11 novembre, 2013

“Snowpiercer”, “Manto acuifero”, “I'm not him” e “A vida invisivel”. Le recensioni - delle piccole “pillole”- dal Festival Internazionale del Film di Roma. Di Katya Marletta


“Snowpiercer”. L'arca metallica: un microcosmo della società umana. Di Katya Marletta

L'opera di fantascienza post apocalittica "Snowpiercer" del regista sudcoreano Joon Ho Bong, suo debutto cinematografico in lingua inglese, conquista la critica, a fine proiezione stampa i giornalisti hanno applaudito, e non è una cosa che succede spesso, segno inconfutabile che questa pellicola ha intercettato i gusti più disparati.
In una nuova era glaciale il cambiamento climatico ha congelato l'intero pianeta per 17 anni, Snowpiercer è l'unico posto per i sopravvissuti.
Un treno in perenne movimento che trasporta in giro per il mondo i superstiti nell'attesa che arrivi il disgelo; ma non tutti vivono alle stesse condizioni.
La luccicante "arca metallica" infatti è divisa in vani molto diversi tra loro; la sua coda è il rifugio di poveri disgraziati, costretti a sfamarsi solo di gelatina d'insetti, mentre la parte anteriore, la locomotiva, è la dimora dei prescelti che trascorrono le ore oziando in un ambiente lussuoso con alcool, droghe o concedendosi saune e balli sfrenati. Ma come detta la legge della sopravvivenza, i disperati abitanti della sezione di coda, non tardano ad organizzare una rivolta stanchi di subire le angherie dei "padroni". Il giovane leader Curtis li condurrà alla conquista della locomotiva che è il regno di Wilford, l'autorità suprema del treno.
La forza di questo film è nell'analisi del microcosmo della società umana; la visioni di Joon Ho Bing penetra tanti strati emozionali puntando sulle differenze delle opposte condizioni tra uomini: le sfumatura delle fragilità, la disperazione e la lotta per la sopravvivenza, il divario tra ricchi e poveri, la difficoltà di condividere e convivere, la pace e la libertà purtroppo si conquistano con il sangue e la rivoluzione.
Il cast stellare formato da Chris Evans John Hurt Ed Harris Song Kang-ho Tilda Swinton è da plauso.

Katya Marletta


“Manto acuifero”. La sofferenza di una bambina senza padre. Di Gabriele Marcello

Ha impressionato, e non poco, la platea del Festival del Cinema di Roma l’ultimo film del regista australiano Michael Rowe, ma naturalizzato messicano, che dirige il secondo capitolo di una simbolica ed ideale trilogia sulla solitudine, iniziata con  Ano Bisesto.
Manto Acuifero racconta la storia di Carolina, una bambina che vive con la madre e il compagno di lei, e che soffre della mancanza della figura paterna.
Senza scendere troppo nei particolari si può tranquillamente ascrivere la pellicola di Rowe al classico ramo dei film d’autore  “a tutti i costi”, senza alcun tipo di restrizione o sconto. Privo di una colonna sonora, con una insistenza maniacale ai rumori di fondo ed esterni, e privo inoltre di movimenti di macchina molto più fluidi, Manto Acuifero si concentra in maniera estenuante sulla piccola protagonista, seguendola in maniera claustrofobica nel suo percorso di abnegazione e dolore. Indubbiamente disturbante e anche eccessivo, la pellicola si lascia seguire con difficoltà  ma non abbandona mai la sua idea di cinema puro e duro.

Gabriele Marcello


“I'm not him”. Un’amore estenuante (anche per lo spettatore). Di Gabriele Marcello

Mettere a dura prova la pazienza dello spettatore ben intenzionato e voglioso di un cinema diverso è una impresa estremamente ardua e spesso si rischia di giocare così con il fuoco. Di un vero è proprio incendio allora possiamo parlare se analizziamo l’opera del regista e romanziere turco Tayfun Pirselimoglu, che nel suo film I’m not Him, decide di raccontare il problema dell’identità.
La trama è estremamente semplice: Niaht è un timido impiegato  che lavora nella mensa di un ospedale e si innamora di Ayşe, una donna oscura che fa la lavapiatti. La loro storia, da principio lenta, inizia a divenire sempre più morbosa.
Potrebbe apparire, letta in questa maniera, una storia interessante, non originalissima, ma comunque ricca di spunti. Il regista invece opta per una decostruzione filmica, imponendo silenzi assurdi, giochi di sguardi, ellissi temporali e momenti morti, tesi a stuzzicare e a sfiancare lo spettatore, salvo poi regalare una colonna sonora scudisciata finale. C’è poco da fare di fronte a opere del genere: o le si ama o le si odia. Noi, forse, l’abbiamo odiata.

Gabriele Marcello


“A vida invisivel”. Tra realtà e immaginario. Di Gabriele Marcello

Essere l’allievo di un grande maestro non è sempre sinonimo di garanzia di qualità e successo (vedete Zeffirelli adepto di Visconti), ma spesso nasconde i germi di una presunzione esasperata ed esasperante. È il caso di A vida invisivel del portoghese Vitor Goncalve, allievo del grande maestro Antonio Reis, che racconta la storia dell’impiegato Hugo che, deluso dal mondo che lo circonda, preferisce rintanarsi in una realtà onirica e parallela, abitata quasi esclusivamente da fantasmi e regolata da un silenzio assoluto, simbolo dell’eterna lotta tra amore e morte.
Pur giocando con elementi meta cinematografici (i filmini in super il film non riesce (o non vuole) assumere una forma ed una dimensione propria, abbandonandosi in maniera costante verso una frammentarietà che spesso scade nella noia più totale. La pellicola rimane sospesa in un limbo che non fa sconti a nessuno e che alla fine regala, oltre che ad un senso di disagio, anche l’impressione di aver perso tempo prezioso per inseguire le strampalate visioni del protagonista.


Gabriele Marcello

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