaggio in versi, ai Pink Floyd) - , divisa con attenzione scena per scena. Qui Triolo spiega con Arte il significato personale che attribuisce a questo caposaldo musicale, riuscendo ad andare in profondità arrivando a una interiorizzazione completa – non voglio svelare più di tanto al lettore.
Trascendenza
Anche i disegni dell’artista hanno quella caratteristica tanto ribadita nel corso della recensione. Avete capito di cosa si tratta? Della matericità, certo! Sono disegni in bianco e nero quelli di Triolo, disegni di volti, di paesaggi, d’immagini oniriche, ritratti di personaggi famosi… a cui il Triolo disegnatore non crea soltanto una forma esteriore, ma anche e soprattutto un’anima. Anche in questo caso è notevole la capacità d’interiorizzare un’immagine e di riportarla su un foglio bianco in modo tanto personale e in un modo tanto forte emotivamente. Sono disegni in cui bianco e nero sembrano a tratti in contrasto, a tratti solidali tra loro; sono un bene e male che si scontrano e che si incontrano, giungendo alla fine a qualcosa di altro: all’ “Oltre”, al senso universale che li lega, positivamente o no, indissolubilmente.
Omaggio a Sergio Leone
Triolo è sicuramente un Artista da valutare, le sue opere letterarie meritano di essere lette e i suoi disegni meritano di essere visti. Emerge una grande capacità formale affiancata a una grande sensibilità e attenzione per le profondità interiori delle persone e delle cose: una grande attenzione per l’Universo.


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Stefano Duranti Poccetti 

19 maggio, 2012

“TO ROME WITH LOVE”, il peggiore film di Woody Allen!



TO ROME WITH LOVE    ITALIA/USA/SPAGNA  2012  111'  COLORE

REGIA : WOODY ALLEN

INTERPRETI :  WOODY ALLEN, ALEC BALDWIN, ROBERTO BENIGNI, PENELOPE CRUZ, JUDY DAVIS, JESSE EISENBERG, GRETA GERWIG, ELLEN PAGE, ALESSANDRA MASTRONARDI, ALESSANDRO TIBERI

Quattro episodi ambientati nella Città Eterna: sotto l'inquietante sguardo di un onnipresente architetto (Baldwin), il menager di una coppia di studenti americani viene sconvolto dall'arrivo di un'eccentrica aspirante attrice (Page), amica di lei; giovani sposini, venuti dal Friuli in cerca di un'opportunità di lavoro, finiscono col tradirsi a vicenda: lui perderà la verginità tra le braccia di una prostituta (Cruz), lei finirà a letto con un topo d'appartamento (Scamarcio) dopo essersi smarrita per le strade di Roma; uno strampalato regista teatrale (Allen) scopre nel futuro consuocero (che gestisce un'impresa di pompe funebri) un talento naturale della lirica, l'unico problema è che costui riesce a cantar bene soltanto sotto la doccia; un tranquillo impiegatuccio (Benigni) diventa famoso all'improvviso, senza capirne le ragioni... non durerà.

Uno dei peggiori film dell'intera carriera di Woody, una cartolina romana futile e vacua (e sì che il titolo del film dovrebbe già mettere in guardia gli sventurati spettatori: d'accordo per l'omaggio alla Roma della dolce vita che fu, ma qui si esagera... gli unici soddisfatti saranno gli operatori turistici, per i quali il film  costituirà un -costosissimo- promo sulle meraviglie della capitale) dove a lasciare sconcertati è soprattutto l'imbarazzante pochezza della sceneggiatura (mai ascoltati dialoghi così fiacchi), solitamente uno dei punti di forza della produzione del regista.
Si comincia subito male, con l'imperdonabile scelta di "VOLARE/NEL BLU DIPINTO DI BLU" come accompagnamento sonoro ai titoli di testa: per carità, nulla in contrario nei confronti della canzone di Modugno, ma per un'Italia reduce dal ventennio berlusconiano e quindi con una reputazione internazionale ai minimi storici (da "stato libero di Bananas", per dirla alla Woody:  vanificati decenni di tentativi di affrancamento dai classici clichés italici), cominciare un film per Roma e su Roma con il brano italiano più stereotipato che ci sia, è veramente un colpo basso che fa torto alla grandezza intellettuale di Allen... se ci si mette anche lui, ad alimentare il "pizza-spago-mandolinismo" imperante, allora siamo proprio fregati... e purtroppo non si tratta dell'unico elemento di conferma agli stereotipi sull'Italia presente nel film: come non notare l'improponibile abbigliamento stile emigranti anni '40 dei due sposini friulani, semplicemente ridicolo; per non parlare poi del personaggio della moglie dell'impresario di pompe funebri, "tipica" (?) donna italica sudista tutta cucina e arretratezza culturale o, tanto per restare in tema musicale, dell'ossessivo refrain fisarmonicistico di "ARRIVEDERCI ROMA" che accompagna l'episodio degli studenti americani... ma siamo davvero così, mr. Allen?


Nessuno dei singoli episodi riesce ad emergere da una generale mediocrità, degna dell'attuale commedia all'italiana, e ho detto tutto: se non conoscessimo il nome del regista, davvero potremmo scambiare questo film per il tipico prodotto italico medio(cre) di questi anni (e non mi riferisco ai "cinepanettoni" né alle "vanzinate", ma alla commedia che vorrebbe considerarsi un po' più autorevole e ambiziosa, alla Ozpetek, tanto per intenderci), ossia il classico filmetto appena passabile del quale non ci ricordiamo più nulla appena usciti dalla sala, dato che scivola via con la stessa rapida nonchalance di una bella cagata (chiedo scusa). Se l'episodio degli sposi novelli è un dichiarato (ancorché pallidissimo) omaggio al Fellini esordiente de "LO SCEICCO BIANCO" ( come dire: Woody chiama...ma Fellini non risponde!), la situazione non migliora con le altre storie: noiosa e già vista la tresca tra lo studentello perbene e l'attricetta pazzoide, una specie di autocitazione alleniana ma in tono minore dall'ottimo "ANYTHING ELSE" del 2003, con la coppia Jason Biggs/ Christina Ricci che dà paga e interessi al duo Eisenberg/Page (veramente impietoso il confronto tra la luciferina ambiguità femminea dell' "Amanda" di Christina e la scialba "Monica" della Page, siamo proprio ad anni luce di distanza!); surreale ma alla lunga debole e ripetitivo (anche se un paio di risate le strappa) l'exploit del tenore "beccamorto", durante il quale nemmeno la presenza di Woody riesce ad accendere un po' la situazione; assolutamente insipido e inconsistente, infine, il quadretto benignesco dall'andamento ellittico (non ci viene spiegato niente, la vicenda parte e si spegne nel mistero), che pure poteva rivelarsi l'episodio più interessante visto il tema di fondo che lo caratterizzava, quantomai attuale e stimolante ( quali meccanismi portano ad eleggere come modello per le masse un individuo senza qualità?), se soltanto Allen avesse puntato di più sulla sostanza invece che sulla presenza del comico toscano.
Già, a proposito: grandissime aspettative erano state riposte nel sodalizio Allen/Benigni, un connubio che sulla carta prometteva meraviglie e che invece si è rivelato un fiasco completo, con un Benigni mai in parte - più spaesato del personaggio che interpreta-, penalizzato da una sceneggiatura che gli ha imposto un' inusuale misura e asciuttezza, lontano dai consueti istrionismi buffoneschi che gli servono per mascherare e compensare le sue evidenti carenze attoriali di fondo...davvero sprecato!
Comincia a mostrare segni di usura pure il consueto fuoco di fila di battute su sesso/politica/morte, e non può certo bastare un frescone nudo che canta "I pagliacci" rinchiuso in una cabina da doccia, nel bel mezzo di un palco teatrale (con tanto di serissimo pubblico all'ascolto), a giustificare la visione di un'opera francamente indifendibile, involuta e regressiva.
Il film viene chiuso dallo stesso personaggio che introduce le storie, un viglie urbano, il quale annuncia solennemente che in futuro racconterà altri aneddoti romani: una promessa o una minaccia?

Parata di pura prassi (produttiva) per vari volti noti del nostro cinema, tra vecchie glorie e giovani rampanti: Giuliano Gemma, Ornella Muti, Lina Sastri, Riccardo Scamarcio, Donatella Finocchiaro, Antonio Albanese (forse il cammeo migliore), Gian Marco Tognazzi...

Francesco Vignaroli

17 maggio, 2012

SPAZIOSEME, un nuovo luogo per l’Arte



Da gennaio di quest'anno un nuovo seme è stato piantato in barba al rigido inverno della presunta crisi.
Francesco Botti (attore, regista e scrittore), Gianni Bruschi (attore e cantante), Leonardo Lambruschini (attore specializzato in teatro fisico e di movimento) e Francesca Bassani hanno dato vita allo SPAZIOSEME – arti in movimento.
Lo SPAZIOSEME è un luogo, come appare nella locandina, dove creare eventi, workshop e occasioni di ricerca espressiva con professionisti nazionali ed internazionali.
Ho chiesto a Francesco Botti di spiegare come nasce questo progetto in una realtà come Arezzo:

“Nasce dall'esigenza di un nuovo spazio professionale per le arti sceniche: uno spazio nel territorio con un respiro internazionale oltre che nazionale.
Fondamentale è la collaborazione con l'Accademia dell'Arte di Arezzo dove Gianni Bruschi è docente e direttore del programma di Danza e dove anch'io concorro insegnando interpretazione.
Il gruppo di SPAZIOSEME si avvale di artisti come Carlos Ujhama favoloso esponente dell'Afrossà  (danza Afrobrasiliana), Claudia Schnurer, danzatrice, responsabile del settore attori dell'Accademia dell'Arte di Villa Godiola.
Uno spazio che si dedica alle arti del movimento in senso artistico ma anche come arti superiori e inferiori che si muovono.
Tutti i corsi che SPAZIOSEME ospita hanno a che fare con il movimento: Contact Improvisation, Danza AfroBrasiliana, Teatro per bambini, adolescenti e adulti, senza dimenticare il corso di Capoeira tenuto da Nicola Scapecchi.
Il teatro è un'arte di resistenza, in tempi di magro raccolto occorre seminare senza farsi prendere dalla paura di andare avanti e sostenere con più fervore e impegno il proprio lavoro; per fare questo servono degli spazi, più spazi ci sono più è alta la qualità da proporre al pubblico, perché il teatro ha bisogno di pubblico per vivere.
Crediamo di avere tantissimo da raccontare, per noi Arezzo è un crocevia al centro dell'Italia stimolante e interessante dove portare le nostre esperienze; amo tenere delle lezioni perché sono un'opportunità di crescita e di scambio per me e per chi partecipa.
Lo SPAZIOSEME non è una scuola di teatro, è un luogo d'incontro e di partecipazione diretta”.

In questi cinque mesi le attività dello SPAZIOSEME sono state in pieno movimento.
Nelle sue bellissime sale si sono alternati laboratori con maestri come Mitsuru Sasaki, Leilani Weis, e Kevin Crawford, musica dal vivo con il Quartetto Euphoria, corsi e seminari.
Il seme del coraggio di questa nuova iniziativa artistica e imprenditoriale ha messo salde radici.

Tutte le informazioni le trovate su: www.spazioseme.com


Michele Squillace


Sara Lovari e Valerio Bucaletti, i pittori della “Storia”




Aggirandosi per le sale di Palazzo Ferretti, a Cortona, posso ammirare dei dipinti che vedono come soggetti degli oggetti, oggetti che stanno passando- o che sono già passati- in disuso, ed è per questo che acquistano una dimensione storica; poi mi giro, e vedo altri dipinti dove vengono rappresentate delle scene di massa, delle vere e proprie battaglie, in cui, anche qui, riaffiora, anche se in modo diverso, la dimensione storicistica. Ecco, forse è proprio questo che accomuna la pittura di Sara Lovari a quella di Valerio Bucaletti, esposti insieme in queste sale: il senso della dimensione storicistica. Ma andiamo per ordine:
Sara Lovari
Sara Lovari è una giovane pittrice di Poppi, ma vanta già prestigiose mostre in territori stranieri; molto varia la sua carriera e il carattere della sua pittura, non solo nell’arco del tempo si è voluto, ma ha subito veramente delle grandi variazioni. Nonostante questo la storia autobiografica non si dimentica e gli elementi permangono, seppur nascosti. In queste sale della Lovari troviamo dipinte moka, macchine da scrivere Olivetti, vecchi telefoni… sono oggetti che non sono lì per un fine decorativo, ma sono lì per parlarci, per evocare in noi emozioni. I colori sfumati e spenti ci esprimono qualcosa di melanconico e ci fanno ripensare alle nature morte di Morandi (anche quelle della pittrice casentinese sono nature morte, ma lei preferisce dargli il nome di “oggettistica”), e riaffiora veramente un’aria nostalgica, un’aria di non ritorno, un’aria di “storia”, storia che se n’è andata. Chi conosce il percorso della Lovari sa anche che l’artista ha attraversato un “periodo giapponese”, in cui il tema del Giappone era protagonista delle sue tele, ed è possibile ravvisare, in queste nuove opere, una vicinanza con la filosofia nipponica, quella filosofia – di cui ci parla anche Zeami, storico attore del Teatro Nō- che porta una persona all’identificazione con l’oggetto stesso, arrivando alla personificazione dell’oggetto, ed è proprio per questo che si può attribuire a queste moka, a queste macchine da scrivere, a questi telefoni… -tra l’altro dipinti con grande sapienza formale, sapendo anche in certi casi creare collage di vecchi giornali con oggetti dipinti- una vera e propria anima, anima che ci parla di una storia nostalgica.
Valerio Bucaletti
Valerio Bucaletti ha un’esperienza decennale. È nato a Cortona e anche lui vanta importanti mostre nazionali e internazionali. Per lui la storia assume connotati diversi da quelli di cui abbiamo parlato. Sono le scene di massa quelle che interessano, perlopiù, al pittore, e soprattutto le scene di battaglie, antiche battaglie storiche o mitologiche. Ma Bucaletti non si limita a riproporre una minuziosa ricostruzione degli avvicendamenti, ma ci dà la sua idea, il suo punto di vista su quelle vicende, e un punto di vista non solo esteriore e formale, ma anche, e soprattutto, interiore. I dipinti di Bucaletti sono come sogni e accanto alla realtà appaiono elementi onirici e, perché no?, ludici- come la scacchiera, molto presente nelle sue opere. C’è grande abilità dell’artista nell’affrontare questa unione, unione che non risulta mai pesante, ma anzi, sempre “leggera”- nel senso calviniano del termine, talmente leggera questi dipinti “volano via”, volano via come sogni che si perdono nella storia. Bucaletti non è solo il pittore delle battaglie, in cui s’intravede lo studio di Paolo Uccello, ma anche quello dei paesaggi, dove si nota, anche qui, la stilizzazione onirica del pittore toscano, e anche un’attenzione miniaturistica – e per i grandi spazi – tipica dei fiamminghi, di cui però Bucaletti rifiuta i colori cupi e misteriosi, a favore di toni vivaci e allegri.
Valerio Bucaletti
Sono entrambi due pittori, Sara Lovari e Valerio Bucaletti, dotati di ottima sapienza formale e provveduti d’idee che rendono la loro Arte originale e non scontata. Inoltre, questa è la cosa forse più banale, ma sicuramente, almeno per me, la più importante, i loro quadri ci comunicano emozioni e non ci lasciano indifferenti e all’Arte non si può chiedere più di questo.
Sara Lovari
Se volete vedere le loro opere, potete farlo a Cortona (Arezzo) a Palazzo Ferretti – Via Nazionale – e sarete in tempo fino alla fine di Maggio.
Sara Lovari sta anche facendo un concorso per il Premio Combat, se volete votarla potete farlo da qui: 





Stefano Duranti Poccetti

15 maggio, 2012

URGENTE! Libertà alla Musica e ai Musicisti, se teniamo alla nostra Cultura!




Il Quartetto d'Archi della Scala
Teatro alla Scala, Milano. Lunedì 7 maggio 2012

Una legge italiana entrata in vigore il primo di gennaio 2012 impedisce ai musicisti   dipendenti di enti lirici sinfonici di poter svolgere attività autonoma all'esterno del teatro. Un grosso problema questo, perché significa sicuramente un impoverimento per le   stagioni musicali dei teatri della nostra nazione. Anche il Quartetto d'Archi della Scala è rimasto inchiodato da questo sistema, non potendo esibirsi fuori dal teatro milanese. Una cosa, questa, si può dire, veramente assurda e insensata, è questo il miglior modo per farci del male se si pensa che molta della musica strumentale italiana dei secoli scorsi si realizza grazie a questa forma musicale. Il prestigioso quartetto di cui abbiamo parlato – formato da Francesco Manara e Pierangelo Negri al violino, Simone Braconi alla viola e Massimo Polidori al violocello – si sente amareggiato da questa paradossale normativa (e non ne fa un segreto se lo dice direttamente agli spettatori durante il concerto), ma non per questo rinuncia a offrirci una grande serata – dovremmo dire pomeriggio: si è svolto alle tre – di musica.
Si comincia con Giacomo Puccini e il suo lirico, anzi elegiaco, “Crisantemi” – visto che prende la nomea di “elegia per quartetto”.  Si tratta di un brano molto intenso, emotivo e anche commovente, che apre poi il percorso (o il viaggio: si tratta di un vero proprio iter attraverso la musica italiana che va dal Settecento ai giorni nostri) agli altri autori in programma. Si giunge così al “Quintetto n. 9 in Do Maggiore G 453 ‘La ritirata di Madrid’ ” di Luigi Boccherini, in cui il quinto elemento è Giampaolo Bandini alla chitarra. “La Ritirata di Madrid” è un pezzo straordinario e suonato meravigliosamente dagli interpreti. È un ensemble di dolcezza e di marce militari. Nell’ultimo movimento – che prende proprio il nome del quintetto – i musicisti creano brillantemente la percezione spaziale di una banda militare che prima è lontana, poi si avvicina, poi ancora si allontana. Il tutto è reso grazie all’interazione tra i piani e i forti della gamma cromatica. Si ha come la sensazione di essere dentro una casa, affacciati a una finestra, e di vedere piano piano una marcia di soldati che si
avvicina, per poi vederla allontanarsi.
Giampaolo Bandini 
L’intervallo si chiude con un brano sempre di Boccherini, “Fandango”, dai caldi colori spagnoli, che decreta anche l’uscita di scena di Bandini. Il secondo tempo infatti si apre con un quartetto: “Rimedi per l’anima” di Nicola Campogrande. Si tratta della prima esecuzione assoluta del pezzo di questo autore italiano contemporaneo, che anche ai giorni nostri non rinuncia alla forma musicale del quartetto, quartetto molto breve e strutturato in tre movimenti: Allegro, Andante e ancora Allegro. Sono stati d’animo che il compositore ci racconta facendo una commistione tra l’esperienza della musica romantica e un carattere piuttosto ansioso e frenetico, abbastanza tipico della musica contemporanea. Onore a Campogrande che, diversamente dalla maggior parte dei musicisti odierni, cerca una nuova soluzione che per quella forma che sembra stare andando persa: il quartetto, appunto.
Ottorino Respighi è l’ultimo autore in programma, con il suo “Quartetto Dorico”, composto in scala modale, in modo dorico, è inutile dirlo (quella scala di Re senza alterazioni), che offre a questa composizione un sapore arcaicizzante, iniziando da un “Allegro energico”, passando per un “Elegiaco”, finendo con una vivace – anche se dai toni un po’ cupi - danza “Passacaglia”. Tutto queste suddivisioni stanno all’interno di un unico movimento e questi cambi di ritmo avvengono in un armonico fluire, essendo collegati con sapienza tra di loro.
I musicisti, artefici complessivamente di una grande prova, ci salutano con un fuori programma, in onore del Teatro alla Scala, da Verdi e noi, con loro, ci auguriamo che nel futuro qualcosa cambi per la sorte della situazione musicale italiana!


Stefano Duranti Poccetti 

FILM DA RISCOPRIRE, la nuova rubrica di Olga Renzi. si comincia con "Panico al villaggio"



Panique au Village (Francia, 2009)

Genere: Animazione in Stop Motion
Regia: Stéphane Aubier, Vincent Patar
Sceneggiatura: Stéphane Aubier, Vincent Patar
Produzione: Gebeka Films, La Parti Production, Made in PM, Mélusine Productions, Beast Production
Distribuzione: Nomad Film


Panico al Villaggio è solo uno dei tanti esempi di film che in Italia non trovano una giusta distribuzione. Ed è con questo film che voglio iniziare una rubrica dedicata alla riscoperta di quei film che spesso, non costituendo un vero e proprio richiamo per il botteghino, passano in secondo piano (sempre se hanno la fortuna di venire distribuiti, non solo nelle sale, ma anche successivamente in dvd). 
Inizialmente Panico al Villaggio nasce come una mini serie per bambini, realizzata dai due autori Stéphan Aubier e Vincent Patar. Successivamente decidono di trasformare le avventure dei tre insoliti protagonisti, Cavallo, Cow-boy e Indiano, in un lungometraggio.
Quello che rende Panico al Villaggio un piccolo gioiello d'animazione è l'idea di trasportare i giochi della nostra infanzia e quella dei nostri genitori, in un mondo di plastilina. I protagonisti infatti non sono altro che dei classici soldatini (da notare come Cow-boy e Indiano abbiano i piedi uniti da una piccola base), con l'unica differenza che questi, fatti di plastilina, posso "muoversi" liberamente. Il plot del film parte quando Cow-boy e Indiano decidono di realizzare un barbecue per il compleanno di Cavallo. Da qui finiranno per ritrovarsi nelle situazioni più assurde, come scoprire un passaggio per Atlantide attraverso il piccolo laghetto del fattore ad esempio e dove ogni piccola gag ne genererà un'altra.


La trama è semplice, come lo erano del resto quelle della serie televisiva, adatta ad un pubblico di bambini, caratterizzata da humor e nonsense. Quello che stupisce è come l'animazione, per quanto più grezza rispetto ad altre (il lavoro della Aardman è sicuramente di un'altra categoria, anche se è proprio quest'ultima a curarsi dell'adattamento inglese del film) sia realizzata in modo impeccabile e, sebbene i set non siano realistici, per quanto possano essere realistici dei set in miniatura, le soluzioni che i due autori trovano per aggirare alcuni ostacoli di realizzazione sono davvero geniali: ad esempio l'acqua della doccia fatta con della plastica o il deodorante che è una vera bottiglietta di profumo, che in scala, rispetto alla grandezza dei personaggi, risulta gigantesca. Qui non conta la credibilità o il fatto di essere realistici. Quello che importa davvero è ritrovare quella dimensione ludica tipica dell'infanzia, dove la fantasia non aveva limiti e l'immaginazione poteva completare la realtà. Così l'idea di un cavallo che guida un pulmino o che suona un pianoforte non ci sembra tanto assurda. Il pubblico a cui è destinato perciò non sono solo i bambini, ma anche gli adulti, che hanno giocato con gli indiani e i cowboy e che possono rivivere quel tipo di avventure su cui hanno tanto fantasticato.
Aubier e Patar fanno un lavoro a tutto tondo, realizzando il film in 260 giorni di riprese utilizzando circa 1500 pupazzi e dando loro stessi le voci a Cowboy e Indiano.
Il film è stato il primo, d'animazione in stop motion, ad entrare a far parte della selezione ufficiale del Festival di Cannes nel 2009. Il film ha inoltre vinto il "Platinum Grand Prize" al Future Film Festival di Bologna nel 2010 e il premio come miglior lungometraggio al festival Cortoon sempre nello stesso anno. Nel 2009 aveva già ottenuto il Premio Méliès d'argento e il Premio Magritte come miglior scenografia.
Con un grande successo di critica, vale la pena riscoprire questo geniale  e grazioso film d'animazione francese, adatto sia ai bambini che agli adulti, per riscoprire come la fantasia non necessiti di super effetti speciali e per ritornare indietro ai tempi dei giochi e dei soldatini anche noi.

Olga Renzi

                                                                               

12 maggio, 2012

“Pro patria”. Un Ascanio Celestini soffocato da sé stesso



Piccolo Teatro Grassi, Milano. Martedì 8 maggio 2012

È un uomo in prigione quello che ci racconta la storia del risorgimento italiano, un risorgimento pieno di vicende storiche e pieno di personaggi; un risorgimento in cui è stato versato troppo sangue, sangue che non è servito a niente, perché il mondo non è cambiato, l’Italia non è cambiata, i potenti e le autorità non sono scomparse, ma “i ladri di mele”, quei ladri costretti a rubare dalla fame, diventano colpevoli per la Giustizia e costretti al carcere, a essere maltrattati, nei casi più estremi sono portati al suicidio. Il sangue versato da Mazzini e Garibaldi in favore dei più deboli non è valso a nulla: adesso Garibaldi e Mazzini non sono altro che nomi di monumenti e di piazze, ma fa comodo dimenticarsi delle loro imprese, dei loro ideali… è utile ricordarli come alla legge fa più comodo.
È un po’ questo il concetto del monologo “Pro patria. Senza prigioni, senza processi” di e con Ascanio Celestini, in cui l’attore, utilizzando solo una piccola porzione di palcoscenico, sta seduto su uno sgabello rosso; sullo sfondo giornali in cui sta scritto: “Discorso sulla controvertigine”. Il protagonista infatti dà luogo a un monologo in cui immagina un fantasioso dialogo tra sé stesso e Giuseppe Mazzini, tutto questo nell’attesa di riuscire a comporre il discorso da fare in tribunale, quando l’imputato sarà giudicato, il discorso sulla controvertigine appunto: quel discorso che lo salverà oppure che lo costringerà a vivere in eterno in carcere, se non sarà costretto, addirittura, a uccidersi.
Non basta un Celestini strepitoso attore per reggere su di sé un monologo così pesante e ridondante. I discorsi sulla storia d’Italia risultano troppo dispersivi e il tutto risulta alquanto monotono, a causa di una cadenza ritmica e vocale sempre uguale in sé stessa e a una poco dinamica gestualità e mobilità. Ribadisco, comunque, Celestini grande attore, ma è la sua opera scritta a non esserlo, un testo che soffoca l’abilità attoriale e, per dirla tutta, anche troppo lungo: un’ora e quaranta senza intervallo!


Pro patria
testo Ascanio Celestini
Suono Andrea Pesce
con Ascanio Celestini
una produzione FABRICA
in coproduzione con Teatro Stabile dell'Umbria


Stefano Duranti Poccetti

Trame di spettacoli: "Giochi di famiglia", Il mondo dei grandi visto dai bambini




GIOCHI DI FAMIGLIA, Trilogia di Belgrado parte I, con la regia di Paolo Magelli, si rifà al testo di Biljana Srbljanovic ed è stato realizzato con la giovane compagnia Stabile del Teatro Metastasio. Quattro attori, due donne e due uomini- Valentina Banci, Francesco Borchi, Elisa Cecilia Langone, Mauro Malinverno, Fabio Mascagni-, che recitano di essere bambini che a loro volta fingono di essere adulti. Un nucleo familiare da loro creato e messo in scena, prendendo spunto da una città europea (forse serba) devastata dalla guerra appena trascorsa. Nei loro occhi l’ingenuità, tipica della fanciullezza, di rappresentare prototipi di famiglie logorate dalla sofferenza e dal tormento. Ciò che emerge, con crudezza e senza mezzi termini, è tremendo: un padre violento prima succube e poi assente, una moglie priva di personalità che cerca di emanciparsi ma non sa che strada seguire, un figlio che prova invano a pensare con la propria testa, una ragazza-cane che assiste all’esplodere delle situazioni più assurde. Il valore per la morale, per la vita scompare in modo naturale, come se la guerra desse per scontati certi meccanismi maligni della mente umana. Tutto ciò che i bambini vedono, interpretano e rappresentano è normale: la violenza sessuale, la fame, la disoccupazione, la morte sono tutte tematiche di cui ridono e giocano. In mezzo a tali giochi un altro uomo, un operaio, che cammina tra le macerie della città senza rendersi conto della presenza dei bambini e all’apparenza senza alcuna utilità narrativa, se non nel prologo e nel finale. Non è, invece, una presenza casuale: è il presente che ricostruisce, restaura ciò che il passato ha distrutto senza pensare troppo a ciò che quella terra ha da raccontare. Le scelte registiche sono precise, mai banali, anche se a volte non semplici da capire. A tal proposito, penso ai video proiettati in uno schermo enorme a sinistra del palco. Apparentemente didascalici e necessari per i soli cambi di scena, potrebbero simboleggiare il mondo della televisione. La guerra dell’ex Jugoslavia, cui la scrittrice vuol far riferimento, l’abbiamo vissuta attraverso i telegiornali, la radio, e l’utilizzo dei video potrebbe rimandare alla contorsione che le notizie subiscono a causa dei mezzi di comunicazione. Il testo è crudo, molto forte, ma tale scelta espressiva è necessaria. Forse per comprenderlo fino in fondo servirebbe una lettura completa, ma sicuramente la messa in scena ha permesso una sua traduzione efficace e d’intuizione. D’effetto anche le musiche di Arturo Annecchino, ma niente è più efficace degli attori stessi, magistralmente guidati dal regista pratese. Si vede subito il lavoro che c’è stato dietro, la potenza che insieme trasmettono. Splendida soprattutto Elisa Cecilia Langone, diplomata presso la “Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi” di Milano nel 2008, nel ruolo della ragazza straniera. Senza pronunciare una parola, se non quasi alla fine, riesce - attraverso il linguaggio del corpo, quello onomatopeico e distorcendo la voce - ad emanare un’energia tale da far rabbrividire. Sicuramente è uno spettacolo che non va visto superficialmente, ma consapevoli del suo spessore. In ogni caso, nonostante l’inquietudine che può suscitare, dà un’emozione così forte che fa dimenticare le due ore di rappresentazione.

Sara Bonci

10 maggio, 2012

Alla Scala vincono l’espressività della Zakharova e i ritmi di marcia di Šostakovič



Teatro alla Scala, Milano. Sabato 5 maggio 2012

L’espressività di Svetlana Zakharova è stata la protagonista della serata alla Scala di Milano di sabato 5 maggio 2012 In un “Marguerite and Armand” andato in scena con uno scenario in cui dei saloni dell’antica nobiltà rimangono soltanto scheletri di legno che suggeriscono che la decadenza è già giunta da un pezzo. La ballerina danza con Roberto Bolle e i due sono vestiti con costumi che ricordano l’Ottocento e incantano il pubblico coi classici passi leggeri del balletto tradizionale. Danzano sulla “Sonata in Si minore di Ferenc Liszt”, in un arrangiamento orchestrale che a dir il vero lascia un po’ a desiderare, in cui gli archi, che dovrebbero essere un arricchimento, causano solo un fastidioso appesantimento strumentale, tanto che ci si chiede se non sarebbe stato meglio il mantenimento della musica al suo concepimento originale per pianoforte. Molto formale e preciso Roberto Bolle, pulito nei passi strappa al pubblico di Milano numerosi applausi. Il volto di Bolle s’illumina di espressioni mimiche e costruite, si ha come l’impressione che tutto sia calcolato nella sua accurata performance; diverso da lui è Marguerite, la Zakharova, il cui modo di danzare è sì calcolato, come non potrebbe esserlo?, ma accompagnato da una capacità di sentire le emozioni sul palco e di rimandarle al pubblico. Emozionante vederla sulla scena e notare l’espressività del suo viso, sempre vera, mai costruita.
Marguerite muore tra le braccia di Armand e termina così la “Signora delle Camelie”, che lascia il posto a una nuova coreografia completamente diversa, in cui ritroviamo anche la stessa danzatrice: “Concerto DSCH”, sul “Concerto per pianoforte e orchestra n.2, op. 102” di Dmitrj Šostakovič. Il romanticismo unito alla frammentarietà della sonata lisztiana lasciano il posto così a un ritmo di musica chiaro, vivace, di marcia, che declina in certi frangenti in ritmi più tenui e lirici. Sul palcoscenico si muovono tre gruppi di danzatori: uno numeroso vestito in rosso e arancio, uno composto da tre ballerini – due uomini e una donna - in azzurro e nero e l’ultimo composto da una danzatrice e da un danzatore vestiti in verde – rosa. I costumi sono contemporanei, tute attillate per gli uomini, comode gonne per le ballerine, che aiutano i movimenti atletici dei performer, che abbandonano il balletto classico a favore del moderno. Uno sfondo a tinta unica in azzurro fa da cornice a questi balli di gruppo, che vedono incontrarsi  gruppi di donne e di uomini. Sembra che la coreografia ci voglia raccontare di una storia di amore, a riguardo è significativo il piccolo gruppo composto solo da un ballerino e una ballerina, ma sicuramente ci vuole raccontare dell’incontro/scontro tra universo Donna e Uomo. Entrambi i protagonisti sembrano avere il loro “coro”, l’uno maschile, l’altra femminile, identificato coi ballerini del gruppo più grande rosso – arancio. Un balletto breve e dai toni vivaci e allegri, una piacevolissima e distensiva coreografia ballata con espressività e bravura dagli interpreti su una piacevolissima musica, suonata in modo pulito dall’orchestra.


Direttore David Coleman
Pianoforte Davide Cabassi

MARGUERITE AND ARMAND
Produzione del Teatro Musicale Accademico “Stanislavskij e Nemirovič-Dančenko” di Mosca
Coreografia Frederick Ashton
Ripresa da
Grant Coyle
Musica Franz Liszt
Arrangiamento Dudley Simpson 
Scene e costumi Cecil Beaton
Luci John B. Read
Con: Svetlana Zakharova, Roberto Bolle e Mick Zeni (il padre)
CONCERTO DSCH
Nuova produzione Teatro alla Scala
Coreografia Alexei Ratmansky
Assistente coreografo Tatiana Ratmansky
Musica Dmitrij Šostakovič
Costumi Holly Hynes
Luci Mark Stanley
ConSvetlana Zakharova, Eris Nezha, Alessandra Vassallo, Antonino Sutera, Federico Fresi
E il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala


Stefano Duranti Poccetti

"Rumore di acque", la matematica della morte



Teatro Fabbricone, Prato. Domenica 26 febbraio 2012

RUMORE DI ACQUE – Tenere i conti, decifrare i numeri: questo è l’unico compito del Generale, narratore della nostra storia. Apparentemente sembra non ci sia nulla di strano, se non fosse che i numeri da contare sono quelli dei dispersi nel Mediterraneo, delle anime che il mare ha risucchiato e che i pesci non hanno avuto pietà di salvare. Tanti i volti che quei numeri racchiudono: Yusuf, Sakinah, Jean Baptiste, lasciato andare in mare dalla madre con la speranza di riservargli un futuro migliore, Yasmine, spedita in Italia per trovare un lavoro “facile” e unica a salvarsi. Tante le tragedie che vengono portate a galla e che tutti i giorni fingiamo di non vedere. Rumore di acque di Marco Martinelli è lo specchio della nostra società, disinteressata a ciò cui assiste. Il Generale, costretto ad essere schietto e freddo nei confronti della morte, appare come un Caronte demoniaco incaricato dal “Ministro degli Inferni” di accogliere i cadaveri trovati in mare, ma in realtà è l’unico ad avere pietà di queste anime. Si lamenta se il suo stipendio è basso per fingersi disinvolto, critica gli “ammiragli figli di ammiragli” di essere incompetenti, perché sa che il mare è crudele e non ti dà una seconda possibilità. Tale personaggio, interpretato quasi meccanicamente da Alessandro Renda, ci conduce in un labirinto buio, tenebroso, in cui l’unica presenza di salvezza è data dalle musiche dal vivo dei Fratelli Mancuso. Non è casuale la scelta di inserire canti siciliani, perché l’ambiente che viene evocato è proprio la Sicilia, precisamente Mazara del Vallo, città affacciata sul Mediterraneo poco distante dalle coste tunisine. Non viene mai nominata, ma velata dietro la descrizione di un ambiente immaginario, quale quello di un’isoletta sperduta dove l’unico abitante è il Generale, a cui fanno compagnia solo gli spiriti dei morti. Un luogo di silenzio, ponte tra l’Africa e l’Europa. Un silenzio pieno di menzogna, di disgrazia, che viene rotto all’improvviso come un bicchiere di cristallo, producendo scompiglio negli spettatori presenti durante questa rievocazione di vite di vittime obbligate a rimanere invisibili.

di Marco Martinelli

ideazione Marco Martinelli, Ermanna Montanari
musiche originali eseguite dal vivo Fratelli Mancuso
spazio, luci, costumi Ermanna Montanari, Enrico Isola
realizzazione costumi Laura Graziani Alta Moda, A.N.G.E.L.O.
direzione tecnica Enrico Isola
tecnico del suono Andrea Villich
realizzazione scene squadra tecnica Teatro delle Albe Fabio Ceroni, Luca Fagioli, Danilo Maniscalco, Dennis Masotti 
con il contributo di Amir Sharifpour (Opera Ovunque)
promozione Marcella Nonni, Silvia Pagliano, Francesca Venturi

in scena Alessandro Renda

regia Marco Martinelli


produzione Ravenna Festival, Teatro delle Albe-Ravenna Teatro, "Circuito del Mito" della Regione Siciliana, Sensi Contemporanei col patrocinio di Amnesty International



Sara Bonci

VIAGGIO ATTRAVERSO L'IMPOSSIBILE - sogni di cinema, a cura di Francesco Vignaroli. Quinta puntata: "La mala ordina".



LA MALA ORDINA    ITALIA/RFT  1972  92'  COLORE

REGIA : FERNANDO DI LEO

INTERPRETI : MARIO ADORF, HENRY SILVA, WOODY STRODE, ADOLFO CELI, SYLVA KOSCINA, FRANCO FABRIZI, FRANCESCA ROMANA COLUZZI, FEMI BENUSSI, LUCIANA PALUZZI, CYRIL CUSACK

EDIZIONE DVD : Sì, distribuito da RARO VIDEO/ COLUMBIA TRISTAR HOME VIDEO




Boss della mala newyorkese invia due sicari a Milano con l'ordine di uccidere Luca Canali (Adorf), innocuo magnaccia sospettato, a torto, del furto di una partita di droga del valore di 3 miliardi di lire; in realtà, a fare il colpo è stata l'organizzazione del potente Don Vito Tressoldi (Celi), colui che ha fatto il nome di Canali agli americani utilizzandolo (scelta casuale) come capro espiatorio. Braccato dagli uomini di Don Vito e dai due killers americani, abbandonato dagli amici che lo tradiscono uno dopo l'altro, al povero macrò non resta che fuggire senza saper bene da chi e per quale motivo, almeno finché non gli uccidono moglie e figlia sotto gli occhi: a questo punto la rabbia e la disperazione trasformano l'agnello sacrificale in un lupo feroce, determinato a scoprire la verità e a farsi giustizia da sé a qualunque costo. Resa dei conti in un cimitero per auto.

Accostato spesso ai grandi maestri del genere (Don Siegel e Jean Pierre Melville in particolare), Di Leo ha in realtà saputo tracciare una via tutta italiana al noir, genere tradizionalmente trascurato dalla cinematografia nostrana (e che ha vissuto invece negli Stati Uniti e in Francia, a cavallo fra gli anni '40 e '60, i momenti di massimo splendore), dimostratasi piuttosto refrattaria al colore "nero" del cinema, ragione più che sufficiente per rivalutare la mitica Trilogia del MIlieu girata dal regista all'inizio degli anni '70, quasi un unicum nel panorama cinematografico nazionale. Con questo secondo capitolo -la saga si apre col superbo "MILANO CALIBRO 9" , girato sempre nel '72, e si conclude con "IL BOSS" l'anno seguente-, ispirato ad un racconto ("MILAN BY CALIBRO 9", già alla base del quasi omonimo film, ma molto più legato a "LA MALA ORDINA", il cui soggetto si attiene fedelmente al racconto) dello scrittore milanese Mario Scerbanenco, Di Leo fa ancora centro, rafforzando la propria reputazione e ribadendo la piena dignità artistica del percorso intrapreso. In seguito, non riuscirà a ripetere i fasti del periodo noir ( sentiero abbandonato troppo presto), tuttavia la sua Trilogia costituirà il modello nobile, in quanto precursore e ispiratore, del nascente sottogenere del poliziesco all'italiana, meglio noto come "poliziottesco", recentemente sdoganato e rivalutato (eccessivamente, a mio modesto parere), dal guru Tarantino.



Sullo sfondo di una Milano squallida e per nulla turistica -luna park, capannoni industriali, sfasciacarrozze...-, Di Leo ripropone la formula vincente di "MILANO CALIBRO 9" (pur non raggiungendone lo stesso livello artistico): azione frenetica, tensione epica, violenza e un moderato nichilismo (in futuro, registi come Kitano si spingeranno ben oltre!), stemperati dall' irrinunciabile erotismo dissacrante (una costante nel cinema del regista) e da una certa dose di ironia (praticamente assente invece nel primo capitolo della saga); peccato però, a tal proposito, per l'eccessivo bozzettismo dei personaggi di contorno e per la banalità e trivialità di certe battute (alternate a dialoghi memorabili), che tolgono serietà e drammaticità ad una sceneggiatura che a tratti sembra quasi trasformare il film in un gioco, in uno sberleffo (è evidente quanto qui Di Leo non si prenda troppo sul serio), come se il regista calasse una lente deformante sul suo Mondo (forse per mostrare quanto tutta la realtà sia una tragicommedia ininterrotta,chissà...). Queste trovate hanno piena ragion d'essere fintantoché utilizzate allo scopo di ridicolizzare esplicitamente la criminalità -da qui la scelta di attori "naturalmente" caricaturali, dotati di tratti somatici ai limiti del grottesco (e del mostruoso: indimenticabili freaks, il "portiere" di Don Vito, sorta di Lurch della Famiglia Addams all'italiana, e lo scagnozzo grassone e pervertito Damiano, le cui impagabili espressioni facciali lasciano intendere -più efficacemente di qualunque immagine- cosa stia facendo mentre i suoi compagni torturano la fidanzata del protagonista...un vero colpo basso, una scena "cult" !)-, ma stonano un po' col clima generale del film quando vengono impiegate, piuttosto gratuitamente, per tratteggiare alcuni caratteristi (il barista dell'albergo, l'ubriacona col cagnolino, la checca isterica al night, il meccanico zoppo, il cliente delle prostitute balbuziente...possibile che non ci siano persone vagamente "normali" -per quanto sia vago ed opprimente tale aggettivo- in giro?), ai quali, oltre ad un aspetto fisico e ad un linguaggio corporeo improbabili, vengono affibbiati pure voci (non un granché, anzi, piuttosto irritante, lo slang italoamenricano del killer Mr. Catania) e dialoghi ("MIGNORENNI"...mah...) non proprio ispirati. Per essere più espliciti, potremmo dire che Di Leo incappa a tratti nei difetti e nelle posture della commedia trash all'italiana del periodo, peccatucci tutto sommato marginali (forse pignolerie del sottoscritto criticone) che non mettono in discussione la buona qualità generale dell'insieme, ma che lasciano un po' perplessi...va pur detto, per chiudere la parentesi, che la parte finale del film, col protagonista che si lancia come un treno in corsa impazzito contro l'Organizzazione che gli ha tolto tutto, mette da parte ogni buffoneria per lasciar immergere lo spettatore in un'escalation drammatica che non conosce cali di tensione, un crescendo maestoso che si conclude con l'epico "triello" finale, in cui l'unico ostacolo alla solennità del momento -il tenero gattino bianco- viene emblematicamente rimosso dal killer bianco, un Henry Silva di ineguagliabile antipatia e perfidia.
Già, venendo agli attori, tutto il cast funziona a meraviglia: Mario Adorf, meritatamente promosso protagonista dopo la convincente interpretazione del sanguigno ma appassionato criminale Rocco Musco in "MILANO CALIBRO 9", offre un'interpretazione grandiosa (un attore decisamente da rivalutare e che avrebbe meritato maggior fortuna...dopo una prova di questa levatura, resta un po' di rammarico per le poche occasioni avute in carriera per dimostrare le proprie capacità), riuscendo nel non facile compito di dar vita ad un personaggio che cambia completamente aspetto nel corso del film, tramutandosi da remissivo e bonario pappone in implacabile giustiziere capace di sfoderare un eroismo che che non ci si aspetterebbe da un "uomo di casino" ("E' LA PAURA CHE M'HA FATTO FORTE"); ottimi e pienamente calati nella parte anche Strode e Silva, dotati del giusto phisique du role per interpretare i killers, due personaggi diversissimi tra loro (il nero ombroso e taciturno, quasi monacale nel suo rigore professionale; il paisà smargiasso e donnaiolo, sensibile ad ogni tentazione possibile) ma accomunati da freddezza e cattiveria da vendere; efficace e crudele al punto giusto -forse più degli americani- Adolfo Celi (memorabile e quasi poetico il confronto finale tra il "suo" Don Vito e Canali, col cattivo che si ritrova ad accettare con eroica rassegnazione una morte onorevole), non più una sorpresa dopo l'exploit nel ruolo del villain in "THUNDERBALL" (saga 007); gradevoli e funzionali le partecipazioni di alcuni volti storici del nostro cinema quali Franco Fabrizi (indimenticato "vitellone" di Fellini), Sylva Koscina (qui moglie del protagonosta, sempre affascinante) e Francesca Romana Coluzzi (l'hippie spilungona dalla parrucca azzurra, già "Asmara" nel "SERAFINO" DI Germi e Celentano). Una curiosità: tra i membri della comune ("600 MILIONI DI CINESI DOVE LI METTEREMO QUANDO ARRIVERANNO? MA PER MAO UN POSTO CI SARA' SEMPRE"...) si riconosce un giovanissimo Renato Zero (il ragazzo con la bombetta nera), non ancora eccentrica icona glam romana degli anni '70 (il "DAVID BOWIE DE NOANTRI") e controverso agitatore dei sonni dei benpensanti.
Per ciò che concerne le considerazioni tecniche (mi tocca pur farne, quindi rassegnatevi), il film consente al regista di dar prova del proprio notevole stile e di una innegabile abilità nel girare sequenze d'azione (splendidi sia l'inseguimento, lunghissimo, all'assassino delle due donne che il regolamento di conti finale), oltreché nel coreografare sapientemente le numerose scene violente (mai gratuite e utili invece ad "oliare" l'intreccio); ottima anche la colonna sonora di Armando Trovajoli, con i tipici temi jazzati del genere (e del periodo: una delle costanti dei futuri poliziotteschi sarà proprio la presenza di ottime partiture, spesso l'unico motivo di interesse di film complessivamente mediocri; qui ci si può fare veramente un'idea di cosa siano stati gli anni '70 per la musica!!!) che commentano l'azione in maniera perfetta, un lavoro degno di rivaleggiare con le superlative composizioni realizzate dallo strano (ma felicissimo) connubio OSANNA-Luis Bacalov per "MILANO CALIBRO 9", tutto ciò a dimostrare l'attenzione del regista per il lato cosmetico dei suoi film (come già accennato poco sopra, si tratta di un altro aspetto che il poliziottesco mutuerà dalla trilogia).
Tornando, infine, alla sceneggiatura, se per i motivi già esposti non possiamo parlare di capolavoro, va detto che la semplicità di fondo della storia e l'assenza delle istanze politiche che appesantivano (unico neo) "MILANO CALIBRO 9", giovano ad un film agile e godibilissimo nella sua oretta e mezzo; certo, non possiamo aspettarci quel clima ambiguo e misterioso che rendeva affascinante il primo capitolo, né i suoi personaggi carismatici ed epici, ma la magnetica presenza di Mario Adorf sostiene il peso quasi da sola e riesce a suscitare attenzione ed empatia verso l'unico personaggio (difficile non solidarizzare con il protagonista e non provare rabbia assieme a lui quando parte all'inseguimento dell'autista che ha falciato le sue donne) veramente interessante della pellicola.

Almeno due le frasi da mettere in cassaforte: "NEW YORK CI PENSA E SI INCARICA DI COLARGLI IL PIOMBO IN BOCCA" (il "Corso"/ Cyril Cusack ai due assassini, riferito a Canali); "QUANDO ARRIVANO LE PREGHIERE DI UNA MADRE VUOL DIRE CHE L'UOMO NON E' BUONO" (Don Vito ai suoi tirapiedi, personalmente la mia favorita)

L'edizione DVD, pur essendo decisamente scarna sul versante extra, ha il merito di presentarci finalmente il flim nella sua versione integrale, dato che in televisione circola regolarmente decurtato di alcune scene; molto buona anche la qualità del restauro audio-video.

Francesco Vignaroli