04 dicembre, 2011

Invito di sosta, sacrificio e Charlot. Progetto Brockenhaus e Matteo fantoni al Teatro Comunale di Castiglion Fiorentino


Progetto Brockenhaus con "Sagra"

Solo tre parole: invito di sosta, sacrificio e Charlot. “Invito di sosta” sta per tutti quegli appuntamenti di danza contemporanea che avverranno fino a marzo nel Teatro Comunale di Castiglion Fiorentino, grazie al sostegno e al lavoro di Sosta Palmizi. Venerdì 2 dicembre è stato l’inizio di questa rassegna, che ha visto sul palcoscenico due spettacoli, e qui si giunge alla spiegazione della seconda parola: sacrificio. “Sagra” del “Progetto Brockenhaus”, con Elisa Canessa, Elisabetta di Terlizzi, Francesco Manenti ed Emanuel Rosenberg, creato in collaborazione con Federico Dimitri, Piera Gianotti e Cecilia Ventriglia, porta in scena “La sagra della primavera” con le musiche di Igor Stravinsky e, in linea con la famosa opera, anche lo spettacolo di teatro – danza del Brockenhaus ne fa suo il tema principale: il sacrificio appunto, che viene elevato a tematica universale, dove sta per: sacrificio di essere attore, sacrificio di essere uomo, sacrificio di vivere. La vita insomma è un sacrificio e questo emerge dallo spettacolo, più per una conoscenza dovuta alla sensibilità piuttosto che a una dovuta al ragionamento. In effetti i significati di quest’opera (svelati in parte dai danzatori alla fine della rappresentazione) si ritrovano in un lavoro molto colto da parte della compagnia, che ha sfogliato e letto i diari di Stravinsky e di Nijinski, che  fu coreografo della “sagra”. È così che si capisce che quelle scimmie che vediamo ballare e gesticolare sul palcoscenico possono essere lette come metafora della musica di Stravinsky, una musica che al suo tempo fu considerata come nera e bestiale. Le scimmie poi, mano a mano che lo spettacolo va avanti s’incontrano con gli esseri umani, diventando alla fine umane esse stesse. L’istinto s’incontra con la razionalità insomma; s’incontra e si scontra, perché non ne è facile la convivenza. L’ “evoluzionismo darwiniano” potremmo vedercelo? Perché no (dopo tutto le scimmie partono da tali divenendo infine uomini). Ma non bisogna dimenticare il lato più astratto e immaginifico di questa “sagra”, dove le scimmie potrebbero essere anche solo immagini proiettate da un sogno-incubo della regista che sta in scena e che a tratti medita, a tratti danza, a tratti s’infuria con i ballerini mettendoli a severe regole (anche qui una citazione dal diario di Nijinskj, come si sa molto rigido con i suoi performer), alla fine riuscendo a trionfare in qualche modo sulle sue stesse proiezioni immaginifiche, che inizialmente l’avevano assediata senza che lei potesse ribellarsi, ed è così che finisce lo spettacolo, nel caos, nel “casino” completo di luci che “danzano” in qua e in là sul palcoscenico, sugli sfondi: su tutto il teatro. Gli attori – performer, poi, si muovono come in preda a un rito: la Primavera è arrivata: è giunto il sacrificio. La linea tra il cervellotico e il non senso è molto sottile, ma quello che conta è lasciarsi trasportare dall’Arte e così, in questo lavoro del Brockenhaus, non è indispensabile essere al corrente di tutta la “razionale magia” che sta sotto. Basta lasciarsi trasportare e la meraviglia verrà da sola.
Matteo Fantoni in "Leoni"
Giungo infine alla terza parola: “Charlot”. Charlot perché, nel secondo e ultimo spettacolo portato in scena è stato protagonista Matteo Fantoni con il suo debutto “Leoni”, una performance solistica in cui il giovane danzatore – mimo, vestito di un casco e qualche protezione, ha voluto mettere in scena la tematica dell’assenza di coraggio, dove la canzone di Lucio Battisti "I giardini di marzo" è stata l’apice del tutto, visto che il performer ha aperto la bocca solo per cantarne la frase "ma il coraggio di vivere quello ancora non c'è", che evidentemente ha visto come il segreto e la chiave del suo spettacolo, uno spettacolo in cui lui ha ballato e mimato facendo ironia su canzoni di Serra, Brel e Gogol, che lui stesso metteva tramite un mixer disposto in scena. È stato un quarto d’ora divertente, una piccola tragicommedia in cui “il riso doveva portarci al pianto”: all’assenza di coraggio appunto. Ho detto “Charlot” perché ho visto nel performer l’intenzione di crearsi un “personaggio tutto fare”: un atleta, un attore, un ballerino, un tecnico (sulla scena era solo lui e si sistemava da solo i praticabili e si metteva da solo la musica su cui danzare). Aveva un po’ anche il fare da macchietta, con il volto incipriato e con gli occhi truccati. Non è stato uno spettacolo negativo, l’unica cosa che è mancata è “la storia”, voglio dire: avete presente quando vi trovate davanti a qualcuno o a qualcosa e sentite in voi e davanti a voi una presenza importante perché profonda e vissuta? Questo mi è mancato da questo spettacolo - al contrario di quello del brockenhaus, un po’ come mi potrebbe mancare la poca matericità di un quadro dipinto più per un fine decorativo che artistico. Ma d’altra parte Matteo Fantoni è giovane e quella “storia” di cui parlo farà in tempo a farsela.


Stefano Duranti Poccetti 

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