02 luglio, 2014

Un Socrate sempre con noi, dentro di noi. Enzo Gragnaniello ci ha raccontato la filosofia pratica nella canzone “C’umme” scritta per Roberto Murolo e Mia Martina. Di Giuseppe Sanfilippo


La musica e l’arte in generale ci raccontano molte cose, di cui noi siamo inconsapevoli. Queste raccontano momenti di vita che un singolo uomo vive o ha vissuto, le nostre sensazioni ed emozioni belle o brutte e quindi pezzi di filosofia del quotidiano vivere. Allo stesso tempo, entrambe ci narrano le nostre esperienze, conoscenze e percezioni, ossia capacità di comprendere ed avviarci verso un cammino o direzione per la buona cura di noi stessi e degli altri; è il caso della grande e meravigliosa canzone “C’umme” scritta da E. Gragnaniello e interpretata da due grandi artisti indimenticabili: Roberto Murolo e Mia Martini.
“C’umme” è un testo che possiede una profonda connessione con la filosofia pratica, la consulenza filosofia e in particolare con Socrate. Può sembrare questo molto strano (forse anche all’autore stesso), soprattutto a chi la filosofia la conosce solamente come una disciplina scolastica appassionante o noiosa; strano, poiché non sappiamo che ogni giorno, ogni attimo delle nostre vite, in modo inconsapevole ci occupiamo di filosofia. Ogni giorno, ogni volta che idealizziamo un progetto, un programma, una strategia lavorativa… e soprattutto quando diciamo una dolce parola a qualcuno, ogni volta che diamo un consiglio saggio di poche parole per invitare a riflettere, là dove siamo degli illuminatori, una guida e dei educatori inconsapevoli per chi ci ascolta, facciamo pratica filosofia e consulenza filosofia proprio alla Socrate. E proprio il testo di “C’umme” narra tale realtà, la stessa che fa intravedere che in ognuno di noi c’è un Socrate e che in ogni momento abbiamo sempre intorno a noi un medesimo Socrate, che definiamo speciale. Se ascoltiamo attentamente la canzone, notiamo che parla di un uomo che fa coraggio a qualcuno che sta male, a cui dice: “Scendi con me… in fondo al mare per trovare quello che non abbiamo qua”; il protagonista invita la persona che sta male ad uscire, ad affidarsi a lui; la invita a scendere nel fondo del mare, scavare nel suo dolore, per trovare quello che abbiamo, nel senso che in fondo al dolore c’è qualcosa che noi abbiamo acquisito grazie all’esperienza... il dolore è una cosa, un oggetto di cui dobbiamo avere cura; esso è un’esperienza di formazione e crescita e infatti la strofa continua “Vieni con me/e incomincia a capire/com’è inutile stare a soffrire/Guarda questo mare/che ci incute paura sta cercando d’insegnarci”. Ebbene, il protagonista invita il suo ospite a cominciare a capire, a iniziare a vedere la cosa in una ottica diversa, così capirà che e inutile soffrire, nel senso che capirà cosa quel dolore gli ha dato, la ragione dell’esistenza di quel dolore. Invita ancora la persona a guardare ciò che incute paura, che è anche la stessa cosa che può insegnarci a vivere, “Ah come si fa a dare tormento all’anima che vuol volare? … Se tu non scendi a fondo… non lo puoi saper!”. Come si fa a dare un senso al dolore dell’anima che vuole volare? Nel dolore la persona vuole morire, o uscire, scappare da quella gabbia in cui si trova – “No, come si fa … a dover prendere soltanto/il male che c’è e poi lasciare questo cuore… solo in mezzo alla via?”, sottolinea come afferrare il male e poi lasciare il cuore solo in mezzo alla vita, nel senso di come poter amare avendo il cuore pieno di dolore, a causa del male… come abbandonare questo dolore. Parliamo di qualcuno, un personaggio che vede tutto nero, che non vede luce, un personaggio richiuso in una grotta, che non riesce a percepire che quello che vive è un oggetto, un qualcosa di cui avere cura, di cui ricavare un’esperienza di maturità e costruzione del proprio sé. Tale caratteristica fa parte della creatura umana, quella di demoralizzarsi davanti a un dolore. In ogni modo l’autore riprende, non so se per un caso, sia Socrate che Platone in questa sua opera, che continua: “Sali con me/e comincia a cantare/assieme alle note che l’aria dà/Senza guardare/tu continua a volare mentre il vento/ci porta là/Dove ci sono le parole più belle. che ti prendo per imparare.”. Sali da qualche parte, su un palcoscenico plausibilmente, e comincia a cantare, ossia a raccontare accompagnata dalle note che l’aria offre… raccontare e ascoltare, in un punto in cui ci sono le parole più belle che vengono attraverso l’altro di chi ascolta e canta - o meglio parla; il vento sta ad indicare che mentre parliamo quel dolore ci illumina, ci dà un senso alla nostra vita.
E poi ancora il ritornello che fa di “C’umme” un testo meraviglioso, di cui forse nessuno si è accorto del grande senso, messaggio che esso racchiude, cioè di quella persona che vuole prendersi cura di chi è accanto; la stessa persona che sa come procedere per aiutare chi ha bisogno, attraverso il dialogo saggio, in cui chi ascolta è invitato a riflettere e a costruire la cura di sé.




Questa canzone, meglio opera d’arte, ha ripreso forse inconsapevolmente la filosofia antica e ha anticipato in Italia l’attività della consulenza filosofica di Gerd B Achenbach, proprio nell’era in cui nel nostro Paese non era conosciuta. Oltre a questo il testo riassume una grande capacità umana, quella appunto di aver cura; ci spiega che l’individuo ha bisogno di comunicazione, di molta considerazione e comprensione, ci racconta che ha bisogno di molta sensibilità e giuste parole, a volte anche dolci, che siano incoraggianti. Esalta l’importanza del dialogo che e di un processo formativo ed educativo; il dialogo tra l’altro raffigura il miglior modo di prendersi cura e di educarsi, creare, sviluppare i sentimenti, trovare serenità. Tutto questo è dato dalla tonalità delle voci; il tono della voce è infatti molto importante nella consulenza di qualsiasi natura essa sia.
Un altro aspetto importante della canzone è il fattore che essa si orienta non all’interno di uno studio, ma fuori nell’ambiente circostante, là dove ci sono oggetti - mare, palcoscenico e così via - che stanno fuori, in mezzo e intorno ai protagonisti. Qui si ricorda Socrate, che faceva consulenza girando per l’antica Atene, utilizzando oggetti.
Il testo “C’umme” racchiude un aspetto importassimo della vita: il comunicare, andare alla ricerca di trovare un senso alle cose, all’accadere; esalta il dolore, che non è un aspetto negativo, ma positivo, come se dicesse quello che dice lo stesso Achenbach, ossia che i problemi non esistono e che l’uomo vuole solo capire ed essere capito; vuole essere confortato nella condizione.
Tutto questo è ciò che accade nella consulenza filosofia. Tutto questo è ciò che accade ogni giorno, quando siamo con gli amici, parenti, genitori, fratelli, con persone care, là dove vi è la filosofia del quotidiano vivere, perché ogni accadimento è una filosofia del quotidiano, un qualcosa da trattare per formarci.
Questo è ciò che esalta tale canzone, dove vi è tanta tenerezza, armonia e amore. Non so se l’autore intendeva tutto questo, ma di sicuro ha sviluppato una grande opera, che ci dice ed insegna tanto, un’opera di grande cuore e osservazione - oltre al fatto di essere un’opera che fa sempre piacere ascoltare, senza mai stancarci, questo grazie a Enzo e grazie a Mia Martini e R. Murolo (indimenticabili), che l’hanno interpretata così meravigliosamente ed autenticamente.   

Giuseppe Sanfilippo

4 commenti:

  1. hai superato te stesso Giuseppe!un connubio tra filosofia ,arte, e pedagogia...sullo sfondo di una città che è il cuore della poesia!complimenti!

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  2. Complimenti Giuseppe

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  3. Grande dottore Sanfilippo sei un maestro della filosofia.

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  4. Giuseppe 6 uno orgoglio

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