30 gennaio, 2013

Limpidezza schubertiana e solennità mahleriana, i due splendidi volti a confronto nella Sala Santa Cecilia. Di Stefano Duranti Poccetti



Roma, Auditorium Parco della Musica, Sala Santa Cecilia. Sabato 26 gennaio 2013


Non è mai facile interpretare la musica di Franz Schubert, di una così “semplice ricchezza” che la porta facilmente a essere banalizzata. Per fortuna questo è quello che non fa l’Orchestra dell’Accademia Santa Cecilia, diretta da un eccezionale Edward Gardner, che, sempre dinamico, accompagna i suoi musicisti facendosi lui stesso trascinare dalla fantastica chiarezza della musica schubertiana. In questo caso abbiamo assistito alla “Sinfonia numero 3 in re maggiore”, che contiene tutti gli elementi che connotano l’impegno musicale del compositore austriaco: gaiezza, ingenuità (intesa nella positiva qualità di freschezza musicale), emotività romantica legata al gioco brioso dei concerti settecenteschi. Unita a questi elementi è insita nei brani di questo grande Maestro una speciale profondità, ricercata all’interno di quei giochi sonori apparentemente superficiali.
Non è facile interpretare Schubert per un duplice aspetto: non è facile interpretare quella “speciale profondità” di cui si parlava, quel Mistero difficilmente decifrabile; come non è facile un’interpretazione meramente tecnica, visto che, per non banalizzare il quadro complessivo dell’opera, bisogna porre grande attenzione agli accenti timbrici per evadere da una facile dimensione di piattezza sonora. Tutto questo fa Gardner: ci restituisce uno Schubert “misterioso”, senza relegare la Sinfonia a una scontata piattezza, ma ponendo invece grande attenzione agli accenti e alla dinamicità musicale, dinamicità di cui Schubert è Maestro. Gardner, insomma, ci fa sia pensare che divertire e, credo, questa Sinfonia non potrebbe essere eseguita in modo migliore.

La seconda parte del programma è molto diversa. In piazza un altro compositore (siamo ormai nel Novecento, anche se questa composizione è del 1880): Gustav Mahler, con il suo “Das Klagende Lied” (Il canto del lamento e dell’accusa). Si tratta di una cantata per soli, coro, voci bianche e orchestra e potremo definirla, in qualche modo, musica a programma, visto che Mahler si rivolge all’omonima fiaba di Bechstein, riscrivendola e dando ai cantanti in scena il compito “non d’interpretarla, ma di raccontarla come narratori”. Divisa in tre scene: “Waldmärchen” (Fiaba della foresta); “Der Spielmann” (Il menestrello); “Hochzeitsstück” (Scena di nozze), la storia parla di una regina in cerca di marito, che sposerà soltanto il cavaliere che riuscirà a trovare per lei un certo fiore rosso. Tra i contendenti ci sono anche due fratelli, uno buono, l’altro cattivo. Sarà il buono a trovare il fiore e il cattivo lo ucciderà per averlo. Prima della celebrazione del matrimonio un menestrello passa nel luogo dove giace il ragazzo ucciso e, trovato lì un osso, lo prende e comincia a suonarlo. Quel suono diventa lugubre, visto che si ode il canto del povero giovane rimasto ucciso che racconta la sua triste storia. A questo punto il menestrello si reca al castello, proprio mentre il matrimonio sta per essere celebrato, lì suona lo “strumento” e riecheggiano ancora nell’aria le melanconiche parole di morte. L’assassino allora, irritato, prende lui in mano l’osso e comincia a suonarlo: il canto di morte continua, la regina sviene e le antiche mura del castello crollano.
La musica di Malher è “grande”, è immensa, intensa, solenne, è allo stesso tempo sospesa e intrisa di temi popolari e orecchiabili. Delle volte udiamo una banda suonare “fuori campo” e questo dà alla musica del Maestro un senso, ancora più che musicale, spaziale. Si tratta di un’opera equilibrata nelle sue parti, studiata in tutti i suoi elementi (coro, orchestra, solisti), che interagiscono in modo esemplare tra di loro.
È un brano che esce dalla dimensione meramente musicale, sfiorando la dimensione operistica e teatrale. Un’opera, insomma, non facile da classificare, ma è proprio per questo che mantiene grande fascino e anche freschezza, elementi che l’Orchestra, ancora una volta diretta da Gardner, offre al pubblico con grande qualità espressiva, tenendoci incollati alle poltrone con grande senso di meraviglia.
Bravi anche i cantanti: la soprano Camilla Nylund, la mezzosoprano Maria Forsström – chiamata all’ultimo in sostituzione della contralto Anna Larsson -, il tenore Toby Spence e il baritono Albert Dohmen. I quattro si alternano per raccontarci la storia della fiaba, facendolo in modo gaio, lirico e commovente, affiancati in questo dal precisissimo coro dell’Accademia Santa Cecilia e anche dalle tenere voci bianche, a cui è affidato il dare parola al canto straziante del fratello ucciso. 
Una bellissima giornata di musica, riuscita, ci tengo a dirlo, non soltanto grazie alle individualità presenti sul palcoscenico, ma anche e soprattutto, grazie alla grande abilità d’insieme dell’Orchestra dell’Accademia Santa Cecilia, un’“Orchestra formata dall’insieme di solisti”, dico io, perché, basta vederli e ascoltarli mentre suonano, i musicisti dell’organico interpretano i brani con abilità solistiche sorprendenti. D’altra parte si tratta, a mio avviso, dell’attuale migliore Orchestra italiana e sicuramente una delle migliori del mondo.


Stefano Duranti Poccetti



Mahler: Das klagende Lied

ORCHESTRA, CORO E VOCI BIANCHE DELL'ACCADEMIA NAZIONALE DI SANTA CECILIA

EDWARD GARDNER direttore
CAMILLA NYLUND soprano
MARIA FORSSTRÖM mezzosoprano
TOBY SPENCE tenore
ALBERT DOHMEN baritono
SCHUBERT ..... Sinfonia n.3
MAHLER ..... Das klagende Lied

Nessun commento:

Posta un commento