06 ottobre, 2013

Alfredo Pea. Una carriera speciale e “plurilingue”. Intervista Curata da Stefano Duranti Poccetti


Buongiorno Alfredo, potresti per favore parlarmi in breve della tua formazione d’attore?


La mia formazione è stata sul campo. È sul set e sul palcoscenico che mi sono formato. Ho iniziato prestissimo, a 18 anni, quando presi la parte di poco più di una comparsa al film di Francesco Maselli sul movimento studentesco “Roma 70”. Frequentavo l’istituto d’arte di pittura che lasciai per il corso di arti sceniche tenuto da Alessandro Fersen. Incontrai Marco Bellocchio che preparava “Nel nome del padre” e mi offrì un piccolo ruolo. Intanto facevo provini per la RAI e per il cinema e appena un anno dopo eccomi protagonista in un film prodotto da Carlo Ponti, “Cugini carnali” di Sergio Martino. Dopo il successo del film la Medusa mi scritturò per ben altri cinque film: il primo con Edwige Fenech, “L’insegnante”, fece un botto! L’incasso all’epoca fu di tre miliardi. Poi entrai nel cast de “L’Agnese va a morire” di Giuliano Montaldo, in quello di “Caro Michele” di Mario Monicelli e via via in numerose coproduzioni spagnole e americane. intanto per la RAI interpretavo il protagonista di “Dramma d’amore”, un grande sceneggiato come si diceva all’epoca, e molti altri ruoli in importanti produzioni, come: “La piovra”, “Incantesimo”, “Orgoglio”, e per Mediaset, i più recenti: “R.I.S”, “Il capo dei capi”, “Squadra antimafia”. Sono stato fortunato, ma c’è sempre da imparare.

Hai lavorato molto nel mondo del cinema, puoi ricordare un’esperienza particolarmente positiva per te?

Sicuramente il film franco-belga “Max et Bobo” di Frèdèric Fonteyne. Lui aveva appena diretto il bellissimo “Una relazione privata”. Venne in Italia per trovare il protagonista ed io, che all’epoca non parlavo nemmeno una parola di francese, mi presentai al provino facendolo in italiano. Ero convinto che fosse finita là! Invece… mi chiamò dopo due settimane: il ruolo era mio. Due mesi di prove a Bruxelles, lo studio della lingua e la sorpresa di ritrovarmi addirittura a improvvisare alcune scene in francese, una sintonia assoluta con la troupe e con il regista.

Ora puoi parlarmi di una tua esperienza che ricordi positivamente nel mondo della televisione, altro ambiente in cui hai lavorato molto?

Interpretare il giovane ebreo Charlton Myatt ne “Il treno per Istanbul”, di Gianfranco Mingozzi, fu una grande occasione per recitare questa volta in inglese e da protagonista in una drammatica spy story, tratta  da un romanzo di Graham Greene, e fu un’occasione anche per avere il piacere di vivere per due mesi a bordo dell’Orient Express.

Il Teatro invece? L’hai mai fatto?

Sì, ho avuto anche la fortuna di farlo con due grandi registi quali Mario Missiroli e Sandro Sequi, interpretando due imperatori, Cesare Ottaviano in “Antonio e Cleopatra” e Nerone in “Britannicus”.

Puoi parlarmi di un personaggio che hai interpretato che ti è rimasto impresso?

Vito Ciancimino ne “Il  Capo dei Capi”, è stato un banco di prova.

Ti piacerebbe un giorno darti alla regia?

Non sarò originale, certo che mi piacerebbe. Da sempre quando leggo una sceneggiatura disegno bozzetti, inquadrature e veri e propri story boards.
Per me l’immagine è tutto. L’immagine ha un potere fortissimo!

Come vedi la situazione attuale italiana riguardo alla cultura?

Scandalosa se penso che si possa ancora dire che “Con la cultura non si mangia”. È la cultura il vero nutrimento dello spirito e della vita, ne sono convinto.

Chi è Alfredo in pochi aggettivi? Tre positivi e tre negativi…

I tre positivi:
preciso, puntuale, fiducioso.
I tre negativi:
fiducioso, puntuale, preciso.

Progetti attuali e futuri?

Presto uscirà “Il peccato e la vergogna 2” e poi… cambio casa…



Curata da Stefano Duranti Poccetti

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