15 aprile, 2014

“Via D’Amelio 19-cronaca di una morte annunciata”: è bello morire per ciò in cui si crede. Di Francesca Saveria Cimmino


Nuovo Teatro Sanità, Napoli. Dall’11 al 13 aprile 2014

“Via D’Amelio 19-cronaca di una morte annunciata” diretto ed interpretato da Ciro Pellegrino (che ne ha curato anche le musiche), in scena dall’11 al 13 aprile 2014 presso il Nuovo Teatro Sanità di Napoli, è interpretato da Sergio Savastano, Paola Maddalena, Sara Missaglia e Fabio Balsamo. Via D’Amelio 19 era la via dove abitava Maria Pia Lepanto, madre di Paolo Borsellino; e fu lì che il 19 luglio 1992 il magistrato anti-mafia e quattro agenti della sua scorta rimasero vittime di un’esplosione. Solo Antonino Vullo si salvò. Si prova, ancora una volta, a raccontare la vita di un uomo che sentiva e sapeva di avere “la morte alle spalle”, specialmente dopo la strage di Capaci, in cui Giovanni Falcone, la moglie Francesca e tre poliziotti persero la vita, il 23 maggio 1992. Due colleghi, due amici, due confidenti. Quando Falcone morì, Borsellino si svuotò di entusiasmo e passione: la perdita dell’amico fu una ferita profonda, un colpo all’anima. In realtà, già nel 1983 con l’uccisione di Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio Istruzione, il giudice provò un forte dolore. Pian piano, la mafia colpiva tutti e sarebbe arrivato anche il loro momento; ne erano ben consci.  “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”, fu proprio Paolo a citare questa frase di Ninni Cassarà durante un’intervista rilasciata a Lamberto Sposini.  Lo spettacolo è un rewind sulla vita di Borsellino utilizzando installazioni audio-visuali, già sperimentate precedentemente dal regista Pellegrino. La frase “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola” tratta dall’opera Giulio Cesare di W. Shakespeare, riecheggia dal principio alla fine di una messa in scena di circa sessanta minuti. È difficile raccontare un uomo che ha vissuto per la giustizia e per le sue idee; è complesso perché, oltre a lasciare un immenso amaro in bocca, Borsellino, come Falcone e poche altre persone oneste, hanno lasciato un vuoto, un esempio, un insegnamento. Bisognava lottare la mafia e doveva essere un movimento sociale, culturale e morale di tutti; ma così non fu. “La mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”. Borsellino non si capacitava della corruzione che perfino nel suo settore si era radicata e questo ha procurato un forte dispiacere a chi onestamente e con dedizione svolgeva il proprio mestiere. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati uccisi con l’unica accusa di essere state persone per bene. Ci hanno creduto, hanno creduto che dopo di loro le idee sarebbero rimaste e avrebbero continuato a camminare sulle gambe di altri uomini. Così è stato. Il loro esempio, il loro sacrificio, la loro morte ha portato ad una frattura indelebile ma anche ad una nuova consapevolezza, ad una coscienza morale. Lo scopo era cambiare ciò che non piaceva e, prima ancora, imparare ad amarlo. La casa di sua madre era disegnata sulla sua agenda con una freccia e un cerchio, volti a significare il ritorno al nido. Ed è proprio in prossimità di quel nido che Borsellino trova la vita come la morte. L’abbraccio della madre alla nascita che simbolicamente torna negli ultimi istanti della sua vita. Una morte che segue quella di Giovanni Falcone di 57 giorni. Paolo Borsellino era a conoscenza che non avrebbe visto l’esito del suo lavoro:  aveva paura per la sua scorta, sapeva che dall’alto non stessero prendendo le misure cautelari richieste e previste. Comprendeva che il prossimo sarebbe stato lui; ma immaginava che tutto ciò avrebbe scosso le coscienze della gente. Una lunga amicizia quella con Falcone, sin da quando indossavano i calzoni corti. Dalla sua morte Paolo si è chiuso in casa: niente più cinema, teatro, passeggiate. Da quel momento il giudice ha iniziato ad avere una libertà vigilata mentre i mafiosi erano a spasso. Un sistema completamente rovesciato: da lì la paura iniziava a farsi sentire, ma Borsellino, prima di tutto, aveva coraggio. Dalla morte di Falcone era sotto i riflettori: si conoscevano tutte le sue abitudini, tutti i suoi spostamenti. Fin quando l’amico Giovanni visse, Paolo era colui che sdrammatizzava tutto; poi perse il sorriso. Provò ad abituare i figli all’idea di vivere senza un padre. Si sforzò di assentarsi e far staccare il cordone ombelicale. Il 19 luglio 1992 in Via D’Amelio 19, senza scrupoli e senza etica, cinque persone sono state fatte esplodere per mano di Giuseppe Graviano, colui che ha premuto quel tasto del telecomando. Da quel giorno sono trascorsi 22 lunghissimi anni; eppure sembra ieri. Paolo Borsellino ha raggiunto l’amico storico: “Aspettami Giovanni che arrivo. Ora stiamo a casa. È bello morire per ciò in cui si crede”. E, probabilmente, questo è il momento più interessante della scelta registica di Pellegrino. Il vero amore consiste nell’amare ciò che non piace e poterlo cambiare. Forse non hanno potuto cambiarlo, ma hanno fatto aprire gli occhi alla gente: hanno fatto comprendere che bisogna crederci e bisogna lottare. L’Italia ha perso, allora, due simboli, due volti che hanno modificato radicalmente la nostra Storia. Li ha persi ma mai dimenticati; e questa è la nostra forza in una immensa sconfitta. Complesso raccontare tali personalità, il rischio è sempre quello di scadere nella banalità. Forse qualche punto poteva essere approfondito, rimarcato. Forse una maggiore analisi, anche psicologica, avrebbe reso il lavoro ancor più originale. Ogni attore era narratore e personaggio e in questo il regista ha trovato un valido escamotage per poter raccontare, prima e dopo, da dentro e da fuori, una storia dalle mille sfumature e forme. Non era una sfida semplice.

Francesca Saveria Cimmino


VIA D’AMELIO,19
Con Paola Maddalena, Sara Missaglia Sergio Savastano, Ciro Pellegrino, Fabio Balsamo.

Scritto e diretto da Ciro Pellegrino

Spring Awakening Italia. Quando avete avuto la vostra primavera? Di Cristina Zanotto


Masturbazione
Violenza
Sesso
Omosessualità
Suicidio
Aborto
Libertà
Speranza

Tematiche forti, intense, che sono state sviscerate durante le due ore abbondanti di spettacolo, argomenti ritenuti, tutt’oggi, scomodi in una società abituata a nascondere, evitare, a non vedere. Quale luogo migliore per metterle in scena se non nel posto più classico in assoluto?
Il Teatro Verdi di Padova ha ospitato la produzione italiana di Spring Awakening – Risveglio di Primavera dall’8 al 13 aprile (precedentemente  al Teatro Goldoni di Venezia dal 3 al 6 aprile).
Per lo statico frequentatore della platea “verdiana” e similari consiglio di lasciare all’ingresso la fiducia e il perbenismo verso un palco che può stravolgere, per chi non è abituato, il personale concetto di fruizione della scena.
Parlo da accanita frequentatrice di spettacoli di teatro contemporaneo – la durata massima che posso sostenere in platea è un’ora, un’ora e mezza al massimo - i musical non sono il mio pane quotidiano, ma non posso che parlarne bene di questo lavoro per la regia di Emanuele Gamba sotto la direzione artistica di Pietro Contorno, che sta facendo il giro di tutte le città italiane. Spring Awakening è un musical rock, vincitore di numerosi Tony Awards, su musiche di Duncan Sheik e con libretto e testi di Steven Sater, ampiamente conosciuto e premiato all’estero.

Spring Awakening tratto dall’opera Risveglio di Primavera di Frank Wedekind, risale al 1891.
Se pensiamo al periodo in cui è stato scritto e all’epoca in cui siamo oggi sembra impossibile quanta attualità ancora traspaia in queste tematiche, che continuano a rimanere tabù, ad essere additate come “scandalose”.
Questa contemporaneità è portata in scena prima ancora che col corpo, con la musica, da un gruppo di giovani talentuosi attori-cantanti che incarnano una gioventù a cui sono state tappate le ali dal ben pensare e l’ipocrisia degli adulti che anziché comunicare con i propri figli,  li oscuravano dai normali processi della vita, tenendoli lontani dai loro istinti, punendoli anche fisicamente.
I protagonisti della vicenda sono ragazzi timorosi, sognatori, curiosi, arrabbiati e innamorati della vita.
La scoperta della sessualità diventa un modo per conoscere se stessi e gli altri, diventa anche qualcosa che spaventa, che allontana o che unisce. Due atti ricchi di canzoni che traducono gli stati d’animo, le azioni e i tormenti dei protagonisti, in particolare di Wendla Bergman, Moritz Stiefel, Melchior Gabor e Ilse.
Immaginate un gruppo di giovani pieni di speranze verso il futuro, ricchi di amabile disincanto, di sentimenti puri e poi ancora la passione del corpo, la difficoltà di essere ascoltati dagli adulti (genitori, insegnati, medici interpretati con ecletticità da Francesca Gamba e Gianluca Ferrato), ostacoli che sembrano insormontabili, la voglia di lasciarsi andare e la paura di non avere nessuno nel buio che li circonda. Immaginate una scena cruda come un suicidio, un colpo di pistola e poi, giù, un colpo tonante che invade il palco, immaginate un funerale e un aborto. Immaginate anche in mezzo a tutto questo i primi approcci col sesso, dalla masturbazione alla prima-vera esperienza sessuale, ai sogni erotici, alle infatuazioni per l’insegnante di piano. Immaginate ragazzi e ragazze, uniti nell’amicizia più forte e poi immaginate la speranza alla fine del tunnel che abbraccia e avvolge tutti, pubblico compreso, in una speciale purple summer.

Le soluzioni sceniche e registiche sono state impeccabili, mai scontate né banali (per esempio nella scena in cui i ragazzi vanno a scuola e le sedie diventano cartelle scolastiche), alcuni punti originali nella semplicità e linearità degli elementi, poco era presente sul palcoscenico. Una piattaforma centrale raccoglie le scene principali, la grande lavagna alle spalle della scena, laterale rispetto alla centralità, che s’inserisce perfettamente tra le due rampe di scale che permettono piani sequenza differenti, originano ambienti e situazioni simultanee, come due “film” in parallelo. La lavagna è certamente l’elemento scenico principale perché racconta e traduce ogni canzone e stato d’animo in un continuo flusso di scritture che donano ancora più enfasi alle tematiche, parole che rimangono più indelebili nella mente e che a tratti fanno riflettere.
Nell’ultima scena la piattaforma centrale si apre e crea uno “spazio bianco”, una stanza dove terreno e aldilà si uniscono in un momento pieno di speranza e fiducia verso la vita. Una natura che diventa la protagonista assoluta nelle parole e nelle immagini che danno vita ad un continuo quadro creato alle spalle degli attori, nella terza parete, immagini in bianco e nero in cui le ombre dei protagonisti diventano parte integrante della scena descritta.

Uno spettacolo ben fatto, per la scena, le musiche e le canzoni, per il cast giovane e bravo (con Flavio Gismondi, Federico Marignetti, Arianna Battilana, Tania Tuccinardi, Gianluca Ferrato, Francesca Gamba, Paola Fareri, Vincenzo Leone, David Marzi, Chiara Marchetti, Andrea Simonetti, Renzo Guddemi, Albachiara Porcelli, le musiche dirette da Stefano Brondi, le scene ad opera di Paolo Gabrielli, le luci a cura di Alessandro Ferri e i video di Paolo Signorini), nonostante si potesse cogliere una presenza scenica e un vissuto ancora un po’ acerbo per poter trasmettere con impatto tutte le situazioni rappresentate.
Per molti uno spettacolo “scomodo”, in particolare per chi fa fatica a guardare, perché mette sotto la lente d’ingradimento particolari intimi delle relazioni e della natura umana. Ma, se non le troviamo a teatro tutte queste cose dove le possiamo incontrare? Spesso spettacoli del genere mettono alla prova il pubblico, ma nel bene o nel male lasciano un segno che ogni spettatore si porta a casa a modo suo, facendolo diventare un proprio intimo vissuto.
Ognuno di noi ha una sua personale primavera, intesa come un momento di risveglio, dove qualcosa cambia, dove qualcosa s’interrompe per far nascere altro, nella fiducia della natura che ci insegna che dopo una morte c’è sempre una rinascita, dopo la fine di un ciclo c’è sempre l’inizio di qualcos’altro, dopo la primavera c’è sempre un’estate, dove la speranza e i sogni hanno diritto e dovere di continuare ad esistere e persistere, l’importante è crederci.

I believe.

Prossime date per vedere lo spettacolo sono il 10 e 11 maggio al Teatro Duse di Bologna!


Cristina Zanotto

14 aprile, 2014

NEW YORKER HOTEL 3327. PROMETEO TRADITO. Di Daria D.


Teatro Litta, Sala la Cavallerizza, Milano. Dall’11 al 14 aprile 2014, in anteprima

Interessante e suggestiva la regia e la scelta drammaturgica del Progetto Robur, gruppo creativo di giovani talenti, di portare in scena, nell’ambito del progetto APACHE, in uno spazio così insolito com’è la Sala della Cavallerizza del Teatro Litta a Milano, la figura, probabilmente sconosciuta ai più, dello scienziato Nikola Tesla.
Ma cos’è che hanno colto Gianluca Panareo e Margarita Egorova della vita di Tesla, scienziato nato nel 1856 nel Regno di Croazia e Slavonia e trasferitosi nel 1884 negli Stati Uniti con una lettera di credenziali per Thomas Edison a tal punto da spingerli a farne una messa in scena?  Possiamo dire senz’altro l’analogia di Tesla con Prometeo, come dice il sottotitolo, il cui significato è “colui che riflette prima”, il titano di cui Byron scrisse “Il tuo delitto divino fu l’essere gentile/di rendere con i tuoi precetti la somma/ dell’umana infelicità minore”.  E per Tesla “la scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità”.
Il titano che osò sfidare Zeus per donare il fuoco agli uomini ispirò Eschilo, Shelley, Gide, Calderon de la Barca, von Hofmannsthal, Camus, Pavese in letteratura e in musica Fauré, Listz, Scrjabin, Saint-Saens, Nono, Orff, gradi artisti che hanno saputo usare la fiamma del sapere al meglio e poi farne dono agli altri.
Da quanto ne sappiamo, Tesla era una personalità sui generis, celibe, asessuale, maniaco dell’igiene, sostenitore dell’eugenetica, inetto a gestire le sue finanze, pieno d’ idiosincrasie, rifiutò il Premio Nobel nel 1912 come rivendicazione per non averlo preso nel 1909 al posto di Guglielmo Marconi, morì solo nel New Yorker Hotel per un infarto all’età di 86 anni, nullatenente, lasciando debiti consistenti.
Al momento della morte nel 1943 stava lavorando a quello che fu ribattezzato “il raggio della pace” e l’anno seguente la Corte Suprema degli Stati Uniti lo riconobbe come inventore della radio. E’ considerato anche “l’uomo che inventò il Ventesimo secolo”.  Insomma, quello che si dice un genio, naturalmente incompreso, o almeno non del tutto, e secondo i fondatori di Robur, tradito.
Tanto materiale sulla sua vita, vero o presunto che sia, si sono trovati tra le mani i due drammaturghi, e senz’altro non sarà stato facile estrapolarne i momenti salienti, quelli da portare sulla scena per farli raccontare da un somigliantissimo Alberto Baraghini, a parte la statura visto che Tesla era alto circa due metri, ma l’attore recita su un tavolo e quindi…
Lo spettacolo comincia quando la stessa Egorova, una minuta e graziosa Statua della Libertà che tiene in mano una candelina, ci conduce davanti alla Sala della Cavallerizza sui cui battenti leggiamo “Tesla Alternating Current” e da cui provengono voci da chi, presumiamo, sta cercando qualcosa nel suo laboratorio, senza saper eche lo scienziato aveva “il laboratorio nella sua testa”. E quindi dovrà accontentarsi solo di appunti disordinati tra cui noi spettatori ci troveremo seduti, una volta in sala.
All’interno, tra rombi di tuoni e lampi di luce, Baraghini/Tesla ci appare sotto una pioggia di lampadine nude, sfavillanti, e qui comincia a raccontare di sé, a parlare con Edison, con Marconi, a rivelarci un po’ della sua personalità, del suo impegno prometeico “camminando attraverso i fulmini” per donare agli uomini strumenti per innalzarsi e sconfiggere la paura degli dei, perché solo allora gli Dei spariranno.
Qualche osservazione di carattere registico, mi sento di fare: la parte in cui gli spettatori aspettano fuori ascoltando le voci che provengono da dentro, è troppo lunga, dopo i primi minuti perde di forza e di sorpresa e poi manca l’atmosfera che il bel titolo ci lascia immaginare. Dov’è l’uomo di ottantasei anni che vive al limite della pazzia in un hotel di New York, solo e pieno di manie? Insomma ci voleva una piccola sferzata nella regia della recitazione  per rendere il personaggio un po’ meno uniforme  e più interessante.
Per il resto, un lodevole impegno, dalla scenografia, alle musiche, ai costumi, bravo Baraghini alla sua prima prova da solista, e grazie ai registi e drammaturghi per avere scelto un tema che vale la pena senz’altro di approfondire, per la sua originalità, diversità e anche non facile approccio.
Ben vengano tutti i tentativi che incoraggino lo spettatore a fare un salto fuori dal convenzionale, dalla tradizione, dalla fruizione passiva, dai sentieri conosciuti dove non si rischia di cadere e di pestare i piedi a nessuno.
Ricordiamoci tutti di essere un po’ più Prometei, allora.

Daria D.


NEW YORKER HOTEL 3327. PROMETEO TRADITO.
REGIA di GIANLUCA PANAREO, SAVERIO ASSUMMA DE VITA.
DRAMMATURGIA di GIANLUCA PANAREO E MARGARITA EGOROVA
Con ALBERTO BARAGHINI
e MIKE KHALE

PROGETTO ROBUR

13 aprile, 2014

TU ERI ME. Quello che fu dell’antico splendore. Di Massimo Quarta


Teatro Pietro Aretino, Arezzo. Giovedì 10 Aprile 2014

Foto Luca del Pia
"Mi ostino a credere - imprudentemente - che un complesso sintetico di segni significativi possa ben conferire alla scena la trasparenza necessaria a rendere comprensibile anche quello che non è veramente espresso." [Roberto Bracco]

Cosa rimane di una vita dedicata allo spettacolo, consegnata all'intrattenimento di migliaia di sconosciuti? Di quegli artisti che non riescono a "sfondare", che non raggiungono l'agognata gloria, più sfortunati, forse meno talentuosi, quando manca la famiglia o altro, chi si preoccupa di questi, chi si prede cura di loro?
In Italia esistono tre realtà (a Milano, Bologna, Scandicci) che lavorano per ovviare a questa problematica sociale del nostro Paese.

12 aprile, 2014

Tra virtuosismo e contemplazione al Théâtre des Champs-Élysées. Marc-André Hamelin fa musica per le nostre orecchie. Di Stefano Duranti Poccetti


Théâtre des Champs-Élysées, Parigi. Domenica 6 aprile 2014

Ospite d’onore, Hamelin non delude le aspettative del suo pubblico e si prende l’ammirazione del teatro parigino portando un repertorio stilisticamente vario.

Si parte con il “Preludio e fuga in re maggiore BWV 532” di Bach, nella trascrizione per pianoforte di Ferruccio Busoni, dove il pianista riesce a rendere tutta la straordinaria aura mistica che contraddistingue il compositore tedesco, unita a quella forza materica voluta dal Busoni nella sua trascrizione, che fa di questa ieratica composizione, nata per organo, uno splendido pezzo, che senza perdere il suo aspetto solenne si carica di uno straordinario sapore virtuosistico.

11 aprile, 2014

“Permette questo ballo?”. Eh già… i bei anni ’70. Di Claudia Conte


Cari lettori del Corriere dello Spettacolo,
oggi la vostra redattrice Claudia Conte vi presenta “Permette questo ballo?”, la commedia musicale scritta, interpretata e diretta da Enio Drovandi, in scena il 10 aprile presso il Teatro Viganò di Roma. Lo spettacolo, ispirato al film "Sapore di Mare", interpretato dallo stesso Enio Drovandi nel 1983, è una full immersion negli anni ‘70, realizzata per far rivivere quegli anni spensierati a coloro che c’erano e per far capire ai più giovani che non è importante avere tutto per essere felici.
La divertente ed emozionante commedia, dopo una tournée di successo svoltasi nel 2009, torna in scena a Roma, questa volta con la produzione di Massimo Colavito, in un’unica data di beneficenza. Il ricavato sarà devoluto all’associazione Il Gabbiano per l'assistenza sociale al disagio mentale.

L’INVENZIONE DELLA SOLITUDINE di PAUL AUSTER. REGIA di GIORGIO GALLIONE, CON GIUSEPPE BATTISTON. Di Daria D.


Piccolo Teatro Grassi, Milano. Dall’8 al 13 aprile 2014

Foto Bepi Caroli
Accompagnato dalle note malinconiche di una composizione per pianoforte di Stefano Bollani, Battiston/Auster entra in scena e subito la riempie, se ne impossessa e la sua figura preponderante quanto i ricordi che si appresta a raccontarci, si muove su un tappeto di vecchi vestiti, riflettendosi su un enorme specchio sbilenco, che sembra crollargli addosso come un passato che ritorna.
E così un figlio, dopo la morte del padre, avvenuta una domenica mattina, giornata alquanto inopportuna per andarsene, ma “sono sempre le brutte notizie a non poter aspettare”, si ritrova nella casa paterna con lo scopo pratico di liberarla per i nuovi inquilini. Tra scarpe usate, pentole unte, fotografie, vestiti e decine di cravatte che pendono sul palcoscenico e poi cascano inermi e ormai inutili, si svolge il racconto di una vita invisibile, che non ha lasciato tracce se non quegli oggetti disposti in bell’ordine, ma polverosi e sporchi.

10 aprile, 2014

“L’avaro” di Molière. Il classico moleriano portato in scena con la rivisitazione noir del regista/protagonista Arturo Cirillo Milano. Di Flavia Severin


Teatro Carcano, Milano. Giovedì 3 aprile 2014

Un corridoio con tre scompartimenti scorrevoli, a effetto matrioska, come per simulare uno spiaggio, un voler controllare tutto: è così che il protagonista Arpagone vuole apparire in questo spettacolo ancora più che nel testo di Moliere. Un uomo avaro sì, ma avvolto da un’aurea negativa di superficialità materiale, di cinismo, di legame con un unico affetto “il denaro”, che aggrava la sua immagine agli occhi del pubblico. Le sue sembianze di 60enne provato dalla vita o forse dalla sua cupidigia per i soldi, capelli bianchi arruffati e lunghi, aspetto trasandato di un clochard abbandonato dal mondo sono una trasposizione estetica esteriore di ciò che è interiore, una corrosione interna data dalla bramosia del gretto materialismo. Il protagonista infatti non ha cuore né affetto nemmeno per i suoi figli, assoggettati al suo volere, e anzi li umilia, costringendo il figlio Cleante (Michelangelo Dalisi) a volersi indebitare per poter sposare Mariana (Antonella Romano), la bella vicina di cui si è innamorato e che invece il padre stesso vuol prendere in moglie, e costringendo la figlia Elisa (Monica Piseddu) a sposare un uomo vecchio e che lei non ama.

JOHN GABRIEL BORKMAN E LA CORRUZIONE DELL’ANIMA. Di Sara Bellebuono


Teatro Sociale, Trento. Dal 3 al 6 aprile 2014

John Gabriel Borkman di Pietro Maccarinelli, opera scritta da Ibsen nel 1896, riesce a cogliere in pieno il tema dell’ossessione per la ricchezza e per il potere, ponendo lo spettatore di fronte ad un dramma crudelmente contemporaneo.
La storia è quella di John Gabriel Borkman (interpretato da Massimo Popolizio), un uomo ossessionato dal denaro e dall’oro, che sentiva “cantare” quando da bambino scendeva in miniera con il padre; un uomo che rinuncia ai sentimenti e al vero amore per Ella Rentheim (Manuela Mandracchia) per inseguire il sogno di diventare banchiere, sposando invece la gemella di Ella, Gunhild (Lucrezia Lante Della Rovere), una donna apparentemente più dura e molto diversa da lei.

09 aprile, 2014

GRAN GALA’ IL CIGNO NERO. Intervista a Giuseppe Picone, Joaquín De Luz, Ashley Bouder e le giovani promesse italiane. Di Chiara Pedretti


In occasione de Gran Galà Il Cigno Nero, abbiamo incontrato i protagonisti, le étoiles Giuseppe Picone, Joaquín De Luz ed Ashley Bouder, oltre alle giovani promesse italiane Marianna Suriano, Flavia Stocchi e Giorgia Calenda. Li andiamo a trovare nei camerini del Teatro della Luna ad Assago, appena fuori Milano, prima dello spettacolo.

La Daniele Cipriani Entertainment ci accoglie molto calorosamente: prima assistiamo alla lezione di riscaldamento pre-spettacolo, tenuta dal M° Luigi Neri. Tutti gli artisti eseguono alla sbarra gli esercizi proposti per affrontare l’esibizione preparati a dovere. Alla fine, cominciamo ad incontrare Giuseppe Picone, étoile internazionale: napoletano DOC, scuola del San Carlo, ha danzato in tutto il mondo tutti i ruoli possibili: a 12 anni viene scelto per il ruolo del giovane Nijinskij in uno spettacolo con Carla Fracci e Vladimir Vassiliev. Dopo aver lavorato con il Ballet de Nancy, English National Ballet di Londra e American Ballet Theatre di New York tra gli altri, finalmente lo possiamo ammirare a Milano.