31 luglio, 2014

NOTTE PROGRESSIVE AL CORTONA MIX FESTIVAL. Di Francesco Vignaroli


Cortona Mix Festival, Cortona, Piazza Signorelli. Mercoledì 27 Luglio 2014

A parere –insindacabile, ovviamente!!!- di chi scrive, la tappa cortonese del “Genesis Extended World Tour” del chitarrista Steve Hackett è l’evento-clou di questa terza edizione del “Cortona Mix Festival”. Hackett (1950) è stato lo storico chitarrista dei Genesis - il gruppo progressive rock nato dal genio visionario di Peter Gabriel- dal 1971 al 1977, cioè durante il periodo d’oro che ha fruttato alla band il meritato inserimento, nel 2010, nella mitica Rock and Roll Hall of Fame.
Reduce dal trionfale “Genesis revisited” tour dello scorso anno, durante il quale si è esibito insieme al proprio gruppo riproponendo i classici dei Genesis, Hackett ha pensato bene di rilanciare ripetendo il fortunato esperimento in una nuova tournée mondiale che ha toccato anche l’Italia, paese storicamente sensibile al fascino esercitato dal progressive rock, genere del quale il pubblico cortonese ha avuto il privilegio di avere un assaggio (ma che assaggio!), in modo tale da potersi fare un’idea (o rinfrescarsi la memoria) di cosa sia stato il progressive e di quale importanza abbia avuto nella storia della musica leggera…già, ma cos’è, o meglio, cos’era il progressive, che gli appassionati (ne state appena conoscendo uno…) chiamano, più confidenzialmente, prog? Uhmmm…credo proprio che sia arrivato il momento del “pistolotto” storico, che potremmo intitolare “C’era una volta il Progressive”, a beneficio di tutti coloro che non hanno mai sentito parlare di questo meraviglioso genere musicale che ha vissuto negli anni ’70 il suo periodo di massimo splendore. Ma andiamo con ordine, chiarezza ed essenzialità (qui la vedo dura!), o almeno proviamoci…
Anno (Magico) di Grazia 1967. Il mondo intero è attraversato dalle good vibrations della psichedelia, esplode la “Summer of Love”, dovunque dominano fiori&colori (ed anche le droghe lisergiche…), gli stessi Beatles hanno abbracciato il nuovo credo “Flower Power” con REVOLVER (1966) e, soprattutto, con SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND (1967), consegnandosi definitivamente alla leggenda e operando il definitivo salto di qualità -testimoniato dai primi esperimenti di contaminazione tra rock e musica sinfonica- verso una musica più matura, complessa, adulta. Il rock sta crescendo e le sue ambizioni artistiche vanno via via aumentando sia da un punto di vista tecnico che concettuale, vista la forte intenzione di proporsi come musica non più solo per il corpo, ma anche e soprattutto per la mente. Superata l’immediatezza e la semplicità tipiche del rock ‘n roll degli inizi (canzoni da 3 accordi per 3 minuti) e le ingenuità adolescenziali del beat (idem), il rock di fine anni ’60 entra nell’età adulta cercando il confronto con la musica “colta” e perciò decide di espandere i propri orizzonti a dismisura, anche in senso letterale: i brani oltrepassano il limite fino ad allora invalicabile dei 3 minuti di durata per diventare lunghe composizioni strutturate sul modello delle suites della musica classica, formate da varie parti diverse legate tra loro. Oltre a ciò, i testi delle canzoni si fanno sempre più ricercati e profondi, nel tentativo di conferire loro uno spessore degno dell’appellativo “letterario”. E’ su queste basi concettuali che nello stesso 1967, fiutando tra i primi l’aria del cambiamento, gli sconosciuti britannici Procol Harum scrivono A whiter shade of pale rimaneggiando ( con la tecnologia a disposizione oggi diremmo “campionando”) l’Aria sulla quarta corda di Bach: è nato il Progressive Rock. Contemporaneamente ai Procol (questione di settimane) i Moody Blues, un altro gruppo proveniente dal Regno Unito – è l’Inghilterra, in particolare, la patria del prog, genere che invece negli USA, per vari motivi, non ha avuto seguito, salvo rari casi-, pubblicano DAYS OF FUTURE PASSED, un album di rock accompagnato da arrangiamenti orchestrali (con la hit Nigths in white satin) che  costituisce forse il primo vero esperimento organico di “rock sinfonico”; ma c’è una terza band che in quello stesso periodo comincia a mischiare sacro e profano, classica e rock: sono i Nice del funambolico tastierista Keith Emerson (futuro leader del supergruppo prog Emerson, Lake & Palmer, o ELP); il loro album d’esordio THE THOUGHTS OF EMERLIST DAVJACK propone ambiziosi e sperimentali brani divisi tra rock e classica, come l’eloquente Rondo. Possiamo dunque individuare in queste tre formazioni i pionieri, forse inconsapevoli e ancora un po’ incerti, del progressive, cioè del genere che, insieme all’hard rock (Deep Purple, Led Zeppelin, Who, Black Sabbath…) ha dominato incontrastato la scena rock e pop britannica –e, incredibilmente, anche quella italiana, seppur con un paio d’anni di ritardo!- dalla fine degli anni ’60 fino all’avvento del punk (1976 circa), che ha segnato il ritorno all’essenzialità tecnica (ma non a quella contenutistica!) del vecchio rock ‘n roll e quindi il tramonto dell’era progressiva. Reso il doveroso omaggio ai padri fondatori che hanno aperto la strada, senza riuscire però a dare una forma precisa al genere, ancora sospeso tra reminiscenze psichedeliche e pop barocco, possiamo procedere fino al 1969, l’anno-chiave del prog e in assoluto uno degli anni più importanti per la storia del rock. Esce IN THE COURT OF THE CRIMSON KING dei King Crimson, l’album-manifesto del progressive, il disco che sancisce l’esplosione della febbre-prog e la definitiva consacrazione del nuovo rock che finalmente acquisisce una propria, solida identità e vede stabilite le sue esclusive coordinate stilistiche: lunghe suites strumentali alla maniera della musica classica, impreziosite da virtuosismi tecnici di ogni tipo eseguiti da musicisti preparatissimi e spesso di formazione classica; largo utilizzo delle tastiere elettroniche, a volte persino a scapito (sacrilegio!) della chitarra, lo strumento-simbolo del rock (alcuni gruppi, addirittura, come ad esempio i già nominati ELP, non hanno nemmeno un chitarrista in formazione!); testi dai riferimenti colti, “alti” e quasi mai politici, che attingono spesso e volentieri da letteratura (specie quella fantascientifica), poesia e storia, senza preoccuparsi di risultare per forza comprensibili (ne è un tipico esempio proprio Peter Gabriel); atmosfere musicali generalmente morbide, rilassate, meditative, intricate e pressoché prive di momenti aggressivi e “duri” alla maniera dell’hard rock; dominio della razionalità e della pianificazione a scapito di improvvisazione e spontaneità, caratteristiche, queste ultime, che hanno portato i detrattori a definire il prog un genere freddo, privo di picchi emozionali. In realtà non è così: si tratta certamente di musica raccolta, a volte dimessa e spesso complicata e difficile per via della sua complessità, una musica che richiede all’ascoltatore attenzione totale e massima concentrazione, ma non mancano certo momenti più solari (mi vengono in mente certe cose degli Yes), liberatori o di ascolto più immediato. Si tratta pur sempre di un genere che ha nella musica sinfonica la propria principale fonte di ispirazione (ma non l’unica: in seguito entrerà di scena anche il jazz, specie nella sua rivoluzionaria veste elettrica imposta dal sommo Miles Davis, senza contare la capacità del prog di scoprire autonomamente nuovi percorsi musicali) e che come tale, tendenzialmente, non si configura certo come musica “facile” e alla portata di tutti. Ma se, superate le difficoltà iniziali, si riesce a familiarizzare col mondo prog, c’è davvero la possibilità di vivere momenti di puro godimento musicale! Basta soltanto lasciarsi avvolgere dalla profondità abissale e dal fascino di una musica che progredisce in continuazione, costantemente protesa al superamento di sé (ed è questa una possibile spiegazione dell’origine del termine progressive, una parola le cui radici etimologiche rimangono tuttora incerte)…
Torniamo alla storia: grazie all’album-capolavoro dei King Crimson del chitarrista Robert Fripp, il progressive può ora esprimere liberamente le proprie potenzialità e vivere così la sua stagione d’oro, che dura all’incirca dal ’69 al ’73-’74 (il ‘75 e il ’76 segnano rispettivamente il calo e la fine del genere), anni durante i quali decine di gruppi nel Regno Unito si tuffano a capofitto nel meraviglioso mondo prog dando alla luce innumerevoli capolavori, mentre il verbo progressivo si diffonde pian piano un po’ in tutto il vecchio continente ed in particolare in Italia, nazione seconda solo all’Inghilterra quanto a qualità e quantità di musica progressive prodotta,  ed a riprova di ciò basta citare gruppi come il Banco del Mutuo Soccorso, la Premiata Forneria Marconi, Le Orme, gli Osanna, gli Area…; nel più ampio panorama britannico si stagliano enormi le figure di Yes, Pink Floyd, Van Der Graaf Generator, Gentle Giant, oltre ovviamente ai King Crimson ed ai Genesis da cui proviene il protagonista del concerto cortonese Steve Hackett e sui quali perciò vale la pena spendere qualche parola.
Il primo nucleo del gruppo guidato da Peter Gabriel esordisce nel 1969 con l’incerto FROM GENESIS TO REVELATION, ma è dal successivo TRESPASS (1970) che i Genesis cominciano a fare sul serio, entrando a pieno titolo nel Nuovo Mondo Prog; il decisivo salto di qualità, preludio all’inarrivabile trittico di capolavori seguenti, avviene però con il terzo lavoro del gruppo, NURSERY CRIME (1971), che segna anche l’ingresso in formazione del nostro Hackett oltre a quello del futuro idolo pop Phil Collins, croce (soprattutto per i fan della prima ora, e vedremo poi perché) e delizia per i Genesis: è nata finalmente la line-up che passerà alla storia: Peter Gabriel (canto, flauto, testi); Tony Banks (tastiere); Steve Hackett (chitarre); Mike Rutherford (basso); Phil Collins (batteria e seconda voce). Con l’arrivo dei due nuovi componenti, il gruppo ha trovato i tasselli mancanti per il raggiungimento della perfezione, immortalata su disco dai capolavori dei tre anni seguenti: FOXTROT (1972), SELLING ENGLAND BY THE POUND (1973, il mio preferito) e l’ambiziosissimo e lunghissimo (2LP/CD) concept-album THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY (1974); poi, all’apice di un successo che pare inarrestabile, con una mossa a sorpresa (un vero e proprio “cup de teatre”, come direbbe il buon Biscardi) il leader Peter Gabriel, a causa di insanabili divergenze artistiche con gli altri membri, lascia i Genesis per intraprendere una straordinaria carriera solistica che lo conferma nell’olimpo del rock. Il colpo è duro ma il gruppo, superato lo smarrimento iniziale, risponde subito bene con il buon A TRICK OF THE TAIL (1975) e con il dignitoso WIND AND WUTHERING, che arriva fuori tempo massimo (1977), quando il progressive è ormai puro spirito, spazzato via dal punk che lo ha trovato già indebolito dall’esaurimento della propria spinta propulsiva. Ed è a questo punto che esce di scena anche Hackett, d’ora in poi dignitoso solista: giusto in tempo per evitare l’imminente deriva commerciale dei Genesis che, guidati ora da Phil Collins, compiono una delle abiure più clamorose della storia del rock, cancellando le ambizioni artistiche degli eroici anni progressivi in nome di una radicale svolta pop che di progressivo avrà solo l’inarrestabile declino artistico e, alla fine, anche commerciale; declino che si trascinerà penosamente fino al 1997, con l’album CALLING ALL STATIONS che costituisce di fatto la pietra tombale di una band che ha visto la sua storia fratturarsi in due segmenti opposti ed inconciliabili, al punto tale che sarebbe quasi più corretto considerare i Genesis di Gabriel e quelli di Collins come due gruppi distinti che in comune hanno solo il nome. Ma la disastrosa “era Phil Collins” non ha comunque potuto, e non può, abbattere il mito dei primi Genesis di Gabriel, che non certo per caso si sono guadagnati un posto al sole nella Hall of Fame del rock…

Dopo lungo penare è finalmente arrivato il momento di parlare dell’esibizione di Steve Hackett al Cortona Mix Festival (era ora, penserete voi!). In una Piazza Signorelli gremita l’artista si è dimostrato davvero in gran forma, ben supportato da un gruppo all’altezza della situazione, nonostante le mie perplessità iniziali sulla voce -ovviamente à la Gabriel- del cantante Nad Sylvan, che forse aveva soltanto bisogno di riscaldarsi. Curioso l’utilizzo del sassofono in alternativa al flauto per coprire certe parti previste originariamente per quest’ultimo, da parte del polistrumentista Rob Townsend, che con i suoi interventi al sax ha speziato di jazz alcuni brani aumentandone notevolmente la suggestione, senza rinunciare comunque al più tradizionale -per il genere- flute. Esecuzioni impeccabili, perizia tecnica indiscutibile, scaletta che ha attinto esclusivamente al repertorio degli anni d’oro, per la gioia di tutti gli appassionati di prog presenti. Tanto per mettere subito in chiaro le cose e rompere il ghiaccio, Hackett e soci si sono esibiti all’inizio con la splendida, epica Dancin with the moonlit knight, il brano che apre SELLING ENGLAND BY THE POUND, del quale sono stati eseguiti anche la ballata pop I know what I like e la solenne Firth of fifth ma non, purtroppo, il capolavoro The cinema show, il mio brano preferito dei Genesis insieme a Musical box, che per fortuna non è mancato, andando anzi a costituire il momento più emozionante del concerto; dallo stesso album che contiene Musical box, cioè NURSERY CRIME, sono arrivati un’inattesa The fountain of Salmacis e la complicata The return of the giant Hogweed, con la gradita sorpresa dell’arrivo sul palco dell’ospite Bernardo Lanzetti, al quale Sylvan ha momentaneamente ceduto il posto al canto, anche se solo –purtroppo!- per un brano: Lanzetti, ex-leader del gruppo prog Acqua Fragile (due buoni album all’inizio degli anni ‘70) ed ex-cantante della PFM ai tempi di CHOCOLATE KINGS (1975), è stato, assieme ai grandissimi Demetrio Stratos degli Area e Francesco di Giacomo del Banco –entrambi scomparsi-,  uno dei pochi, veri cantanti espressi dal movimento progressive italiano, la cui penuria di grandi voci ha costituito senz’altro il limite tecnico più evidente della scena tricolore, specie se paragonata a quella britannica. Timbro potente e anch’esso “gabrieliano”, pronuncia inglese impeccabile e grinta da vendere, Lanzetti non si è fatto certo cogliere impreparato (ma del resto per me non è una novità: ho già avuto il piacere di ascoltarlo in almeno tre occasioni agli ormai defunti concerti sotto il tendone del “Meeting di Primavera” di Castiglion del Lago…) ed ha dato una breve ma efficace dimostrazione delle sue doti vocali, rimaste pressoché immutate rispetto ai lontani anni ’70…credo proprio che non avrebbe sfigurato se avesse sostenuto tutto il concerto al posto del pur bravo Sylvan…Da THE LAMB sono stati recuperati Fly on a windshield e Lilywhite Lilith, il pezzo che apre la seconda parte dell’album più difficile dei Genesis. Hackett ha deciso di riproporre anche The Knife, pezzo che in realtà è stato pubblicato su TRESPASS, cioè prima che il chitarrista entrasse nel gruppo. Spazio anche per FOXTROT, con la lunghissima suite Supper’s ready e con l’emozionante e fantascientifica Watcher of the skies, eseguita come richiestissimo e poi applauditissimo bis.
Viva il progressive!!!


Francesco Vignaroli

2 commenti:

  1. Bell'evento, ma l'articolo è troppo lungo...non si riesce a leggere tutto...

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  2. Non siamo più abituati a leggere articoli lunghi e articolati, perché adesso vanno di moda gli articoli brevi e spesso anche di poco contenuto. Una volta nei giornali e nelle riviste apparivano articoli di questo genere ed è un vero peccato che ai giorni di oggi sia veramente difficile trovarli. Quindi per fortuna che c'è ancora qualcuno che li scrive e che esistono ancora testate che li ospitano! Articoli come questo non si fermano a una breve e distratta lettura, ma si tratta di articoli che diventano dei veri e propri documenti che resisteranno per sempre nel tempo! COMPLIMENTI! Emilia

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