27 maggio, 2015

Marco Mengoni. “Esseri umani”: un messaggio d'amore universale. Di Giuseppe Sanfilippo


Marco Mengoni ci ha regalato il suo ultimo successo dal titolo “Essere umani”, un brano che dona un messaggio d'amore, di fiducia e di coraggio. Ci parla dell'umanità, protagonista delle disunioni, quando lontana dall’amore, dove i momenti di rottura non sono una fine, bensì la possibilità di credere negli esseri umani fatti da individui capaci di costruire un nuovo capitolo. In un contesto in cui è fondamentale stare insieme, prenderci le mani l’uno all’altro, perché tutti gli uomini, come tanti, hanno da donare un contributo, stando uniti, con umiltà, credendo nelle facoltà di ognuno. “Credo negli esseri umani” dice il brano, esalta quindi l’importanza dell’uguaglianza, l’unica via che porta a costruire e trovare nuovi approcci, soluzioni in un periodo buio, come i giorni che viviamo. Il tutto può essere affrontato con l’amore, perché questo vince e ha sempre vinto. C’è bisogno in questo tempo di uomini che siano esseri umani, che lascino andare il proprio cuore all’amore per la vita, alla ricchezza di camminare, facendo non per sé, bensì per gli altri, perché solo operando per gli altri e per il bene comune si fa anche per se stessi. La disunione non conduce a trovare vie di benessere personale e individuale. “Credo negli esseri umani”, gli stessi che sono autori del loro vissuto, delle loro opere nate dall'amore, lo stesso che permette ad ogni uomo di vedere la realtà come esseri umani, tutti semplici, dove non c'è chi è più grande e più piccolo, ma ognuno va trattato nella sua dignità. L'autore poi invita qualcuno ad afferrare la propria mano e rialzarsi, “tu puoi fidarti di me.. Io sono uno qualunque uno dei tanti, uguale a te”, alludendo così a un contesto in cui gli uomini non si fidano l'uno dell'altro e quindi vedono solamente delle maschere che fanno temere, che portano ad isolamenti, molta tristezza, lontananza dall'amore; in cui si è fragili, di una fragilità di cui nessuno è escluso.
Dice “Oggi la gente ti giudica, per quale immagine hai. Vede soltanto le maschere, e non sa nemmeno chi sei”. proprio qui esalta l’essenza della fragilità di ogni uomo; lo stesso che appare in un modo che non conosciamo, che si maschera per nascondere la propria fragilità. La stessa che porta l’uomo a dire a se stesso “Devi mostrarti invincibile, collezionare trofei” pensando che questi possano servire per stare bene, scappare dalla fragilità, essere migliore e accettabile per gli altri… trofei a cui attribuiamo le uniche vie per affermarsi in questa vita, ma in realtà non servono, non portano a essere migliori e nemmeno ad affermarti del mondo, poiché solo stando insieme nella parità e vivendo d’amore con umiltà  arriva la felicità dell’uomo. I trofei non servono per conoscere se stessi, per trovare se stessi, sono una via di un tentativo invano per colmare la propria fragilità, ma “quando piangi in silenzio, scopri davvero chi sei” e quindi quello che possiedi materialmente non e la felicità, e quindi scopri chi sei: solo un essere umano, al di là di quei trofei che conducono l'uomo a non sapere “nemmeno chi sei” a non avere più un'identità. “Che splendore che sei, nella tua fragilità” afferma l’autore, per dire che è una caratteristica bella l’essere fragili e mai negativa, un aspetto che non bisogna nascondere, perché la fragilità è una ricchezza che crea l’amore, che unisce gli uomini, e per tale ragione chi lo sa guardare (chi ha amore)  dice “Credo negli esseri umani che hanno il coraggio di esseri umani”: il coraggio di non nascodersi, di aprire i propri sentimenti. Non bisogna avere paura della propria fragilità, non bisogna nasconderla, ma condividerla con gli altri, perché anch’essi sono fragili di fronte a una realtà che accomuna tutti, qui dove solo insieme si può affrontare tutto, attraverso l’amore che non ha bisogno di uomini che devono apparire, ma capaci solamente di essere semplicemente esseri umani. “Amiamoci” è l’invito dell’autore nel suo brano, perché l’amore vincerà, solo l’amore porta alla vittoria, se non c’è allora l’uomo non vincerà mai nessuna battaglia. Pensiamo al nostro Paese: se è divenuto una Repubblica, se ha sconfitto il Fascismo e la guerra… se dopo ha vissuto il boom economico lo è stato per un popolo unito dalla propria semplicità, dall'unione e sopratutto dall'amore per l'uno e per l'altro. Amore che ha generato e unito piccoli progetti, che uniti sono divenuti grandi, grazie agli esseri umani, ognuno con la sua voce, verso la fondazione di una vita migliore; esseri umani tra cui non c'era chi collezionava trofei, ma che avevano idee per costruire; esseri umani che non operavano per se stessi, ma per l'uno e l'altro, con l’amore, il vero strumento della vittoria e del successo. Esseri umani semplici fatti d'amore puro e reale. Esseri umani che vivono delle imperfezioni, di cui sono autori, ma esseri umani fatti di cuori grandi, che quando si fanno afferare dall'amore questo li fa vincere; l'amore che ha vinto e vince sempre così come sempre vincerà: “L’amore, amore, amore ha vinto, vince, vincerà, credo negli esseri umani... Credo negli esseri umani… credo negli esseri umani... che hanno coraggio, coraggio di essere umani” dice Mengoni esaltando l'invito a guardarsi dentro e vedere cosa sei, ossia un essere umano come tanti. Esseri umani, ma che si sono dimenticati di essere esseri umani. Un importante messaggio quello di Marco Mengoni, a cui faccio un grande complimento e a cui esprimo la mia ammirazione; un autore, un osservatore di grande cuore, nobile, con il suo messaggio che ci insegna da dove dobbiamo partire per essere felici: dall'amore. un autore che ha compreso bene cosa gli esseri umani devono curare in se - l'amore - e ciò vale a livello universale. Un autore che come ogni essere umano ha scritto una poesia, una sua riflessione filosofica con il titolo di “Essere umano”, di fronte a esseri umani che prendano il coraggio di curare il proprio sé, aiutandosi e stando insieme. E tutti noi siamo uno come tanti, uguali agli altri, capaci di tirar fuori la nostra facoltà di costruire un mondo migliore, attraverso l'amore, proprio perché esseri umani. Grande Marco Mengoni, che in questo testo si collega a ciò che da ormai da tempo dico a tutti: “dobbiamo partire da noi stessi, dai nostri cuori che non dialogano, portando alla freddezza dei sentimenti… da tempo ci siamo dimenticati di essere semplicemente degli esseri umani”. Un messaggio che tutti dobbiamo cogliere: crediamo i noi stessi, crediamo nell’uno e nell’altro (mettendo da parte i valori che attribuiamo ai trofei) e quindi facciamo fuoriuscire da noi la facoltà d'amore e aiutiamo anche gli altri a tirarla fuori; operiamo con l'amore per vincere ogni battaglia e troveremo solo così equilibrio, benessere e felicità.

Giuseppe Sanfilippo

26 maggio, 2015

“TORNERANNO I PRATI”: OLMI RACCONTA LA PRIMA GUERRA MONDIALE. Di Francesco Vignaroli


Cortona, Cinema Teatro Signorelli. Sabato 23 Maggio 2015, ore 11:00

Prima guerra mondiale, fronte italo-austriaco, inverno. La vita di trincea di un battaglione italiano sepolto sotto metri di neve sulle Alpi. Il freddo. La paura. La fame. Le epidemie. La nostalgia di casa. Le lettere, le foto. L’attesa snervante. La quiete, e l’irrompere improvviso del caos. Un silenzio inquietante interrotto dai ruggiti dei mortai. Missioni impossibili da portare a termine. Gioventù rubata. Speranze infrante. Infine, la morte. Quando finalmente l’inverno cederà il passo alla primavera, si vedrà di nuovo l’erba, e la vita nuova non lascerà traccia di ciò che è stato…

1915 – 2015: cent’anni dall’entrata in guerra dell’Italia. Un fiorire d’iniziative in tutto il Paese per non dimenticare, e Cortona non ha certo fatto eccezione, avvalendosi per l’occasione della consueta ospitalità del Teatro Signorelli. Due conferenze a tema hanno preceduto questo inedito matinée gratuito, che ha proposto Torneranno i prati, il nuovo film di Ermanno Olmi (ottantatré anni e non sentirli!). Un frammento della prima guerra mondiale dal punto di vista italiano. Una piccola cronaca dal fronte. Un film dal taglio documentaristico, che nella sua concisione racconta la guerra in tutta la sua crudezza e crudeltà con uno stile secco, spoglio, essenziale, neorealista. I pochi dialoghi, recitati dagli attori nei vari dialetti italiani, restituiscono in maniera davvero efficace l’incredibile eterogeneità culturale e sociale dell’Italia di allora, una vera e propria Babele, dove spesso i soldati non riuscivano nemmeno a capire gli ordini o a comunicare tra loro, con tutte le conseguenze che tale difficoltà comportava nell’affrontare la guerra.  Un’opera corale, senza un protagonista, perché nella tragedia tutti sono protagonisti (e nessuno). Un cinema che sceglie di mostrare anziché dimostrare, e lo fa con lucidità fredda (come la bella fotografia di Fabio Olmi, figlio del regista), ma al tempo stesso partecipe. Un cinema sociale, la cui missione principale è preservare la memoria come monito e lezione per le generazioni future, ancora fiducioso nella funzione didattica della Storia, “MAESTRA DI VITA”.


Francesco Vignaroli

INTERVISTA CON GABRIELE MAZZUCCO. LA FORZA DELLE IDEE. Intervista di Paolo Leone


L’Italia è piena di talenti. Gabriele Mazzucco è un autore teatrale molto interessante, al di fuori degli schemi. Anticonformista, assolutamente indipendente nella sua mentalità sempre brillante. Basta parlarci e ti accorgi di avere di fronte un uomo molto maturo, che sa bene in quali acque si è costretti a navigare e non si scoraggia, ma anzi rilancia con la forza delle idee, senza fronzoli per la testa. Mai banale, nemmeno quando si parla di calcio (e con lui se ne parla sempre) e della sua amata Roma. Attentissimo alla realtà in cui si vive, ha sempre un suo punto di vista chiaro su ogni argomento e quando smetti di parlare con lui ti lascia, ogni volta, la sensazione di non aver mai pensato ad un particolare che ti ha appena raccontato. Lo abbiamo incontrato davanti ad un ricco aperitivo nel suo quartier generale, il Teatro Ambra alla Garbatella, a pochi giorni da un nuovo debutto. Una persona e un autore che non lascia indifferenti durante un colloquio, né tantomeno con i suoi testi.

Gabriele, stai per debuttare con un tuo nuovo spettacolo, dopo il successo ottenuto nella stagione passata, con “La storia di mezzo”. So che lotti contro tante difficoltà per produrre i tuoi lavori. Come mai è così difficile in Italia riuscire ad emergere? Sembra un paese in cui si è sempre giovani, ma non è così…

Il teatro e' un ambiente dove con tante idee e una forza lavorativa disumana, ci si può esprimere nonostante non si abbia alle spalle una grande produzione o un ricco tesoretto di famiglia. Purtroppo è anche un ambiente molto povero e non tutti sono disposti a sacrificare  se stessi senza un netto ritorno economico. La prima selezione naturale avviene proprio così, rimane solo chi può permettersi di fare teatro e chi è fatto per resistere alle fatiche della vita “del teatro”, perché senza non potrebbe vivere.

Tu, quindi, a che punto sei in questa selezione naturale?

Io credo di essere stato strutturato per andare avanti a prescindere in questo ambiente e non immagino una condizione in cui scriverò senza poi veder rappresentato quanto scritto. Ho 32 anni e non mi sento giovane da un pezzo: a 19 anni ho deciso che l’indipendenza sarebbe stata la mia vittoria, a differenza della maggior parte dei miei coetanei, e dopo una serie numerosa di lavori “necessari”, poter, da un po’ di tempo, fare soltanto il lavoro che amo è una conquista stupenda. Non mi pesa. Se per emergere si intende essere noti o famosi, diciamo che non è un pensiero che mi  perseguita. Il mio obiettivo è quello di poter avere più tempo possibile per scrivere, avere più gente possibile che venga a vedere quanto ho da raccontare in teatro. Non perché mi ha visto in tv ma perché qualche amico gliel’ha consigliato e poi vorrei avere molto, moltissimo tempo libero da “sprecare”!

Veniamo alla nuova commedia con cui debutterai il 28 maggio all’Ambra Garbatella e partiamo dal titolo, che mi incuriosì da subito: “M’iscrivo ai terroristi”… immagino che sia un titolo provocatorio e che il tuo testo sia fortemente di denuncia, o sbaglio?

I miei testi sono sempre provocatori, in questo caso specifico anche il titolo, perché provocare è un buon modo per cercare una reazione dall’altra parte ma generalmente devo dire che non denuncio mai nulla: io racconto. Tendo a non emettere giudizi morali o etici troppo personali, tranne quando si parla degli indiani d’America perché è un tema che mi fa ribollire il sangue e di calcio. Penso che i fatti si denuncino da soli e che in platea come nella vita, chi guarda debba trarre le proprie conclusioni senza essere pilotato. Questo, guarda caso, è il tema principale che affronto in questo spettacolo. In pratica mi piace proporre temi “al pepe” e lasciare poi che il pubblico lo usi a suo piacimento.
  
Tu lavori molto anche nel teatro per bambini, evidentemente ti piacciono molto e i tuoi spettacoli riscuotono grande successo nei piccoli spettatori. Nasce da lì la caratteristica dei tuoi testi così surreali? Perché sia ne La storia di mezzo che in M’iscrivo ai terroristi, c’è questa predilizione per un aspetto quasi fumettistico, con dei personaggi improbabili?


Ma guarda, Paolo, il processo è stato inverso: scrivevo personaggi fumettistici e quindi ho pensato che avrei potuto scrivere per i bambini con una certa facilità, quindi mi ci sono dedicato successivamente. Trovo che questi personaggi siano più veri ed interessanti di quelli convenzionali. Intanto perché le mie storie vengono dal passato ma non sono quasi mai ambientate nel passato. Da spettatore mi sono mortalmente annoiato nel vedere spettacoli sempre ambientati negli stessi periodi storici. Preferisco raccontare di oggi magari immaginando come sarà il domani e poi, dai, come si possono raccontare le stranezze del genere umano se non attraverso personaggi strani ? Sento spesso dire dalle donne che incontrano solo uomini matti o strani e dagli uomini, invece, che le donne sono tutte pazze ed esaurite … perché raccontare di una normalità che non esiste ? Poi le mie sono tutte metafore divertenti di temi un pò più complessi, quindi per dissimulare al meglio quello che voglio dire ho bisogno di maschere che attirino particolarmente l’attenzione. 

Hai dichiarato che in questa ultima pièce c’è l’influenza delle tesi di Noam Chomsky, famoso filosofo, teorico della comunicazione e anarchico americano. Ci spieghi meglio?

Certo. In questa epoca, in particolare, i mezzi di comunicazione sono tutto. Prima era impossibile poter immaginare di riuscire ad assoggettare tutto il mondo sotto un unico governo, ora lo è un po’ meno… perché ? Perché l’informazione può arrivare dappertutto. Chomsky tra le altre cose asserisce che  “la propaganda sta alla democrazia come la violenza sta alla dittatura” e la propaganda è ciò che porta l’individuo ad avallare ogni prepotenza, ogni spargimento di sangue, ogni comportamento inumano che serve al potere per i suoi scopi. Malcom X diceva “se non state attenti i media vi porteranno ad odiare gli oppressi e non i loro oppressori”. Ecco questo è già successo da tempo, ora non manca che l’estensione in grande scala di questo processo.

Gabriele, sei molto impegnato anche nel tuo rione, la Garbatella, con una scuola di recitazione e scrittura teatrale. Quanto è importante diffondere la cultura teatrale sul territorio? So che hai un bel seguito...

Importantissimo è proporre. Cercare di far nascere la voglia, la passione, la curiosità. Se poi il seme attecchisce tanto meglio, il risultato più importante è veramente ottenuto.  Se invece trova un terreno non adatto, l’importante rimane avergli dato una possibilità.

Quali sono le tue aspettative nei riguardi di questo tuo ultimo testo? Pensi che possa approdare in un cartellone di un teatro storico?

Spero piaccia prima al pubblico, poi a me ed infine alla critica. Spero possa generare l’effetto che fece la Storia di mezzo, con la gente che giorno dopo giorno aumentava fuori controllo. Per me l’Ambra alla Garbatella è casa ed è una casa bellissima. Certo mi piacerebbe portare in scena il mio spettacolo in una delle cattedrali del teatro ma tanto per fare un paragone calcistico (inevitabile – ndr), la Roma nell’84 poteva vincere la Coppa dei Campioni  senza aver giocato al Bernabeu o all’Old Trafford e disputando la finale in casa. In pratica, credo non sia tanto fondamentale dove giochi le partite importanti, ma che il risultato alla fine sia la vittoria. 

Si parla spesso di nuova drammaturgia italiana, se ne parla tantissimo ma ho l’impressione che poi non trovi spazio se non nei piccoli teatri off.

Legandomi alla risposta di prima, non importa quale sia il contesto. Se la drammaturgia vale oggi, vorrà dire che verrà rappresentata nei grandissimi teatri domani. La massa arriva al netto delle cose sempre in ritardo, altrimenti saremmo una società felice. Poi, detto tra noi, nell’avere tutto e subito che gusto c’è ?


Paolo Leone

25 maggio, 2015

CORSO INVOLONTARIO PER L'USO DI EVIDENTI DEBOLEZZE. Di Cristian Bolognini


Teatro Brancaccino, Roma. Dal 14 al 23 maggio 2015

"Corso involontario per l'uso di evidenti debolezze" di Lorenzo Gioielli per la regia di Virginia Franchi: secondo una statistica dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno l'un per cento degli occidentali muore. Il "corso involontario per l'uso di evidenti debolezze" offre un impagabile servizio: rivela chi dei presenti allo spettacolo morirà entro dodici mesi.
Uno spettacolo fresco, frizzante e al contempo pregno di emozioni tangibili. Una regia scarna, povera, basata esclusivamente sulla ricerca attoriale, proprio quella ricerca che negli ultimi tempi, in diverse rappresentazioni, sta venendo meno, dando invece maggiore credito e lustro all'apparenza visiva, con sedicenti costruzioni sceniche che mostrano solo del fumo ma niente arrosto.

Sara Dall’Olio. Tra determinazione, impegno, coraggio e umiltà. Intervista di Stefano Duranti Poccetti


Sara Dall’Olio è una giovanissima attrice pescarese ed è proprio a Pescara che ha fatto parte della troupe del docu-film “Il Traghettatore” del regista Alessio Consorte, che parla proprio della storia e dell’attualità della città abruzzese. Sara ci parla di questo e anche di altro…

Ciao Sara, potresti raccontarmi la tua formazione di attrice?

Ciao Stefano, innanzitutto volevo ringraziarti per avermi chiamato per l'intervista. Allora, io ho sempre avuto la passione della recitazione fin da bambina, quando improvvisavo già delle piccole parti con mia sorella; poi ora è da un anno che frequento la "SMO", la scuola di recitazione diretta dall'Attore Giampiero Mancini.

Come hai fatto ad avvicinarti a questo mondo?

23 maggio, 2015

“Pericolo di coppia”. Cinquecento sfumature di sorrisi. Di Paolo Leone


Roma, Teatro Ambra alla Garbatella (Piazza Giovanni da Triora 15). Fino al 24 maggio 2015

E’ sempre interessante rivedere uno spettacolo scritto dieci anni fa (che vinse il Premio Charlot giovani) da un autore e attore che, dopo tanta gavetta, in questa stagione ha finalmente avuto il suo meritato successo sia nelle vesti di interprete che in quelle di commediografo. Marco Cavallaro, infaticabile artigiano del teatro comico, movenze da saltimbanco d’altri tempi, ripresenta al Teatro Ambra alla Garbatella il suo cavallo di battaglia, che domenica 24 maggio raggiungerà il prestigioso traguardo delle 500 repliche. Pericolo di coppia non è facilmente definibile come commedia, è piuttosto il tentativo di rappresentare le problematiche della coppia sin dalla preistoria, comicamente, nelle più disparate situazioni. Sulla scena, insieme a Cavallaro, la bravissima Donatella Barbagallo, attrice che nelle sue corde ha eccellenti note drammatiche (protagonista in tanti progetti teatrali), che in questo caso nasconde efficacemente con un’interpretazione esilarante, condita di mimiche facciali straordinarie. 

22 maggio, 2015

Etero Pride... per i diritti civili e non solo!


È stato poco tempo che mi arrivò un’invito inaspettato: quello di Etero Pride, che m’invitava ospite nei suoi studi di Prato. Inizialmente non conoscevo questa realtà, ma poi, visto anche il divertimento e la libertà di azione di cui sono stato partecipe in trasmissione, ne sono rimasto piacevolmente colpito. Come si legge dal sito www.eteropride.it : “l’Associazione Etero Pride è la prima associazione no profit che vuole affrontare le tematiche legate alla famiglia, il genere e l'orientamento sessuale, dal punto di vista etero, e contemporaneamente si pone contro ogni forma di omofobia, discriminazione o pregiudizio. Inoltre nasce per analizzare il percorso della famiglia e coppia etero dagli anni '60 ad oggi per valutare l'evoluzione dei diritti e doveri nel mondo etero”.

REGIA, RECITAZIONE E SCENEGGIATURA: LE TRE COMPONENTI DELL'ANIMA ARTISTICA DI MARCO MARRA. Intervista di Francesco Pace


Quando la passione, la bravura e la forza di volontà, messe insieme, possono farti raggiungere ottimi risultati. Non sono,questi, gli ingredienti di una ricetta culinaria, ma ciò che il giovanissimo attore sceneggiatore e regista napoletano Marco Marra, ha messo in gioco per raggiungere i suoi obiettivi. E possiamo ben dire che ad oggi Marco ce l'ha fatta. Certo, come dice lui stesso, la strada è ancora tanta ma siamo sicuri che ha imboccato quella giusta. Nato con il teatro, la passione primaria di Marco è sempre stata quella del cinema e della regia cinematografica: da qui poi le prime regie di cortometraggi per il web (The Chair e Derniere) e poi di una web-serie che sta avendo ottimi consensi “Asso”(visibile su Youtube)nominata ai Los Angeles Indipendent Film Festival Award e premiata ai Rome Web Awards 2015 (due premi nella categoria Romance, come Best Actor e Best Poster). Il punto di forza di Marco è sicuramente la versatilità: in “Asso” infatti egli stesso ha recitato, ha scritto la sceneggiatura e curato la regia; una sorta di Cerbero “con tre anime” dell'era del 2.0. Lo abbiamo incontrato e ci siamo fatti raccontare un po' della sua carriera artistica.

Possiamo definirti un'artista poliedrico: reciti, scrivi e dirigi. Come nascono esattamente queste tre passioni che, all'inizio, possono sembrare inconciliabili?

"ISTRUZIONI PER L'USO" AL TEATRO VITTORIA, TRA MERINGHE E LAVATRICI. Di Brizio De Tommasi


In scena i giorni 30/31 maggio e 1 giugno, presso il Teatro Vittoria nella rassegna "Salviamo i Talenti" per la Settima Edizione del Premio Attilio Corsini 2015.
Elisabetta e Tommaso sono i protagonisti di una brillante commedia contemporanea. I due coinquilini si ritrovano in casa una lavatrice che non è loro. Da dove viene? È un segno del destino o è solo un caso? I due ragazzi decidono di tenerla, ma inspiegabilmente non riescono a farla funzionare. Inizia così un dibattito: leggere o non leggere le istruzioni per l'uso? In un dialogo serrato, tra assurde gag e situazioni imbarazzanti, si sveleranno i loro caratteri, fino a scoprire che niente era come sembrava.

19 maggio, 2015

“Wandering Walls” di Raffello Lucci. Il “Treno dei mortali immortali”. Di Stefano Duranti Poccetti


Un treno la mostra “Wandering Walls” dell’artista Raffaello Lucci, un treno che trasporta grandi personalità del passato, a cui Lucci ridà vita attraverso pochi tratti, pochi ma incisivi colori, la cui espressione basta da sola per colpire l’occhio e il cuore dell’attento visitatore. Turing, Voltaire, Goya, De Andrè… molti altri fanno parte di questo speciale “treno”, i cui “vagoni” sono collegati tra di loro da opere grafiche dello stesso artista. Le opere sono create in modo da diventare dei veri e propri muri, muri che si possono aprire grazie a due ante: ed è così che si apre un nuovo mondo, il mondo che il muro nasconde, un mondo che solo la metafisica forza dell’astrazione può rendere tangibile, materico, perfettamente vivo e presente. Quei personaggi sono qui e ora, le loro frasi riecheggiano con energia per tutta la sala.