25 aprile, 2015

LA RADIO SI RACCONTA: LINUS E CRUCIANI AL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL GIORNALISMO. Di Francesco Vignaroli


Perugia, Sala dei Notari, sabato 18 aprile 2015


Il Buono e il cattivo della radio”, questo il titolo dell’incontro che ha messo amichevolmente a confronto, nell’ambito della nona edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, due tra i più noti e apprezzati conduttori radiofonici italiani: il capitano di lungo corso Linus (che l’anno prossimo festeggerà i suoi primi 40 anni di carriera), direttore artistico di Radio Deejay nonché conduttore della trasmissione Deejay chiama Italia, e l’indomabile Giuseppe Cruciani, signore e padrone de La Zanzara (Radio 24), forse il programma radiofonico di maggior successo – sicuramente il più discusso- degli ultimi anni. Se avete un minimo di familiarità con i due personaggi, caratterizzati da personalità e stile conduttivo letteralmente antitetici, non credo che vi risulti difficile capire chi tra i due sia il “buono” e chi il “cattivo”… nel caso in cui, invece, tale distinzione non vi sia chiara, provate ad ascoltare i due programmi…

Due modi molto diversi di fare radio, ma entrambi di successo: da un lato (così vi aiuto un po’) il garbato intrattenimento mattutino di Deejay chiama Italia, programma che mescola notizie, musica, approfondimenti legati all’attualità e interviste con personaggi noti e meno noti, provenienti dagli ambiti più disparati (musica, cinema, letteratura, sport…); dall’altro, il linguaggio politicamente scorretto, i temi controversi, le provocazioni e la spregiudicatezza de La Zanzara, la trasmissione che ha aperto una clamorosa breccia di sguaiataggine trash (roba che a Radio 105 non sognano nemmeno!) nella sobria Radio24. Se il primo è un programma che, in qualche modo, unisce idealmente gli ascoltatori di tutta l’Italia, il secondo sembra essere nato apposta per dividere. L’approccio brusco e volutamente arrogante –fino a sfociare nella maleducazione- di Cruciani, che non di rado prende a pesci in faccia (ricambiato) gli ascoltatori, oltre al modo di trattare i principali temi dell’attualità politica –un misto di cinismo, paradossi, grottesco, comicità e follia, grazie anche all’apporto degli ospiti freak chiamati a dar man forte- che finisce spesso per dare all’ascoltatore l’impressione (esatta, peraltro…) di avere assistito a due ore circa di nulla (dal quale, però, non riesce a staccarsi!), fanno sì che, senza mezzi termini, La Zanzara suddivida il pubblico in due fazioni contrapposte. Da un lato, gli entusiasti, cioè quelli che la amano per i suoi eccessi e per la sua pazzia, e dall’altro coloro che, al contrario, considerano il programma come l’equivalente radiofonico dell’onnipresente spazzatura televisiva, ossia come una prova tangibile della “decadenza morale” della radio.

Nel corso di questa chiacchierata, svoltasi nell’eccezionale cornice della splendida Sala dei Notari (una gioia per gli occhi!) del Palazzo dei Priori, i due hanno messo a confronto le rispettive esperienze professionali, affrontando temi interessantissimi per tutti gli amanti della radio che provano il desiderio di sbirciare dietro le quinte, per cercare di capire davvero COME si fa la radio. Si è dunque parlato di questioni specifiche, come il modo di impostare il programma (scaletta, argomenti da trattare…), le relazioni con l’editore, i margini di libertà artistica, i compiti e le responsabilità di un direttore artistico (nel caso di Linus), il rapporto umano e professionale con i rispettivi co-conduttori (Nicola Savino per Linus e l’impagabile David Parenzo per Cruciani), il paragone tra il panorama radiofonico italiano e quello internazionale, i progetti futuri, le prospettive della radio… Com’era forse prevedibile, data la sua consueta affabilità e semplicità, Linus si è dimostrato più efficace e comunicativo nel raccontarsi rispetto al “rivale” Cruciani (molto più “personaggio” che “persona”, in confronto al primo), che ha saputo comunque difendersi, mostrando il suo lato più “umano” con inattesa disponibilità.
Un incontro imperdibile per tutti quelli che ritengono l’intrattenimento radiofonico come un’alternativa valida, se non migliore (ed è il mio caso), rispetto a quello televisivo.


Francesco Vignaroli

24 aprile, 2015

Riflessioni e considerazioni, a partire da “Per una morale dell’ambiguità” di Siomone de Beauvoire. Di Massimo Triolo


Ogni inizio è palesemente una violenza al cuore di ciò che si racconta o si dice, ma ahimè, cosa necessaria e ineludibile nell’economia di ogni gesto, anche quello letterario. E un racconto, un libro, una poesia, una vita, non giungono a essere niente presso cui il soggetto che l’agisca nella parola – segnatamente nel caso increscioso dell’autore, la più ignara delle creature fra le creature, sia pure nell’eventualità che vesta i panni tarlati del narratore onnisciente: estremo pleonasmo e inganno da cui deriva tutto l’incanto dell’ arte che esercita – possa essere avvertito di un suo preciso e puntuale principio. Dietro ogni cominciamento, e segnatamente nel raccontare, nel “narratizzare” l’esperienza, sta lo spettro di un inizio più pregresso e remoto, più radicale. Quindi non vi sembri troppo arbitrario il mio e non vi sembri troppo arbitrario, anzi, cominciare con il dire che ogni principio è arbitrario; come arbitraria, inesplicabile, imponderabile è ogni fine di un processo vitale qual si voglia – eccettuato il caso in cui sia autoimposta, allorché ha luogo l’impagabile alchimia di un uomo o un ente che compia la sola scelta morale, fra le più radicali, che lo avvicina a Dio in un solo gesto; e questo realizza anche una cosetta che nell’arte come nella vita, tengo di buon conto: l’economia del gesto, sia esso una pennellata, il passo di un libro, o genericamente ciò che si compie verso un fine. Tale scelta morale – vorremmo dire un atto stoicamente autarchico – la si compie non di rado, per riguadagnare a sé una dignità altrimenti perduta o una libertà che affranchi da un contesto coercitivo di cui non si può essere omologhi se non negando quanto in noi vi è di umano e, in ultima analisi, la si compie proprio a dispetto di Dio stesso... E dei tanti “dei nani”, che sono “uomini seri” – ovvero che mettono per fine assoluto il fine relativo, altrimenti correlato delle loro azioni e competenze in seno alla società – meschini e petulanti, con l’inconveniente che si credono fabbricatori di destini: come bimbi arrampicati su un melo, che da lì sentono di poter toccare il cielo ed essere i padroni di ogni cosa che la loro vista abbraccia. Purtroppo codesti dei nani, non sono più fanciulli – i quali hanno già per “Dei istituzionalizzati”, o, se si vuole, per colossi compiuti, immobili, statuari, dei genitori, degli insegnanti, e degli adulti che delimitano la presa della loro curiosità e apertura alla scoperta del mondo e degli affetti, talvolta incoraggiandola e talora frustrandola; e in guisa tanto più incombente e tale da plasmarli, quanto più essi si addentrano in seno ai gangli di un Super Ego in formazione. A livello pedagogico, una discrasia tra concessione, incoraggiamento, conferma, e, dissuasione, divieto, negazione, può essere all’origine di una personalità narcisistica e di un orgoglio nevrotico. Caratteristiche, queste, che nell’adulto si traducono nel rifiuto della propria vulnerabilità e soprattutto in una forma di rifiuto e ostilità verso gruppi sociali o singoli individui che incarnano alla sua vista proprio ciò che di sé misconosce.
La gettata delle azioni dei fanciulli, per quanto eccentriche, in termini di conseguenze e responsabilità è minima, non si può dire lo stesso in relazione agli “dei nani” di cui dicevamo, ovvero degli “adulti seri”. Neanche il personalismo francese può sventare l’esito di quelle condotte, ché se gli “uomini seri” fossero chiamati, e lo sono in certa misura, chiamati a rispondere di se stessi, lo farebbero incarnando il proprio ruolo e la propria mansione, in senso assoluto, come una sorta di imperativo categorico, e al netto di una responsabilità presso le conseguenze dell’operato presso di essa.

Parafrasando Descartes: il guaio degli adulti, è che sono stati fanciulli… perché da fanciulli il futuro è una cosa lontana e poco inerente alle proprie azioni, mentre da adulti, superuomini, uomini, sotto-uomini, seri o meno, tutti hanno segreta nostalgia, non tanto della fanciullezza, ma di quando la libertà non implicava responsabilità di scegliere e decidere per essa. Ogni scelta è una morte in miniatura, e questo è così esplicitamente esistenzialista che mi ripugna, ma va pure ripetuto: una scelta è innanzitutto una mancanza di scelte (leggi, esemplificando all’osso, assenza di altre scelte) così come l’essere, per essere, ha da funzionare come mancanza di essere. Questo lo diceva bene la Simone de Beauvoir – schiacciata, però, da troppe ansie pedagogiche e improntate ad una morale pedantesca scomodando, tra gli altri, la buon’anima di Nietzsche senza trarre, da buona pedagoga, o se preferite accademica dispensatrice di emancipazione, le estreme conseguenze del discorso nietzschiano.
La Nostra era troppo preoccupata di cose tristi come l’impegno, l’intersoggettività, la responsabilità, per dire che il deserto della vita è l’inferno di ogni esteta, la sola forma di sofferenza non giustificabile come ponte per il paradiso, in senso cristiano, o, peggio, inganno di una vita come ponte per qualcos’altro a venire, dell’uomo come ponte verso qualcosa d’altro e imponderabile a tal punto da necessitare fede, ovvero un salto nel buio; per capire, infine, che la negazione è l’asservito meccanico, risentito e ripiegato su sé – in ogni caso privo della forza della fantasia e dell’inventiva necessarie a ogni spontanea espressione del sé – di ciò che va a negare, la qual cosa ad essere, presuppone di necessità... A tale proposito sono illuminanti le “Lettere Luterane” del Pasolini, che vedeva nei giovani sessantottini professanti una fede politica e valori rivoluzionari, aperti al cambiamento – critici nei confronti dei loro padri e della società abulica e asservita ai dettami borghesi che essi avevano lasciato loro – altrettanti borghesi scontenti, nevrotici, fisiognomicamente brutti e incapaci di incarnare il cambiamento per il verso di una creazione valoriale che riempisse davvero il vuoto lasciato da “Dio” e “Famiglia”, ovvero valori che erano già caduti nella genuinità popolare che li esprimeva – sostituiti, di fatto, dall’edonismo consumistico e da una malintesa emancipazione – e che si trovavano cristallizzati poi in maniera irrelata tra i “moventi” del Potere clerico-fascista; questi giovani che dicevamo, erano meschinamente reattivi e sistematicamente negatori di qualche cosa, troppo per essere capaci di ricomprendere la Bellezza – una Bellezza poetante – la “sacralità e sentimento”, nelle proprie rivendicazioni scandite da slogan dogmatici e neoilluministi. Non è un caso che Pasolini, in “Teorema”, riprenda il tema a lui caro della schiettezza e umanità contadina – o sottoproletaria – non ancora compromessa da mutazioni antropologico-culturali, di Gerasim, servo fedele ne “La morte di Ivan Il'ič” di Tolstoj – anarchico cristiano questi, e per ciò stesso quanto di più vicino alla zona valoriale di Pasolini.
La Negazione o Dialettica, se preferite, di cui parlavamo, è assunta e vista, per di più, come qualcosa di apodittico e sussistente ipso facto, proprio come i fanciulli descritti dalla Simone de Beauvoir devono vedere ogni cosa che cada sotto la loro percezione, in forza del gesto di contenimento adulto, trovando svincolata la loro libertà dalla responsabilità della scelta e dalle sue conseguenze. Questo appare ancora più paradossale, per una pensatrice che ha amato ed è stata in sodalizio intellettuale, con la stessa persona che commise l’errore di scrivere: “L’Inferno sono gli altri”, prima di convertirsi alla responsabilità e all’impegno, e sopra ogni cosa, alla divulgazione di essi in senso emancipatore. Il che gli impose di lodare Céline, in mezzo al generale peana dell’ala anarchica e comunista francese del tempo, quando uscì il suo indiscusso capolavoro: ”Viaggio al termine della notte”… E di poi censurarlo crudelmente quando scrisse gli odiati, e noi li odiamo, pamphlet antisemiti, decretando la sua sfortuna futura.
Tornando a Nietzsche, egli aveva troppo in odio il concetto di morale – tanto da ridurla, nella nota Genealogia di una lucidità abbacinante, al frutto di un mero imprinting che niente ha di metafisico, e tanto di funzionale alla larga schiera dei sacerdoti, scribi, e uomini di fede dediti alla vita interiore, esercitato attraverso ogni sorta di violenza e crudeltà repressive.
Il problema è che non basta dire che l’utile non è niente di assoluto, e necessita di una specificazione rispetto al fine, cosa che aveva negato brillantemente il Machiavelli ma per cadere poi nella logica del giusto mezzo tra Fortuna e Condotta, non basta dire che l’unico fine assoluto è la libertà, e che ogni altro fine messo per assoluto è fascista, dottrina, o prerogativa dei sotto-uomini seri – sempre deietti verso l’oggetto fino all’estremo transfert che li storna dalla loro mancanza di essere, per confondersi con esso – bisogna prima dire che fascista è parlare di sotto-uomini e non, preoccuparsi dei diritti del secondo sesso, avendo prima scritto che i già detti uomini-seri, o specimen umano del sotto-uomo, sono “bardati” nei loro diritti e che chi non è ha, di diritti, e non ne ha mai avuti, come nell’opaco esempio degli schiavi afro-americani snocciolato in chiave assai paternalistica nella Morale dell’ambiguità, è simile a un fanciullo, un po’ come il “fanciullesco” popolo, nell’aurorale forma libertaria di Constant, nei confronti di chi lo deve guidare e amministrare. Altrimenti è contraddittorio non dire che al di fuori della casistica del Diritto Naturale, ogni diritto è diritto elargito e ottenuto per definizione, forma di perdono di chi ha prima inventato la colpa, che i maestri del diritto sono cattivi maestri eccedenti in diritti e che ne vogliono elargire proprio come adulti a fanciulli che non ne hanno e non sono sufficientemente acculturati ed emancipati, da concepirne o progettarne l’ottenimento; ed è in mala fede, non dire che il diritto è la più astuta invenzione del potere per dissimulare qualcosa di assolutamente diverso dal diritto, e cioè la condizione in cui non si debba lottare per ottenerlo, andando poi a inscriverlo in un corpus di diritti non più derogabili e simili all’esito giudiziario di un precedente assunto a paradigma incontestabile nell’economia di un corpus legale.
Ma, sul filo di questa metafora: qualcuno finirà in galera o sulla forca fin tanto che la casistica non comprenda un’eccezione che lo veda non colpevole, proprio così come i diritti verranno conculcati e poi elargiti fin tanto che non si esce dall’angusta logica falso-progressista del diritto. Scriveva Pasolini, come detto, che nel ‘68, il tipo sociale di chi lottava per i diritti era quello del privilegiato, e le università pullulavano di studenti borghesi, che, ribelli ai propri padri canuti e borghesi, gli finivano tra le braccia perché ripetitori inconsapevoli della logica già sancita dai propri padri, cioè quella del diritto: spogliarsi di un diritto o di più diritti quando non conquistati prima, è atto rivoluzionario, non accumularne altri per sé ed allargarli ad altri. E più grave ancora è dire che questi uomini-seri, sempre si rifugiano nell’epiteto “utile”, preso in mala fede ad astratto o assoluto se si preferisce, che è lo stesso, quando accusati da chi gli osserva che il loro utile minaccia la libertà individuale e la dignità di altri, quando si è appena definito come eccezione moralmente lecita al fine assoluto, la libertà universale come fine; perché Machiavelli avrebbe preferito essere clonato concettualmente in zona Cesarini, e in modo meno banale, con il mezzo giustifica il fine, magari in chiave asintotica oltretutto, e non quando il fine è la Libertà Universale – cosa, guarda un po’, astratta e assoluta per eccellenza, falso fine lustrale in nome del quale sacrifici mostruosi, attuati con mezzi indegni, si possono compiere scordando l’uomo a favore della favola dell’uomo libero come punto di arrivo compiutamente conseguibile e non asintotico – ma l’Uomo nella sua interezza, con le proprie debolezze e quindi entro una visione non narcisistica. Diceva Pico della Mirandola che l’uomo può innalzarsi fino alle vette di un Dio, come sprofondarsi nell’abietta dannazione di un diavolo – concezione paradigmatica di un’epoca che metteva l’uomo e l’umano, a epitome dell’Universo… Bisognerebbe ricordare a certi accademici di non scordare nessuno dei due estremi con tutto ciò che ci sta in mezzo, cioè l’uomo, e porlo ad avere ben diritto di sussistere prima, mentre, durante e dopo le loro alte dissertazioni, e a dispetto delle loro ansie morali: tutto intero ed entro una sua prassi individuale – la dove l’eziologia di individuo venga dal latino “indivisibile”...

REFUGEES. Riflettere senza urlare. Di Paolo Leone


Torna a Roma, in una versione completamente diversa e molto arricchita, dopo il debutto del 2008, lo spettacolo Refugees, ideato e diretto da Ugo Bentivegna, l’eclettico artista palermitano che si divide tra recitazione e lavoro alla regia. Argomento quanto mai tristemente attuale per riproporre le storie tratte dal libro “La notte della fuga”, edito da Avagliano Editore, stavolta in uno storico teatro romano, il Quirino – Vittorio Gassman. Sarà una suggestiva e toccante commistione tra prosa, musica, danza e immagini a dar voce ai drammi di chi solitamente voce non ha. Un vero adattamento teatrale, con la consulenza dell’autrice del libro, la scrittrice Donatella Parisi, che punta le luci su vicende i cui protagonisti sono ragazzi provenienti dal Kurdistan, dalla Mauritania, dalla Colombia e dalla Repubblica Democratica del Congo. I racconti saranno accompagnati dal suggestivo e poetico gioco di suoni, corpi ed immagini che avranno lo scopo di arricchire artisticamente le testimonianze, affidate alla voce di Valeria Contadino, di quelli che solitamente non vengono pensati come celebri rifugiati nell’immaginario collettivo. A partire da Gesù, Miriam Makeba, Isabelle Allende, Albert Einstein, Rudolf Nureyev, tutti hanno condiviso la stessa parte di destino nel disagio della condizione di rifugiati. Lo spettacolo è realizzato anche grazie al coinvolgimento degli ex allievi della Star Rose Academy, diretta da Claudia Koll, e la stessa Claudia sarà protagonista, insieme a Bentivegna, nel raccontare le quattro storie che saranno il cuore della serata. 

I due si gioveranno dell’accompagnamento al pianoforte di Marco Ciardo e della voce di Enrica Arcuri che interpreterà delle canzoni in tema con la serata, classici di Elton John, di Fiorella Mannoia, dei Negramaro e di Rod Stewart. A Stefano Grillo è affidata una lettura dei dati del processo migratorio in Italia e nel mondo, un fenomeno universale e inarrestabile che affonda le proprie radici nella notte dei tempi. E da lontano (ma nemmeno tanto) passato proviene l’ultima storia di questo toccante spettacolo, quella di Maria, che attraverso la voce della Contadino ci rifarà vivere le emigrazioni di massa degli italiani in Argentina, conducendoci all’interno di un flusso, di un “ritmo universale della vita”, di un’unica comunità in cui riconoscere la propria identità. Per essere in grado di apprezzare e cogliere le differenze.
I protagonisti ce la metteranno tutta per emozionare il pubblico e offrire un interessante spunto di riflessione. In tempi dove si fa a gara a chi strilla di più, è già un passo avanti. Ci aspettano al Teatro Quirino Lunedì 27 aprile alle 20,30.

Paolo Leone



Si ringrazia l’ufficio stampa dell’evento, nelle persone di Alma Daddario e Nicoletta Chiorri.

23 aprile, 2015

Cendrillon (Cenerentola), testo e regia Joël Pommerat. Di Daria D.


Piccolo Teatro Strehler, Milano. Dal 22 al 26 aprile 2015

Una favola è gioiosa è fantastica è triste è crudele: è vera.
Cendrillon, nella rivisitazione, magica, toccante, a volte scioccante di Joël Pommerat, e che approda al Teatro Strehler per la prima volta, è una bimba che perde la madre, il suo punto di riferimento affettivo e morale, precipitando improvvisamente, come un uccellino indifeso che sbatte contro le pareti di vetro di una casa, nella Vita vera, dove le favole vanno in cenere, e i sogni diventano incubi, ai giochi subentrano le mansioni quotidiane, che puzzano di immondizia e del grasso dei fornelli da pulire.
Ecco che allora, la piccola Cenerentola, per continuare a far rivivere la madre, forse fraintendendo le ultime sue parole prima di spirare, si impegna a ricordarla in ogni momento della giornata. E quei momenti sono scanditi da un orologio che suona per ricordarle di ricordare. Come se, dimenticandosene, la madre smettesse di vivere per sempre.

FAMOSA. Un volo di farfalla. Di Paolo Leone


Roma, Teatro Brancaccino (via Mecenate 2). Dal 22 al 24 aprile 2015

Nel più gretto provincialismo, circondato da figure tristi nell’animo, pronte ad etichettare, ad insultare, ad emarginare, vive il piccolo Rocco Fiorella, simbolo di una diversità tanto temuta quanto respinta, fino alle estreme conseguenze del confinamento in un istituto per “ritardati mentali”. Un cliché purtroppo non limitato all’ipotetico paesino tratteggiato dalla straordinaria Alessandra Mortelliti nel suo emozionante monologo “Famosa”, in scena al Teatro Brancaccino dal 22 al 24 aprile. Ci sono spettacoli capaci di emozionare profondamente in poco meno di un’ora, che sfuggono talvolta nel marasma di una città come Roma, ma che quando se ne ripresenta l’occasione vanno visti assolutamente. Famosa è una storia drammatica ma interpretata con la leggerezza di una farfalla, costruita con pochissimi oggetti di scena, due sedie, un tavolino, una lampada ed una coperta. Ma a riempire il palcoscenico ci pensa la minuta Mortelliti, con la sua espressività, con la sua presenza scenica e soprattutto con la sua mimica facciale accurata e lo slang simil-ciociaro del suo tenero personaggio.

“Ritorno al presente”. Il valore dell’amicizia. Di Paolo Leone


Roma, Teatro Golden (Via Taranto 33). Dal 21 aprile al 17 maggio 2015

Foto Annalisa Borrelli
Inizia nel migliore dei modi il gran finale di stagione al Teatro Golden, con la nuova commedia del “quadrumvirato” ormai affermatissimo e composto dai fratelli Fornari, Andrea Maia e Vincenzo Sinopoli. Con Ritorno al presente, una graziosissima storia di amicizia e di affetti alle prese con l’impietoso trascorrere del tempo, si ha la piacevole sensazione di essere tornati ad assistere ad un teatro sì leggero, ma dalla storia ben scritta, plausibile, non povera di contenuti ma che anzi strizza l’occhio con eleganza a quei sentimenti che avevamo riposto in un angolino del nostro cervello ma che tutti abbiamo felicemente vissuto. Il cast proposto per questa dolce operazione è di tutto rispetto ma, soprattutto, si dimostra all’altezza della situazione in barba a chi storce il naso di fronte a personaggi che non calcano assiduamente le tavole dei palcoscenici. Un vizio tutto italiano.

22 aprile, 2015

L'INTRAMONTABILE MAGIA DI “GISELLE” AL TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI. Di Andrea Arionte



Napoli, Teatro San Carlo. Dal 14 al 19 aprile2015. Di Andrea Arionte

Settimana all’insegna della grande danza quella appena trascorsa al Teatro San Carlo di Napoli, il teatro d’opera più antico del mondo, che dopo sei anni ha riproposto sulla scena, nella versione coreografica di Ljudmilla Semenjaka, uno dei più bei capolavori romantici del balletto classico ottocentesco, Giselle, su musiche del compositore Adolphe Adam, ultimo spettacolo di danza previsto per la stagione in corso.
Andato in scena per la prima volta all’Opéra di Parigi il 28 giugno 1841, Giselle rappresenta la più alta espressione del genere dei ballet blanc (balletto bianco) al quale appartengono tutti quei titoli di repertorio incentrati sulla figura della ballerina eterea in tutù bianco, protagonista di un mondo diviso fra astrazione e realismo.

Folk a stelle e strisce tra le mura della chiesa Metodista di Roma. Foto e testo di Ivan Selloni


Il 12 maggio sarà presentato live alla chiesa Metodista di Roma l'album "Soul Whisperer" della cantautrice statunitense TEss.
TEss è una cantautrice statunitense di nascita ma cresciuta sotto l'influenza dell'Italia, il cui sound è stato paragonato a quello di Joni Mitchell, Ingrid Michaelson e Regina Spektor. Con l'album d'esordio autoprodotto The Rough Soul TEss ha girato gli Stati Uniti e l'Europa, dividendo il palco con artisti come Kings (USA), Rhò (Italia), St. Grandson (Belgio) e Franc Cinelli (Italia/UK), fino all'invito del produttore Damon Dash per un esclusivo showcase a New York City.
L’umanesimo, il romanticismo e la poesia si combinano insieme alla chitarra acustica e agli archi: sono questi gli strumenti che TEss utilizza per raggiungere il pubblico. In un'era in cui tutto è troppo veloce e tecnologico, la musica folk, nel suo approccio più tradizionale e quasi classicheggiante, è la protagonista. La voce eterea di TEss ed il suo modo unico di accompagnarsi con la chitarra acustica cattura gli ascoltatori, portandoli nel suo affascinante quanto disarmante, un po' eccentrico e decisamente incantevole mondo.
In soli tre giorni il crowdfunding per finanziare la realizzazione dell'album ha ottenuto il 60& del fund raising richiesto mettendosi così al primo posto dei trend topic di Indiego.
ecco il link dove poter ascoltare alcuni brani:




21 aprile, 2015

Feed the eyes, Feed the ears, Feed the mind CIBO PER GLI OCCHI, CIBO PER LE ORECCHIE, CIBO PER LA MENTE SEI MESI DI TEATRO, DANZA, MUSICA E CINEMA AL TEATRO DELL’ARTE



Una proposta di CRT MILANO e delLA TRIENNALE per accompagnare con una programmazione internazionale e multidisciplinare il periodo della EXPO MILANESE

Grande avvio con ELECTRIC BLUE NIGHT, due giornate per festeggiare il restyling del teatro che si presenta completamente rinnovato all’insegna del blu: un grande lampadario e nuovi colori progettati da Jacopo Foggini si presentano al pubblico con un insolito connubio di jazz, design e architettura il 17 aprile.

“Tarok”, la nuova serie web di Ciro Formisano, intervistato da Luca Treccia


Ciro Formisano
Tarok, serie web prodotta da Farocinema, per la regia di Ciro Formisano, sta spopolando nel Web, promossa dal Fatto quotidiano.it. La serie è un racconto tragicomico, che parla di un' esodata che per via del ministro Fornero si trova senza stipendio e senza pensione; decide così di leggere le carte a sprovveduti clienti per guadagnarsi da vivere. Protagonista della serie, nel ruolo di Assunta, una eccellente interprete come Rosaria De Cicco; la voce narrante in un gioco meta teatrale è di Sebastaino Somma, che interpreta il ruolo di "Voce", l'anima vera di Assunta, la sua coscienza, se così la possiamo definire. Un sit-com, che ricorda le tinte del cinema di Almadovar e dell'italianissimo Pappi Corsicato, a tal punto da scegliere nel cast una delle muse del cinema di Corsicato, come Cinzia Mirabella, che diviene l'alter ego "political scorret" della protagonista, innescando degli esilaranti scketc, dove vengono messi in scena il pagliaccio bianco e quello nero, tipico del teatro buffo. A completare il Cast, una schiera di eccellenti attori, come la bravissima Veronica Rega, amata dal grande pubblico per le numerose apparizioni TV e teatrali. Nella serie vi è inoltre una delle promessa del teatro Italiano, Pietro Pace. Ad impreziosire il cast, è presente anche la Youtuber da milioni di click Titina Maroncelli. Ci sono poi una una schiera di altri talenti, che si susseguono come clienti della starlunata cartomante: Francesco Monachesi, Giuseppe Orsillo, Martina Palmitesta, Fabrizio D'Alessio. La colonna sonora che accompagna la serie è di Kristian Sensini, il casting è curato da Andrea Axel Nobile. La serie è scritta e diretta da Ciro Formisano, talento nascente della regia, che dimostra sempre di più di avere uno stile deciso e ironico.

Come Nasce l'idea di Tarok?