24 aprile, 2013

Marco Alloni, Shaitan (Imprimatur, 2013). Di Brian Zuccala


La tentazione sarebbe quella di considerarlo un “volto nuovo” del panorama letterario italiano. Ma in realtà Marco Alloni ha esordito giovanissimo, a 21 anni, con La luna nella Senna (Casagrande, 1990), romanzo premiato nel 1992 con il “Grinzane Cavour Giovane Autore”.
Da allora Alloni intraprende un percorso, insolito per gli autori contemporanei, di scomposizione della modernità attraverso una consapevole e approfondita smitizzazione di quelli che ne sono considerati i capisaldi: Dio, la Scienza, la Politica e la Parola. Un percorso che inizia con il saggio filosofico Lettere sull’ambizione (Liberilibri, 2005), ispirato all’opera di James Hillman, continua nella riflessione critica sulla rivolta egiziana Ho vissuto la rivoluzione. Diario dal Cairo (Aliberti, 2011) e passa attraverso la collana Dialoghi, che dirige per l’editore Aliberti, con cui ha pubblicato conversazioni a quattro mani con intellettuali del calibro di Tabucchi, Galimberti, Magris, Flores d’Arcais, Travaglio, Augias, Colombo, Luzzatto e Caselli, con i quali ha scandagliato le grandi contraddizioni del nostro tempo a partire dalla questione morale (di prossima uscita i suoi incontri con Massimiliano Fuksas, Tahar Ben Jelloun e Lidia Ravera). Per raggiungere il suo apice in Shaitan (Imprimatur, 2013), che inaugura la Trilogia di Dio e del suo contrario: un’opera ambiziosa che l’ha tenuto impegnato in questi ultimi dieci anni.
Shaitan è stato salutato sin dalla sua uscita da un vasto consenso. Scrive per esempio il critico Claudio Magris: «È un romanzo notevole, con uno stile accattivante. Il personaggio Ka è bellissimo».
Ambientato al Cairo nel corso dell’ultimo ventennio del Novecento, Shaitan narra la storia di due famiglie – una francese e una egiziana – residenti nella capitale d’Egitto, dove l’autore vive da 16 anni, che impersonificano in qualche modo il clash of civilization di cui ci ha parlato Samuel Huntington nel suo libro.
Ma a complicare la vicenda interviene la figura di Satana (Shaitan, in arabo), che nello scontro fra il modello occidentale fondato sulla scienza e il modello islamico fondato sulla fede individua una sostanziale uguaglianza: mirare all’aldilà, tendere all’immortalità. E sa che questo è quanto di più “innaturale” possa definire la condizione umana.
Il romanzo diventa allora “libro scandalo sull’Islam”, libro-bestemmia, come si legge nella quarta di copertina. Diventa quel libro coraggioso che, nell’invitarci a ritrovare la nostra “giusta misura” (il katà metròn dei Greci), come vorrebbe il Diavolo riabilitato da Alloni, spodesta Dio dal suo trono per restituirci la prospettiva dell’aldilà come una grande illusione, un fatale inganno.
Dice a un certo punto del romanzo l’ultimo depositario della Rivelazione, l’imam Mohammad Al-Mahdi, al proprio padre: «Cosa è vero, padre, cosa è vero se ciò che i profeti vanno professando dalle origini del mondo non è la verità? Cosa è vero, se ciò che dobbiamo rivelare all’uomo è il più cupo degli inganni? Perché l’uomo non deve sapere? Perché il volto di Dio dev’essere per sempre un mistero? Perché non possiamo svelargli cosa lo aspetta davvero dopo la morte?»
Domande a cui il mondo non ha ancora dato risposte. E che nella finzione narrativa di Shaitan trovano lo sbocco che tanto l’Occidente, nel suo monoteismo, quanto l’universo musulmano hanno sempre rimosso: accettare la morte è celebrare la vita.
Infatti di vita, di passione per la vita, di amore per le piccole cose, che rendono la vita entusiasmante, è testimone il piccolo Araan, il protagonista del libro. Che nell’opporsi alle follie dei grandi ci riporta alla vecchia saggezza greca della “giusta misura” e alla consapevolezza dell’inevitabile finitezza della vita umana. Una morale dell’umiltà che vale oggi come controcanto a tutte le culture del fanatismo.
Una posizione morale che tuttavia rischia di valere ad Alloni e al suo Shaitan l’accusa di blasfemia, con tutti i rischi che una simile minaccia può comportare. Si legge infatti nel risvolto di copertina: «Al di là delle qualità del libro, Shaitan è soprattutto un atto di coraggio. Ritenere Satana, il Diavolo, l’unico portatore della Verità, e Dio (Allah), viceversa, il depositario di una “antica menzogna”, ha il sapore di un’esplicita bestemmia. Ma Shaitan si propone precisamente questo: ribaltare le categorie della fede – che vorrebbero porre nell’aldilà, o addirittura nell’immortalità, lo scopo ultimo dell’esistenza – e riconsegnare all’uomo la responsabilità del suo destino». Un atto di sfida che Alloni rubrica come «necessario alla fondazione di una cultura pluralistica liberata dalle comodità del dogma» e che gli è valso un paragone con l’autore dei Versi satanici Salman Rushdie. «Un’esortazione, filosofica – procede il risvolto – ad abbandonare l’aspirazione a raggiungere mondi inverosimili e a consacrarsi – se possibile – alla contemplazione del presente». Perché, è il convincimento dell’autore: «Nessuna verità può ormai più dirsi definitiva e universale».
Libro-scandalo, libro-eresia, libro-bestemmia, Shaitan è destinato a riaprire il dibattito intorno alle religioni e a riabilitare quella che in ambito islamico solo pochi audaci “riformisti” hanno osato riproporre negli ultimi anni: la necessità di riconsiderare la critica alla tradizione canonica, ferma al X secolo, e l’imperativo di sfidare il conservatorismo in nome della modernità. Sfide che alcuni hanno pagato con la vita, ma che da Galileo in avanti costituiscono l’essenza del nostro progresso.

Brian Zuccala


Marco Alloni (1967) lavora come scrittore e giornalista culturale per vari quotidiani e periodici. Collabora con “MicroMega” e dirige la collana Dialoghi per Aliberti editore. Vive al Cairo da 16 anni, sposato con una giornalista egiziana. Convertitosi all’Islam per necessità, si professa “ateo musulmano”. Ha due figli. 

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