24 ottobre, 2014

LA SCENA. Conflitto tra sessi, conflitti personali, alla ricerca della scena giusta. Di Paolo Leone


Roma, Teatro Ambra Jovinelli. Dal 23 ottobre al 2 novembre 2014

Ognuno di noi nasce, cresce, vive in una scena. Ognuno di noi interpreta una parte, che dipende dalla scena di un dato momento. Ad ogni elemento della scena si può attribuire un significato, che cambia tante volte, quanti sono i punti di osservazione. Questo è l’incipit de La scena, la nuova commedia di Cristina Comencini, rappresentata al Teatro Ambra Jovinelli dalla coppia femminile Monti – Finocchiaro e da Stefano Annoni, apparentemente l’agnello sacrificale della storia, ma solo apparentemente Punti di vista, scene differenti. Due amiche, l’una disinibita e a caccia perenne dell’uomo giusto, con netta precedenza al sesso, l’altra riflessiva, con la testa a posto, anche troppo, tanto da sublimare il suo bisogno incontrando uomini si, ma soltanto sul palcoscenico, non nella vita normale, verso la quale è ampiamente in credito. La prima che recita la sua parte con tutti, l’altra solo in teatro. Entrambe, in fondo, desiderose di amore, come chiunque. Come anche il giovane ragazzo rimorchiato da Maria, dopo una notte di alcol e passione, che al risveglio si trova in mutande in casa delle due amiche, confuso, tanto da scambiare l’una per l’altra. Comincia un gioco, inizialmente malizioso, ma che presto si trasforma in un processo di tutti contro tutti. Interrotto, alla fine, dalla violenta reazione dell’uomo, stanco di vedersi affibbiare la parte che lui non sente propria, rivendicando il suo diritto a non dover recitare per avere successo con le donne e nella società. Un gioco al massacro, da cui nessuno esce vincitore, tentando una improbabile rieducazione sentimentale reciproca. La necessità che emerge è invece quella di dover cambiare la scena, di crearne una nuova per poter vivere in armonia, donne e uomini, fuggendo dalle macerie di ogni nostro vissuto, compresa quella appena rappresentata sul palcoscenico dove, in fin dei conti, si gioca con la vita. L’unico posto, forse, in cui si è ancora si è liberi di farlo.

Il testo della Comencini, come sempre, è ricchissimo di riflessioni profonde, portate in scena con la leggerezza dell’ironia, del sorriso, mai della banalità. Delude un po’, però, la messa in opera delle sue argomentazioni, che complessivamente risulta un po’ macchinosa, senza quei guizzi che, ad esempio, brillavano in Due partite, la sua precedente opera teatrale. Intendiamoci, ben vengano spettacoli che non si limitano alla facile risata farcita di no-sense, ma sinceramente ci si aspettava di più, nel complesso. Considerato che una Prima, di solito, è un cantiere aperto, si spera che si provvederà a mettere mano registica ad alcuni “spigoli” che ostacolano la fluidità della commedia, rendendola in alcuni momenti troppo statica. Maria Amelia Monti e Angela Finocchiaro si confermano affiatate, capaci di alzare la tensione tra i tre personaggi e di bilanciare con i giusti tempi comici i momenti più drammatici, bravissime nel passare dal ruolo di sprezzanti inquisitrici a quello di vittime indifese. Il giovane Annoni, pur essendo l’elemento da contraltare, non incide più di tanto nella resa delle emozioni risultando, a tratti, sopra le righe.
Argomento di estrema attualità, quello dei conflitti tra il mondo maschile e femminile, due universi differenti e distanti, ma anche quello altrettanto serio dei conflitti interiori in ognuno di noi, dei rapporti difficili nelle nostre famiglie di provenienza, spesso causa di quelle “case terremotate da cui si deve fuggire”… cercando un’altra scena, che sia migliore.

Spettacolo interessante, ma con qualche ombra.

Paolo Leone


Compagnia ENFI Teatro – produzione di Michele Gentile, in coproduzione con Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia presentano: La Scena, di Cristina Comencini.

Con: Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti e Stefano Annoni.
Scene di Paola Comencini; Costumi di Cristiana Ricceri; Disegno luci di Sergio Rossi.
Regia di Cristina Comencini.
Organizzazione generale di Carmela Angelini.


Si ringrazia l’ufficio stampa del Teatro Ambra Jovinelli, nella persona di Maria Letizia Maffei.

SABINA GUZZANTI ED IL SUO LA TRATTATIVA INAUGURANO L’ERA DIGITALE DEL CINEMA VERDI. Di Francesco Vignaroli


Monte San Savino, Cinema-Teatro Verdi. Giovedì 23 Ottobre 2014

Nel difficile periodo che stiamo vivendo, in cui il settore culturale è tra i più colpiti dalla crisi come dimostra lo stillicidio di chiusure di sale cinematografiche un po’ in tutto il Paese (per restare in ambito locale, ricordo la recente, dolorosa scomparsa dello storico cinema Eden di Arezzo), fa davvero piacere poter raccontare, per una volta, una storia a lieto fine: è il caso del Cinema-Teatro Verdi di Monte San Savino, per il quale l’amministrazione comunale, come annunciato dalla comprensibilmente emozionata sindaca Margherita Scarpellini, ha deciso di compiere il grande salto acquistando un nuovo impianto per la proiezione digitale, garantendo così la prosecuzione dell’attività cinematografica accanto a quella teatrale ed offrendo alla popolazione della Valdichiana un punto di riferimento in più nell’ormai culturalmente impoverita realtà aretina.
Per celebrare degnamente il nuovo corso digitale (cominciato in realtà già da qualche settimana) con un’inaugurazione ufficiale, il Comune di Monte San Savino e Officine della Cultura hanno organizzato questa serata-evento invitando la regista e attrice romana Sabina Guzzanti a presentare il suo ultimo film La trattativa, primo appuntamento di un ciclo dedicato al cinema italiano.
Malgrado la febbre, l’autrice non ha rinunciato a presenziare all’evento, anzi: al termine della proiezione si è pure trattenuta a dialogare col pubblico (platea gremita) del delizioso Teatro Verdi per un’ora e mezza abbondante, soffermandosi su alcuni interessanti aspetti della lavorazione del film e riflettendo sull’attualità politica e sociale italiana, stimolata dalle domande dei presenti.

Frutto di una gestazione lunga quattro anni e caratterizzata da uno studio certosino di libri, documenti ed atti processuali, ma anche da difficoltà di ogni tipo e ripensamenti, La Trattativa, sesto lungometraggio di Sabina Guzzanti, è il coraggioso ed ambizioso tentativo di ricostruire un filo logico che aiuti a capire l’incredibile, sconcertante e labirintica vicenda dei rapporti tra lo Stato e la mafia durante i primi anni ’90 –argomento tornato prepotentemente d’attualità proprio in questi giorni-, anni drammatici caratterizzati dalla sanguinosa strategia stragista della mafia guidata da Totò Riina, che in quel periodo ha terrorizzato l’Italia intera riempiendola di bombe, salvo poi cessare di colpo le ostilità nel’94, pace coincisa con la cattura dell’allora capo di Cosa Nostra. Cosa ha prodotto questo nuovo equilibrio? Forse il raggiungimento di un accordo, frutto di una lunga trattativa, tra lo Stato e la mafia, come risulterebbe dalle testimonianze di alcuni pentiti e da varie prove emerse negli anni successivi, elementi che dimostrerebbero l’esistenza di interi settori “inquinati” della politica e delle istituzioni e che gettano comunque inquietanti ombre sul presente del nostro Paese? La Guzzanti ha realizzato il film con l’obiettivo preciso di porre questi interrogativi ed informare gli spettatori attenendosi rigorosamente ed esclusivamente a fatti solidamente provati e documentati, rendendosi quindi immune ad eventuali querele o tentativi di delegittimazione. Avvalendosi della collaborazione di un manipolo di ottimi attori teatrali siciliani, la regista ha deciso di raccontare questa intricata e terribile storia attraverso un film sperimentale in cui il materiale di repertorio -sia video che audio- si alterna senza soluzione di continuità alla finzione scenica, con gli attori (tra i quali la stessa Guzzanti, che comunque limita al minimo la propria presenza) impegnati a rievocare alcuni passaggi-chiave della vicenda aggiungendo ironia e pathos ad un copione rappresentato dalle carte processuali e dai verbali delle dichiarazioni dei pentiti; non un semplice documentario quindi, ma un interessante esperimento che mescola realtà e cinema, riuscendo così a trattare la materia in modo scorrevole e comprensibile; per sottolineare ironicamente (e realisticamente) l’impossibilità di distinguere nettamente i buoni dai cattivi in una storia così piena di buchi, depistaggi, reticenze e contraddizioni, alcuni degli attori –Sabina compresa- sono stati chiamati a recitare più ruoli distanti tra loro all’interno del film (lo stesso volto può impersonare sia un uomo di legge che un criminale), trasmettendo agli spettatori un profondo senso di disorientamento.
La trattativa rappresenta a mio giudizio il risultato migliore della pur ancor breve carriera registica di Sabina Guzzanti, un ottimo esempio di cinema di informazione e impegno civile, un film per sua stessa natura “maledetto” e  probabilmente destinato –purtroppo- a infoltire la schiera delle opere “invisibili”, vista la materia scottante e scomoda di cui si occupa. Ad autorizzare tale pessimistica previsione, formulata dalla stessa Guzzanti (che ha definito “un miracolo” l’uscita del film) nel corso della chiacchierata seguita alla proiezione, bastano forse le enormi difficoltà produttive –non trovando un finanziatore l’autrice ha dovuto investire di persona nel progetto- e distributive cui il film è andato incontro. Tra i vari retroscena emersi durante l’incontro col pubblico, la Guzzanti si è lamentata della totale indifferenza –quando non ostilità- dei mezzi d’informazione verso il film e del vuoto che le ha fatto intorno il mondo dello spettacolo. Un ultima curiosità: il titolo La trattativa è stato imposto dalla distribuzione mentre l’autrice, trovandolo troppo generico, avrebbe voluto il più esplicito Lo stato-mafia. Il film sarà ancora in programmazione al Verdi domani alle 21:40 e domenica 26 alle 17:30.

Francesco Vignaroli

SOFFI VITALI E MOMENTI ETERNI. Di Massimiliano Mura


L'ultimo lavoro di Claudia Conte ci racconta un'altra faccia dell'amore vero

“Cara Valentina, ti scrivo una lettera, cosa che non si usa più fare in quest'epoca di globalizzazione...”
Marco scrive una missiva alla sua innamorata Valentina, collega di uno dei tanti uffici dell'entrate di una città del nord. Dall'inizio della lettera si possono capire e chiedersi tante cose: chi è che scrive lettere cartacee in un mondo dove Facebook, Whatsapp, Twitter e caselle postali elettroniche ne fanno da padrona; davvero i romantici sono fuori moda, snobbati dalla società moderna in una fase dove li danno, addirittura, in estinzione; ma soprattutto, chi è Valentina e cosa c'è scritto nel seguito della lettera da rendere il libro di Claudia Conte appetibile ai lettori che sognano ancora il vero amore?

Soffi Vitali è l'ultimo dei progetti andati a buon fine di Claudia Conte, giovane artista (nata a Cassino solo 22 anni fa ), ma con alle spalle una carriera che può far invidia a chi, di arte ne fa di pane quotidiano da un'intera vita: teatro, cinema, presentazioni spettacoli, autrice di altri libri, nonché redattrice di giornali e riviste di cultura e spettacolo.

Soffi Vitali è una sorta di resoconto biografico o, se vogliamo entrare nel lato più romantico, una specie di diario segreto, dove si tiene traccia di una parte importante del protagonista, Marco, dove però è la stessa Claudia a proporsi come sua scrittrice confidente. Così veniamo a sapere che Marco, dal carattere timido, romantico, poetico, sensibile ed emotivo, si ritrova, in età non più giovanile, ad  inseguire il vero amore. Il suo sogno si realizza quando incontra e conosce Valentina. Attraverso una serie di corrispondenze letterali, di sms e di incontri furtivi, Marco e Valentina scoprono di amarsi ed incominciano a vivere uno di quegli amori che tutti sognano: passionale, romantico, eterno, insuperabile, indicibile...clandestino!
In poche parole un amore da film.
Tuttavia, Soffi Vitali non è come un vero “caro diario”, dove quello che scrivi ti serve per fare previsioni e accorgerti se si avverano; non è neanche quello strumento che ti permette di rileggere “le pagine della tua vita”  e scoprire quanto sei cambiato. Anzi la verità è che Marco scopre proprio di non esserlo affatto e di capire che dentro di lui c'è  sempre stato qualcosa di vero, di raro, di unico, ma uscito solo grazie ad emozioni che non è riuscito (o voluto) a frenare grazie alla complicità emotiva irrefrenabile di Valentina.
Così Claudia ci porta, tenendoci col fiato sospeso, nella vita sentimentale di Marco, dove le certezze si scontrano con gli imprevisti, dove Amore, con la A maiuscola,  a volte non fa rima con fedeltà, tuttavia non lo rende meno vero di quanto possano credere gli scettici o coloro che lo rinnegano solo perché non hanno avuto la possibilità di viverlo. D'altronde chi può dire che il vero amore esiste se non lo si vive credendo in lui?
L'epilogo della storia non è scontato ed è degno di essere letto.
Claudia Conte non tradisce le attese, anche se, nel prologo del libro, ammette che: “…lo scrivo soltanto, non considerando concretamente che altri potranno leggerlo… L’ho scritta  perché è una storia che suscita emozioni; le ha sicuramente suscitate in me e, magari, lo farà anche chi ipoteticamente avrà l'opportunità di leggerla sotto una sua eventuale, futura, canonica forma di libro.”
E libro fu.
Ma Soffi Vitali   non è solo un libro, ma un insieme di parole fluide, scorrevoli, chiare e trasparenti, che si cercano, si trovano, si compongono e fanno amicizia; poi si conoscono tra le righe, si scompongono  e si scoprono innamorate; e da innamorate reagiscono come farebbe qualunque cosa, o qualunque persona, attratta da inspiegabili proprietà chimiche, come accade a Marco e a Valentina. Alla fine, però i due amanti dovranno fare i conti con la grammatica  del loro passato, che li chiederà di correggere quegli errori che per loro sono solo il frutto di una favola. Saranno disposti a farlo?   


Massimiliano Mura

VIAGGIO ATTRAVERSO L'IMPOSSIBILE - sogni di cinema, a cura di Francesco Vignaroli. Recensione 28: "Giù la testa"


GIU’ LA TESTA        ITALIA  1971  151’  COLORE

REGIA:  SERGIO LEONE

INTERPRETI: ROD STEIGER, JAMES COBURN, ROMOLO VALLI, MARIA MONTI, RIK BATTAGLIA

EDIZIONE DVD: SI’, distribuito da CVC


Ricercato in patria, il terrorista irlandese John -detto Sean- Mallory (Coburn), mago degli esplosivi, sbarca in Messico per cominciare una nuova vita; ma lungo il cammino si imbatte nel pittoresco bandito Juan Miranda (Steiger), che cerca in tutti i modi di convincerlo ad unirsi a lui per rapinare la banca di Mesa Verde fino a coinvolgerlo, involontariamente, nella Rivoluzione messicana di Villa e Zapata, stravolgendo così i suoi progetti iniziali. Riaccesosi in lui l’ardore rivoluzionario, l’irlandese decide di accettare la proposta del messicano, ufficialmente per rapinare la banca di Mesa Verde mentre, in realtà, il furbo John sfrutta l’ingenuo Juan per i suoi nuovi scopi, trasformandolo in inconsapevole eroe della Rivoluzione: la banca è stata da poco adibita a prigione politica e l’ardito assalto di Juan (ben armato di dinamite da John), che credeva di trovare l’oro, porta invece alla liberazione di numerosi rivoluzionari. Dopo aver perso l’intera famiglia nel corso di una feroce rappresaglia governativa, Juan non può più tirarsi indietro, mentre John si trova a rivivere la stessa situazione che in passato lo aveva costretto a compiere una dolorosa scelta…

Superata la sbornia della Trilogia del Dollaro, ciclo che gli ha garantito successo & immortalità, e chiusa la fase western con il crepuscolare C’era una volta il West (1968) Leone, fiutando forse l’aria di impegno degli anni ’70 e rispondendo così alle critiche di lo accusava di realizzare opere formalmente impeccabili ma povere di contenuti “ideologici”, gira il suo film più politico e impegnato e forse anche quello meno apprezzato all’epoca e più sottovalutato oggi, “stritolato” com’è tra i western dei ’60 da una parte ed il capolavoro/testamento C’era una volta in America – un western moderno- dall’altra: rispolverando l’arcinota espressione manzoniana potremmo definire Giù la testa, per ciò che concerne il suo grado di popolarità rispetto agli altri film del regista, come un vaso di terracotta in mezzo a vasi di ferro, fermo restando che, almeno a parere mio, la condizione di relativo oblio (anche se in TV passa regolarmente) e disinteresse che patisce presso il grande pubblico –caso unico tra le opere di Leone, esordi “storici” esclusi- , è decisamente immeritata mentre, al contrario, numerosi sono i motivi di interesse e i meriti che giustificano la riscoperta di questa pellicola, come spero di riuscire a dimostrare con quanto segue.
Essenzialmente, in Giù la testa Leone ripropone, almeno nella prima ora e mezza di film, lo stile narrativo del fortunatissimo Il buono, il brutto e il cattivo: avventure picaresche tra l’epico e lo scanzonato, con la netta impressione che il regista non si prenda mai sul serio fino in fondo; la parte comico/farsesca poggia interamente sulle spalle di un ottimo Rod Steiger, il cui personaggio Juan può essere considerato come il fratello minore di Tuco, il “brutto” de Il buono, il brutto e il cattivo reso indimenticabile dal grande Eli Wallach, scomparso recentemente. Ma, rispetto al capitolo conclusivo della Trilogia del Dollaro, l’avventura viene qui arricchita di quelle sfumature ideologiche e psicologiche pressoché inesistenti in esso come nei precedenti due western e soltanto accennate, invece, in C’era una volta il west, forse il primo, timido segnale dell’imminente svolta “ideologica” di Leone; nell’ultima ora di film –scandita dalla scena-spartiacque del ritrovamento nelle grotte dei corpi dei figli di Juan e di tutti gli altri rivoluzionari- sparisce ogni residuo di commedia e si assiste invece ad una decisa impennata drammatica della storia, poiché ai personaggi, ormai tutti inestricabilmente dentro alla Rivoluzione, tocca il compito di andare fino in fondo ( e nel caso di uno di essi, in senso letterale…). Già ne Il buono, il brutto e il cattivo si assiste all’irruzione della Storia –la guerra civile americana- nelle vicende private dei personaggi ma essi, tuttavia, coerentemente alle sceneggiatura “edonistica” ed egoistica del film, rimangono sostanzialmente estranei ai cruciali avvenimenti che si compiono attorno a loro, interessandosene soltanto nel caso in cui tali eventi risultino utili o dannosi al loro tornaconto. E così, il “Biondo” e Tuco attraversano le trincee nordiste non come protagonisti sul campo, bensì come due corpi estranei, due elementi spuri immersi nel proprio mondo, e risolvono la sanguinosa battaglia sul ponte solo per poter attraversare il fiume e raggiungere così il cimitero dove è nascosto l’oro: la guerra è soltanto una presenza in sottofondo oppure, ribaltando la prospettiva leoniana, potremmo dire che sono i due protagonisti a fare da comparse (una sorta di ossimoro narrativo), una coppia di sagome sfocate nel bel mezzo della guerra civile, cioè il “vero” evento. In Giù la testa invece la Storia, rappresentata dalla rivoluzione dei peones messicani guidati da Pancho Villa ed Emiliano Zapata, è pienamente organica alla storia -con la “s” minuscola- del film, al punto tale da legarsi a doppio filo alle vite dei protagonisti anche perché, per la prima volta nel cinema di Leone, uno di essi, cioè John, non agisce spinto da meri interessi personali –anche se all’inizio, prima dell’incontro/scontro con Juan, parrebbe di sì-, essendo animato invece da quegli “ideali superiori” –giusti o sbagliati che siano, qui non ha importanza- in nome dei quali sacrificare la propria vita: la vicenda assume quello spessore tanto invocato dai detrattori del regista, frutto di una sceneggiatura finalmente (sempre secondo i suddetti) di ampio respiro, che “guarda oltre”. Che l’aria sia cambiata lo si può percepire subito, leggendo le parole di Mao che precedono l’inizio del film: “LA RIVOLUZIONE NON E’ UN PRANZO DI GALA […] LA RIVOLUZIONE E’ UN ATTO DI VIOLENZA”; in realtà però, Leone non affronta la questione adottando il punto di vista dei “grandi”, dei potenti, degli strateghi, cercando invece di esprimere le opinioni in tema di rivoluzione che appartengono alla base, agli umili, a quelli che la rivoluzione la subiscono poiché la fanno combattendo, cioè ai soldati, quale è l’esule John, il principale polo ideologico del film, disilluso membro dell’IRA che, nonostante abbia già una rivoluzione fallita alle spalle, non sa resistere al richiamo dei propri ideali; e quale diventa il sottoproletario Juan, il protagonista del film e il rappresentante più genuino e vero del “popolo” in quanto privo di cultura e di indottrinamento e quindi non ancora “inquinato” dall’alta retorica delle ideologie “di carta”, come dimostra la sua disarmante descrizione della rivoluzione, analisi di fronte alla quale John non può che rimanere ammutolito e, anzi, alla fine alzare pure bandiera bianca, gettando nel fango (un gesto davvero significativo) il libro The Patriotism, ossia la propria ideologia di carta, che già stava leggendo con scarso entusiasmo: “QUELLI CHE SANNO LEGGERE I LIBRI VANNO DA QUELLI CHE NON SANNO LEGGERE I LIBRI, I POVERACCI, E GLI DICONO ‘QUI CI VUOLE UN CAMBIAMENTO’! E LA POVERA GENTE FA IL CAMBIAMENTO; E POI I PIU’ FURBI DI QUELLI CHE LEGGONO I LIBRI SI SIEDONO INTORNO A UN TAVOLO E PARLANO…PARLANO…E MANGIANO! PARLANO E MANGIANO! E INTANTO CHE FINE HA FATTO LA POVERA GENTE?…TUTTI MORTI! E PORCA TROIA! LO SAI CHE SUCCEDE DOPO? NIENTE! TUTTO TORNA COME PRIMA! Una perentoria disamina di chirurgica precisione, che mette in mostra tutta l’insospettata riflessività di Juan e manda in crisi le già precarie certezze di John; a noi spettatori il compito di decidere se tacciare questo sfogo (che forse esprime il parere del regista) di qualunquismo, di populismo, oppure considerarlo giusto…Che Leone parteggi per i peones e diffidi invece degli ideologi, dei burocrati, ossia dei borghesi è testimoniato in maniera fin troppo evidente dalla presenza di un personaggio come il dottor Villega, la mente dell’organizzazione (cui dà corpo e voce il bravissimo Romolo Valli): è proprio lui che cede alle torture degli uomini del nazistoide colonnello governativo Günther Reza, finendo per tradire i compagni; per John si tratta di un inquietante –e forse un po’ troppo schematico- deja vu: già in Irlanda aveva subìto un tradimento e proprio dall’amico ideologo che lo aveva iniziato alla causa, alter ego di Villega…Se ciò non bastasse, Leone esprime chiaramente il concetto già all’inizio del film, nella surreale sequenza della rapina alla diligenza: il trattamento discriminatorio e razzista che gli ignari “campioni” borghesi –tra i quali spiccano il reverendo e la Signora-per-bene-, mangiando e parlando (100% leoniani i primi piani sulle bocche che masticano il cibo), proprio come dirà più avanti Juan, riservano al “povero” peone appena salito a bordo, mette a nudo tutta la mostruosità e lo squallore morale che li caratterizzano…ma Juan, in realtà, è un lupo travestito da agnello e subisce in silenzio tutte le angherie e le umiliazioni usategli dai rispettabili membri dell’alta società soltanto perché pregusta già l’imminente vendetta: e con l’aiuto del padre e dei sei figli andrà ben oltre la semplice rapina, impartendo ai signori un’indimenticabile lezione-contrappasso che ha il sapore del risarcimento morale, della rivalsa degli ultimi sui primi…Tale è la divertita ferocia con cui Leone mette qui alla berlina la classe borghese che, almeno per un attimo, sembra quasi di trovarsi in un film di Luis Bunuel, il fustigatore della borghesia par excellence
Non c’è veramente motivo di dilungarsi sulla valutazione dell’opera dal punto di vista tecnico ed estetico, specie se avete familiarità con il cinema di Leone: in Giù la testa si assiste al consueto splendore formale cui il regista ci ha abituato IN OGNI SUO FILM, merito che va anche all’affiatato gruppo dei suoi abituali collaboratori, e tutto ciò si traduce in: attenzione maniacale ad ogni singolo dettaglio; magniloquenti scene d’azione coreografate alla perfezione; dialoghi che si imprimono nella memoria al primo ascolto; ultimo, ma non per importanza, simbiosi totale tra le immagini e le musiche di Ennio Morricone, che firma per l’occasione una delle sue migliori e più emozionanti colonne sonore di sempre (tra i brani, il celebre tema fischiettato Sean Sean). Almeno due le sequenze da antologia: la già citata scena iniziale della diligenza e l’assalto di Juan e famiglia alla banca. Una piccola e curiosa perla di ironia kitsch, invece, la scritta in sovrimpressione sopra la figura di John che compare come un miraggio agli occhi di Juan che, dopo aver assistito ad una dimostrazione pratica delle competenze tecniche del dinamitardo irlandese, vede in lui la chiave d’accesso per le porte del paradiso: la banca di Mesa Verde.
Grande prova degli attori, con la “strana coppia” Coburn-Steiger che gira a meraviglia, trovando un amalgama tutt’altro che scontato…davvero indimenticabili i dentoni di John che sorride sotto i baffi, come pure le buffonerie di Juan, con Rod Steiger che regge alla pari il confronto a distanza con Eli Wallach ed il “suo” Tuco.
L’unico vero appunto che mi sento di muovere al film riguarda un aspetto della sceneggiatura, ossia l’atteggiamento ondivago dei protagonisti che, perennemente in balìa degli eventi, finiscono per venirne condizionati operando in base ad essi le proprie scelte (dominio del caso) e dimostrando così scarsa coerenza; se tale impostazione narrativa risulta perfettamente congeniale ad una commedia avventurosa di stampo picaresco come Il buono, il brutto e il cattivo, in un film di dichiarate ambizioni ideologiche come Giù la testa trovo che questo elemento sia poco convincente e finisca, anzi, per togliere un po’ di credibilità alla vicenda: si può pure giustificare l’incoerenza del sottoproletario e “rivoluzionario per caso” Juan, del quale non capiamo mai se faccia l’eroe per convenienza, necessità o se, sotto una maschera di finto cinismo, compia delle scelte volontarie e consapevoli (in fondo sta anche qui il gioco comico); ma certe improvvise retromarce stonano di più in John, che pure si autoproclama rivoluzionario, e che in teoria rappresenta il modello del guerrigliero idealista. Eppure, se l’ex-terrorista irlandese si unisce alla causa dei rivoluzionari messicani è solo perché Juan gli ha accoppato il futuro datore di lavoro: John era arrivato in Messico per rifarsi una vita ed utilizzare la sua dinamite non più per uccidere, ma solo per cercare filoni d’argento nelle montagne. E ancora: dopo la feroce repressione governativa che ha praticamente smantellato l’organizzazione e dopo aver scoperto il tradimento di Villega, uno scoraggiato John sembra cedere alle lusinghe della proposta di Juan, cioè emigrare in America per rapinare banche…ma i due, scendendo dal treno, anziché verso il confine si ritrovano tra le braccia dei peones esultanti per la caduta del governatore: sono di nuovo tra le braccia della Rivoluzione. Vero è che la mancanza di coerenza, caratteristica tipicamente umana, aggiunge realismo e veridicità ai personaggi, ma in questo caso probabilmente è anche sintomo delle incertezze del regista circa la direzione da imprimere ad una storia in cui, come si è visto, non tutti i nodi vengono al pettine e dove si rimane sospesi tra commedia e dramma, fermo restando il notevole fascino avventuroso del film e l’indiscusso talento affabulatorio di Leone che in Giù la testa, come ho accennato in apertura, non si prende troppo sul serio, e questo costituisce al tempo stesso il maggior pregio (godibilità della storia, suggestivo mix tra umorismo e idealismo) ed il maggior limite del film (fu vera gloria???)…
Un po’ invadenti, infine, per quanto esplicativi, i flashback al rallentatore sul passato di John, che peccano forse di eccessiva lunghezza.

In conclusione, Giù la testa è un film incoerente e un po’ prolisso ma al tempo stesso coinvolgente ed affascinante nella sua disomogeneità; l’inedito impasto “ideocomico” lo rende un’opera unica e per questo non trascurabile nella carriera di Leone, un film che fila via come un treno sul doppio binario della commedia avventurosa e dell’idealismo, pur con alcuni scambi un po’ intricati (ovvero indecisioni ed eccessi didascalici) che ne rallentano un po’ la corsa, ma si tratta di peccati più che perdonabili vista la trascinante passione con cui il regista ci racconta questo suo ennesimo sogno smisurato, finendo inesorabilmente per catturarci all’interno del suo mondo. Nell’attuale panorama cinematografico italiano -con qualche eccezione- si sente davvero la mancanza di un regista in grado di pensare in grande come Sergio Leone!

In DVD il film è disponibile sia in edizione singola che nel bel cofanetto a sei dischi, uscito una decina d’anni fa, contenente i quattro western precedenti oltre all’interessante documentario su Sergio Leone I sogni nel mirino, realizzato da Luca Morsella.
Se invece volete vederlo in televisione, verrà trasmesso domenica 26 Ottobre su RETE 4, ore 21:30.


Francesco Vignaroli

23 ottobre, 2014

L’Area M. Un nuovo centro musicale per Milano! Di Daria D.


Il 22 ottobre 2014 la città di Milano si è arricchita di un nuovo cuore pulsante di musica: l’Area M. Infatti M sta per Musica jazz (e non solo), e al Teatro Menotti dove si è svolta la conferenza stampa, è stato presentato il programma di questo innovativo quartiere dedicato alla musica, nella zona 3 della città.
Diamo perciò un benvenuto caloroso e pieno di speranze ad un area dove, a differenza di quella C,  non ci sono limiti di orari, non si rischia di prendere multe e non ci sono divieti, ma vigerà solo la voglia di fare musica, di incontrarsi, di discutere, di socializzare, di scambiarsi idee ed esperienze, il tutto a ritmo di jazz. Forse ci sembrerà di essere a New Orleans, forse a Soweto, a Copenaghen, a Rio de Janeiro, o forse no. Sarà semplicemente Milano, città che, unica in Italia, sta entrando nel futuro con forza e grande volontà, anche se gli ostacoli non mancano. Ma le eccellenze ci sono, la creatività non manca, l’arte e la cultura trovano un terreno fertile e la gente che decide di rimanere, andarsene sarebbe più facile, è testarda, combattiva e qui, nell' Area M saprà usare la musica per farsi sentire: loud and clear.

“TROCKS”, EN TRAVESTI E’ BELLO. Di Chiara Pedretti


Tornano a Milano, dopo qualche anno di assenza, Les Ballets Trockadero de Monte Carlo, la compagnia di danza formata da soli uomini ma che rivestono ruoli femminili.

Non sembrerebbe possibile che un intero gruppo formato da soli uomini possa presentare Il Lago dei Cigni o Esmeralda o qualsiasi altro balletto classico. E invece sì: sono il gruppo en travesti più longevo e famoso al mondo. I Trocks, come sono comunemente chiamati, compiono quarant’anni e Milano è fra le tappe del loro attuale tour. Bravissimi, tecnicamente ineccepibili e anche di una simpatia che travolge, hanno strappato tantissimi e meritati applausi al pubblico del Teatro Nuovo.

22 ottobre, 2014

Georgios Katsantonis, un nome che entra nel panorama accademico italiano. Di Luca Stracci


Borsista della Fondazione Onassis per il dottorato in Lingua, Letteratura e Civiltà Italiana in Svizzera Italiana. Ha già curato due libri: Critica teatrale. Codici di lettura scenica (Edizioni Accademiche Italiane, 2014), Le opere di Eduardo De Filippo sul palcoscenico greco (Feltrinelli.it, 2013). E adesso sta preparando le sue valigie per il Convegno Internazionale a Napoli  "̎Eduardo e Il teatro del mondo".

Come è cominciato il suo impegno nelle discipline della storia del teatro e dello spettacolo?

Sono laureato in Studi teatrali in Grecia presso l’Università degli studi di Patrasso portando a termine un percorso completamente strutturato sulla drammaturgia antica, moderna e contemporanea. Nel mio Paese, ho pubblicato una serie di articoli specializzati nel ramo degli studi teatrali. Per perfezionare tali studi, ho conseguito il Master di secondo livello in Letteratura, Scrittura e Critica teatrale presso l’Università degli studi di Napoli Federico II. La mia ricerca scientifica ha trovato coronamento nella pubblicazione di una monografia dal titolo Le opere di Eduardo De Filippo sul palcoscenico greco (2013)  e un libro sulla critica teatrale ed i suoi aspetti specifici Critica teatrale: Codici di lettura scenica (2014) con  i contributi di Giulio Baffi, Mario Bianchi, Rossella Menna, Roberto Rinaldi e Oliviero Ponte Di Pino.  Vorrei cogliere l’ occasione per ringraziare tutti, uno per uno, per le loro perle di saggezza.

A che tipo di lettore sono diretti i suoi libri?

Tutti insieme contro la Violenza, tra spettacolo e sociale. Di Claudia Conte


Il 20 Ottobre 2014, in orario pomeridiano, nello Spazio Film Commission Roma Lazio presso Villaggio Ospitalita’ Festival di Roma – Auditorium Parco della Musica fronte Red Carpet, all’interno delle iniziative della Associazione culturale Romarteventi, la cui Responsabile Organizzativa e’ Francesca Piggianelli , e' stato presentato al pubblico  il progetto fotografico con proiezione video – NO VIOLENCE di Michele Simolo, gestito dall’Associazione Occhio dell’Arte.
L' evento, collaterale all'interno del festival del cinema di Roma, ha visto in esposizione anche alcune immagini di questo fotografo  tratte da un suo progetto di sensibilizzazione a favore della Donna gestito dall'Occhio dell'Arte e che ha visto aderire fin nei mesi scorsi alcune attrici del mondo dello spettacolo e persone dal lavoro comune. Oltre la Piggianelli e il Simolo, nonché tutti i graditi ospiti intervenuti: L'attrice Elisabetta Pellini, l'attrice e scrittrice Claudia Conte, Autore regista Tiro Mancino, la Cantante Daniela Parrozzani, l'attore Vincenzo Bocciarelli, l'Hairstylist Lino Sorrentino, l'attore e regista Emanuele Ajello, l'attrice Erika Kamese, Avv.Francesco Ruscio, Attrice presentatrice Antonella Salvucci Fabrizio Pacifici, l'editore giornalista Giò Di Giorgio.

21 ottobre, 2014

“La coscienza di Zeno spiegata al popolo - Goulash Blues Explosion”, di Stefano Dongetti con la regia di Paolo Rossi. Di Daria D.


Teatro Litta, Milano. Dal 16 al 26 ottobre 2014

“La vita non è né brutta né bella, ma è originale!” secondo il grande autore triestino Italo Svevo che nacque, con il nome di Aron Hector Schmitz, a Trieste nel 1861.  E originale è il modo in cui la sua “Coscienza di Zeno” scritta nel 1923  viene proposta agli spettatori, più che mai felici di far parte di quel “popolo” che, o non l’ha mai letta oppure  sentirà il desiderio di rileggerla, dopo questo  divertente e irriverente ripasso firmato dalla zampa graffiante di Paolo Rossi e di Stefano Dongetti di Pupkin Cabaret.  Perché, si sa, i classici sono eterni, e se uno spettacolo teatrale ci sprona a riprenderli in mano con occhi nuovi e altrettanta curiosità, ha senz’altro fatto centro nel suo scopo educativo e ludico.

20 ottobre, 2014

“Vocazione” di Danio Manfredini. La vocazione invisibile. Di Cristina Zanotto


Teatro delle Passioni, Modena, Festival Vie – Modena. Sabato 11 ottobre 2014

Ho rivisto Manfredini dopo quasi sette anni.
La prima volta lo vidi sul palco per lo spettacolo Il Sacro segno dei Mostri, sempre all’interno del Vie Festival a Modena.
Questa volta lo ritrovo, sempre sullo stesso palco, con lo spettacolo Vocazione.
Con la parola vocazione si individua una persona che ha un trasporto innato nel vivere un certo tipo di vita, che ha una particolare sensibilità.

La vocazione, qualcosa di forte che spinge la persona a intraprendere una strada che sente dal di dentro, che è quella e quella soltanto. Vocazione è sacrificio, passione, amore incondizionato verso qualcosa che non sai nemmeno se ti farà bene, se ti farà felice.
Vocazione è un istinto a percorre una strada che non sai bene nemmeno tu dove finisce.

Manfredini porta in scena Vocazione, un viaggio se vogliamo nei meandri intimi dei pensieri dell’attore, nelle sue paure, nel desiderio di diventare qualcuno, di essere ricordato, la paura del fallimento, la rassegnazione nella vecchiaia.