24 marzo, 2015

Daniele Monachella. L'importante è sorridere sempre. Intervista di Daria D.



Ho conosciuto Daniele Monachella sul set del film “Ritratto di famiglia” diretto da Alexey Demichev, una giovane promessa del cinema che sta ultimando il corso di regia alla Civica Scuola di Cinema a Milano. Come in tutti i set che si rispettino, quelli dove lavorare in team è una piacere ma anche un must, perché lo scopo principale è la buona riuscita del prodotto finale e non i capricci delle “prime donne”,  si fanno belle amicizie, ci si scambia informazioni tra noi attori,  si scherza, ci si aiuta, si vuole sapere cosa abbiamo fatto e cosa  faremo.
E così, conversando con  Daniele, nei momenti di pausa,  mi ha parlato del suo imminente spettacolo che sarà in scena a Roma al Teatro dell’Orologio il 27, 28 e 29 marzo  e a Milano al Franco Parenti il 15, 16 e 17 maggio.
Non ho potuto fare a meno di con-dividere con i lettori del Corriere dello Spettacolo, spero futuri spettatori, questa notizia, ma anche qualche cosa sulla carriera di Daniele, sulla sua vita… tutto se lo vorrà e  se saprò fare breccia nella sua “diffidente”  anima sarda. 
Pare che ho avuto successo…
Ecco allora cosa mi racconta Daniele, guardandomi con i suoi occhi verdi e parlando con quell’accento, che, seppur leggero, “tradisce” le sue origini.

Sardo di dove?

Torres! Sassari per gli amici! Monte Rosello town

Cosa ti piace della tua terra d’origine e cosa non ti piace.

Scontato da dire ma è il mare ciò che amo! Ma anche l’entroterra ricco di tradizione! Nonché l’ironia dei sardi! Mi son dilungato?! Non amo il diffuso servilismo e propensione all’assistenzialismo di molti sardi.

Ti manca la tua isola quando sei lontano?

Sì, visceralmente!

Scusa Daniele, ma non è che si incontrano tutti i giorni dei sardi… siete un po’ ritrosi a uscire dall’isola. Oppure è un cliché che gira e che dobbiamo sfatare?

Sfatate tutti i cliché sugli abitanti di Ichnussa o Sandalyon  (l’antico nome greco dell’isola, dettato per la sua conformazione simile a un piede). Abbiamo nei geni l’eredità degli Shardana. In pochi lo sanno ma siamo stati anche popolo del mare e navigatori nel II millennio a.C. Quando attraversiamo il mare, lo facciamo per conquistare!

Raccontaci come è nata la tua  passione per lo spettacolo. C’è qualcuno che ti ha ispirato, guidato? 

Devo dare la “responsabilità” a un caro professore di musica delle scuole medie. Con lui si parlava di teatro, si faceva il teatro, ci portava a teatro. Seminava nel nostro cuore quella che era la sua passione.  Poteva lasciarci in cortile a menarci … e invece … A volte la vita! Se devo pensare a qualcuno che mi ha ispirato e che mi ispira non posso non citare Eduardo e Michael Caine.

Come ti prepari quando devi affrontare un personaggio? 

Non mi preparo! Aspetto che il personaggio mi salti addosso e solo allora studio la strategia! Di solito con un diretto sinistro e un gancio destro mi porto a casa il primo round!

Cosa saresti se non fossi un attore?

Forse un lupo siberiano.

Cosa ti piace nell’essere attore, cosa no, e cosa cambieresti, se potessi, nel nostro mondo.

In merito a cosa non mi piace e a cosa cambierei, posso rispondere in sanscrito così in Italia non si offenderebbe nessuno?! Essere attore significa per me respirare la vera essenza della realtà!

E ora veniamo al motivo principale di questa conversazione. Parlaci dello spettacolo che debutta a Roma e poi a Milano.

Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu, il più importante e famoso memoriale della Prima Guerra mondiale. Il recital tratto dal memoriale di Emilio Lussu "Un anno sull'Altipiano" prende spunto dall'esergo presente nel libro "Ho più ricordi che se avessi mille anni", di evidente rimando a "I fiori del male" di Baudelaire. Il testo letterario fu il fedele amico dell'autore, durante la sua lunga permanenza nei sette Comuni dell'Altipiano di Asiago. L'alto valore letterario, civile, identitario, storico e sociale dell'opera, traduce in esigenza artistica la volontà di tramandare attraverso il linguaggio performativo di prosa-musicale, il messaggio morale contenuto in essa, nonché onorare la memoria del popolo sardo che con migliaia di vite umane, pagò l'immane prezzo della Grande guerra. I dominatori aragonesi vissuti in Sardegna, definivano i sardi "Pocos locos i mal unidos", mentre Emilio Lussu, nella sua analisi testuale, sottolinea come per la prima volta i sardi rimasero coesi, seppur nella sventura delle trincee. Così riunisce il pensiero collettivo dei "Diavoli Rossi", sotto l'egida del motto "Forza paris" - "Forza  insieme”. Mi accompagnano in questa avventura l'etnomusicologo Andrea Congia alla chitarra e agli effetti loop-station e il Premio "Maria Carta" Andrea Pisu alla launeddas e alle percussioni.


Non dovremmo mai dimenticare  il passato, è grazie ad esso che siamo più ricchi.

Non dovremmo dimenticarlo, ma pare che lo studio del passato possa dare beneficio al presente e in questo momento qualcuno o qualcosa tenta di cancellarlo, proiettandoci verso la standardizzazione dei cervelli e delle coscienze!

Che cosa ti aspetti dalla vita?

E la vita cosa si aspetta da me?

Cosa ti fa felice e cosa no.

Non c’è nulla che mi renda infelice. Il respiro del mattino e i sorrisi sono linfa per la felicità!

Che cosa chiedi ad un regista? E ad un collega?

Al regista non chiedo, propongo. Ad un collega domando dov’è il bagno? oppure a che ora è la pausa? o ancora se può smarcarsi un “pelino” perché mi sta “impallando”!

Hai altri progetti imminenti? 

Sì, tanti! E imminenti…

Pensi che si parli troppo poco della tua bella isola, della gente e delle sue tradizioni?

Si parla poco delle eccellenze della nostra isola e molto delle mediocrità! 

Mi ha fatto piacere conoscerti, in veste di  fotografo “di grido”… sul set intendo. Ora ti lascio l’ultima parola, Daniele, per concludere questa conversazione.

Il piacere è reciproco e mi auguro di poter ancora condividere il set! 
E mi raccomando di sorridere sempre, perché i fotografi sono sempre dietro l’angolo e pronti a scattare! Ajo’ :-) 


Curata da Daria D.

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