09 luglio, 2012

VIAGGIO ATTRAVERSO L'IMPOSSIBILE - sogni di cinema, a cura di Francesco Vignaroli. Settima puntata: "Zero in condotta".




ZERO IN CONDOTTA  FRANCIA   1933  42' B/N
(zéro de conduite)

REGIA : JEAN VIGO

INTERPRETI : JEAN DASTE', ROBERT LE FLON, DELPHIN, DU VERRON, LOUIS LEFEBVRE, GILBERT PRICHON, COCO GOLSTEIN, GERARD DE BEDARIEUX

EDIZIONE DVD : Sì, distribuito da TERMINAL VIDEO


Finite le vacanze, è tempo di rientrare in collegio. Sotto lo sguardo divertito e complice del nuovo sorvegliante, i ragazzini ne combinano di tutti i colori. Per vendicarsi delle continue punizioni (per cattiva condotta) subite dai professori, un manipolo di 4, guidato dal carismatico Caussat e dall'ambiguo Tabard, organizza una rivolta per boicottare la festa della scuola voluta da dirigenti e professori (alla quale presenzia pure il prefetto locale). Finirà in gloria, con gli adulti costretti ad una precipitosa ritirata dalla fitta sassaiola di libri e barattoli lanciati dai tetti della scuola, col vessillo dei pirati a garrire orgoglioso al vento e i 4 moschettieri finalmente liberi di volare sulle ali della fantasia.

Congedatosi dalla vita a soli 29 anni (sconfitto dalla tubercolosi), a Jean Vigo, effimera di abbagliante splendore, genio sfortunato dal talento immenso, sono bastati tre soli film -come a James Dean- per entrare nella storia del cinema. Se, giustamente, lo si ricorda per "L'ATALANTE" (1934) e, un po' meno, per "A PROPOS DE NICE" (1930), non si può tuttavia prescindere da questo mediometraggio, piccolo canto di libertà, poetico, anarchico, irridente e sotterraneamente eversivo inno alla ribellione contro le regole e i paternalismi dell'opprimente società borghese. L'evidenza di tali elementi ha portato il film, pur nella civilissima e democratica Francia, ad essere tacciato di antipatriottismo ed a subire il conseguente stillicidio di tagli e rimaneggiamenti sia da parte della censura che della produzione, col risultato che la regolare distribuzione dell'opera nelle sale è avvenuta soltanto nel 1945, ben 11 anni dopo la morte dell'autore che pure vi aveva riversato tutto se stesso (oltre al soggetto, dichiaratamente autobiografico, Vigo firma anche la sceneggiatura e il montaggio).
C'è proprio tutto Vigo, in questi tre quarti d'ora di pellicola: le sue idee politiche e sociali, i suoi riferimenti culturali, forse anche il suo passato...
Un film-evento in netto anticipo sui tempi, tuttora innovativo e fresco, che ha inaugurato il sottogenere del ribellismo giovanile contro la società e le sue regole, generando numerosi epigoni ed ispirando almeno un capolavoro del calibro de "I 400 COLPI" di Truffaut (impossibile non rivedere, nella passeggiata sguaiata dei ragazzini del collegio, Antoine Doinel e compagni che scorrazzano per le strade di Parigi sotto la "guida" dell'insegnante di ginnastica), nel quadro di un generale e convinto elogio della fantasia al potere che mette alla berlina la militaresca pedagogia imperante all'epoca, capace soltanto di impartire inutili ordini e mortificare l'individualità e la creativa intelligenza dei ragazzi; un'opera poetica e piena di vita, dove l'onda d'urto della gioventù -cioè entusiasmo, energia, sogno ed immaginazione- sembra poter travolgere tutto e tutti, finendo per contagiare con la propria carica elettrica persino (?) il tetro sorvegliante-capo. Evidente, nelle scene inziali sul treno, una punta di tenero rimpianto per la spensieratezza e la leggerezza dell'infanzia perduta, con i due compagni di scuola capaci di divertirsi con poco (il trucco del dito, qualche penna per imitare gli indiani e una fumatina clandestina).
Qua e là, quasi a voler rivendicare la propria formazione culturale, il regista inserisce improvvise pennellate surreali (la scomparsa della palla, il colloquio tra Tabard e il direttore -un nano- del collegio, il disegno animato, la battaglia dei cuscini al rallentatore) che rafforzano la vis comica e l'ironia irriverente della storia (divertentissima la scena della cappelliera, col direttore del collegio che, dopo aver faticosamente sistemato il cappello al posto- non ci arriva data la sua statura-, si liscia i capelli e il viso, col sorvegliante capo, riflesso nello specchio, sorpreso ad imitarlo). In Vigo, il surrealismo ha esercitato un'influenza decisiva, e ciò è evidente in tutte le sue opere, basti pensare alla celeberrima scena subacquea ne "L'ATALANTE", forse il "momento surreale" più famoso della storia del cinema. Come poteva, del resto, un aspirante cineasta francese poco più che ventenne, restare immune alla deflagrazione culturale provocata dal MANIFESTO DEL SURREALISMO CINEMATOGRAFICO codificato dal duo Bunuel-Dalì, con l'epocale "UN CHIEN ANDALOU" (1928)?




Proseguendo con l'esposizione dei propri riferimenti culturali (qui devo però precisare che si tratta di una mia congettura), Vigo trova pure il tempo per un affettuoso omaggio a Chaplin -genio assoluto del cinema ma soprattutto, ed è questo che sembra più contare per il regista date le circostanze, artista-simbolo di indipendenza, libertà e ribellione all'ordine costituito e quindi anima spiritualmente e ideologicamente gemella del nostro- attraverso l'affettuosa e riuscita initazione di Jean Dasté, l'indimenticabile protagonista de "L'ATALANTE", qui impegnato nel ruolo del sorvegliante bonario e un po' bighellone Huguet, l'unico adulto che sembra capire i ragazzi, parteggiando apertamente per loro sin dall'inizio (anche se, come già detto, sembra proprio che alla fine anche il sorvegliante-capo, uomo tutt'altro che irreprensibile, passi dalla parte dei ribelli). C'è un altro volto che ritroveremo ne "L'ATALANTE" ed è quello di Louis Lefebvre, qui nella parte del capobanda Caussat, uno degli abbonati di ferro allo zero in condotta. Restando in tema di personaggi, ce n'è uno che si impone immediatamente all'attenzione dello spettatore fin dalla sua comparsa e merita perciò un capitolo a parte : è il piccolo René Tabard (Gerard de Bedarieux), inquietante e misterioso "angioletto" effemminato, dall'apparenza fragile e delicata, in realtà (come si scopre verso la fine, quando lo si vede nelle vesti dell'ardito generale che pronuncia la dichiarazione di guerra) cospiratore di prim'ordine. Vigo, come già accennato, fa di tutto affinché lo si noti fin dall'inizio, distinguendolo da tutti gli altri: è l'unico a portare i capelli lunghi; è l'unico a non trascorrere la prima notte in dormitorio a causa di un'indisposizione; la sua uniforme è palesemente cortissima, ai limiti della caricatura, e gli lascia scoperte gambette scheletriche che vorrebberno forse accentuarne la presunta debolezza; la macchina da presa indugia più volte sul suo volto in primo piano, pescandolo silenziosamente assorto con espressioni facciali indecifrabili. Tutto ciò che ruota attorno a Tabard è vago ed indefinito, e lascia adito a dubbi e sospetti di vario tipo (anche sgradevoli: non sono forse un po' equivoche le attenzioni del professore di scienze che gli accarezza le mani, provocandone la reazione irosa?), sia negli istitutori, preoccupati di salvaguardare la moralità della scuola (il direttore accenna la questione, riferendosi ad un'amicizia tra Tabard e Bruel che giudica un po' troppo stretta, ma la frase viene troncata bruscamente), che nei compagni, che lo considerano una spia o una femminuccia e quindi non lo vogliono come partecipante alla rivolta, salvo poi ricredersi quando René darà loro prova della propria sincerità e di una robusta tempra da combattente. Vigo lascia volutamente tutto in sospeso, insinua, accenna soltanto, non arriva mai ad esplicitare nulla lasciando allo spettatore, qualora lo desideri, il compito di darsi delle risposte...
Un'ultima annotazione, per concludere: il direttore della fotografia è Boris Kaufmann, fratello del regista Dziga Vertov ("L'UOMO CON LA MACCHINA DA PRESA", 1929) e collaboratore abituale di Vigo. 

Francesco Vignaroli

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