22 febbraio, 2013

Siamosolonoi, drammaturgia di Marco Andreoli. Lui, lei e un’incombente quotidianità. La storia di una coppia raccontata attraverso la metafora del gioco. Di Sara Nocciolini



Montepulciano, Teatro Poliziano. 5 gennaio 2013

Un duello all’ultimo sangue tra due cavalieri. È con questo racconto, fatto a due voci, che si apre la pièce Siamosolonoi di Marco Andreoli, creando un’atmosfera in bilico tra il contesto immaginario del mondo cavalleresco e l’ambiente reale, quotidiano della cucina dove si svolge l’intera vicenda. Un duello che dalla parola passa rapidamente all’azione scenica dei due protagonisti, che iniziano a rincorrersi saltando letteralmente da un mobile all’altro, arrampicandosi sul frigorifero, e nascondendosi infine sotto il tavolo. Un gioco di corpi agili e giovani, l’inseguimento di due bambini che nel corso dello spettacolo passano dal giocare a fare gli adulti all’intraprendere insieme – ma da posizioni diverse e con modi differenti - un percorso di crescita che li porterà a diventare adulti. Lei è Ada, una bambina che sembra una bambola per certi aspetti della sua gestualità (come quel modo di stare seduta per terra o di muoversi durante un breve ballo) e per quel suo vestito rosso che la fa assomigliare ad una regina di cuori delle favole. Lui è Savino, un ragazzetto che vorrebbe festeggiare perché è il giorno del suo compleanno, un momento fortemente simbolico che lo porta a porsi delle domande e a scalpitare per conoscere cosa c’è fuori dalle mura domestiche.
Ma le mura della cucina di Ada e Savino sono alte, così come gli oggetti sono grandi e i mobili enormi, tutto è gigante rispetto a loro – e non soltanto perché inizialmente si tratta della prospettiva di due bambini che si muovono in un contesto da adulti. La cucina è uno spazio chiuso, accessibile solo ai protagonisti e sbarrato dall’interno, perché ciò che è fuori non possa entrare e, al tempo stesso, ciò che è dentro basti a se stesso. Questo perlomeno è il punto di vista di Ada, che motiva la sua ferma chiusura verso l’esterno poiché fuori c’è la guerra, una guerra non ben identificata, che si manifesta attraverso rumori di bombe e luci, ma che viene ripetutamente chiamata in causa da lei. Quando però iniziano ad arrivare segnali dall’esterno, nello specifico dei messaggi indirizzati a Savino, allora i pericoli del fuori diventano quelli delle tentazioni, dei richiami di un mondo che si muove secondo schemi diversi rispetto a quelli della coppia. Ed è così che la contrapposizione con lo spazio della cucina si fa man mano più forte e drammatica. La cucina infatti, se da un lato rappresenta la sicurezza casalinga, dall’altro è la scena in cui si sviluppa la relazione tra Ada e Savino, che dalle sfumature di un gioco infantile passa alle ombre di un confronto serrato tra due modi differenti di intendere la vita di coppia e di impostare il rapporto.
Tutto lo spettacolo si svolge sulla linea di un gioco di coppia: due giocatori che, confrontandosi e scontrandosi, fanno emergere atteggiamenti e aspettative distinte nei confronti dell’amore, in quella che per entrambi, al di là dell’esito del gioco, diventa una presa di coscienza di sé e dei propri desideri. Per buona parte dello spettacolo Ada rappresenta il personaggio più birichino tra i due: stuzzica Savino, indirizza la sua attenzione dove vuole lei e ne influenza le mosse; è un’abile giocatrice e dà l’impressione di essere lei a condurre il gioco. La strategia di Ada per tenere accanto a sé Savino, dandogli stimoli che mantengano dinamico il loro rapporto, è l’immaginazione, a cui dà vita attraverso la parola. Così come è lei in apertura a tenere le fila del racconto del duello tra cavalieri, è quasi sempre lei a scatenare un susseguirsi di situazioni, progetti, persino visioni che generano una catena di immagini e che dovrebbero servire a compensare ciò che manca all’interno della cucina. Perché per Ada il loro mondo è e deve essere tutto lì dentro, e il suo creare tante realtà con l’immaginazione diventa una sorta di catena amorosa che dovrebbe tenere Savino legato a quel microcosmo, distraendo la sua attenzione dai richiami dell’esterno. Perciò in questa parte dello spettacolo è la quotidianità che la cucina rappresenta a dominare, ed è un contesto che non solo si fa sempre più autoreferenziale ma che, unito alla fissità di certi luoghi comuni che emergono man mano, s’ingigantisce tanto da sovrastare i protagonisti e il loro rapporto. Da questo punto di vista le proporzioni delle scenografie aiutano a dare l’idea di uno spazio incombente.
Gli schemi e i piani in cui si muove Ada però cominciano ad andare stretti a Savino, poiché in lui vince la spinta verso l’esterno, la curiosità di conoscere quello che c’è fuori, provocando l’inevitabile rottura. Se Ada rimane intrappolata in una tipologia ben precisa di personaggio, – prima giovane innamorata, dopo sposa felice e quindi donna di casa – Savino al contrario ha la possibilità di scappare dal ruolo statico di fidanzato e poi marito dedito alla famiglia e al lavoro. E qui si rintraccia una disparità nel gioco di coppia che si rivela un vero e proprio disequilibrio drammaturgico, perché lo scontro non è più quello dell’ottica femminile versus quella maschile, bensì diventa una contrapposizione tra un personaggio che cresce (Savino) e uno che resta fermo a carattere (Ada). È fondamentale la scena in cui viene rappresentato il duello finale tra i due cavalieri, perché si scopre la loro identità: sono entrambi Savino, uno è il protagonista da bambino e l’altro da adulto, ed è quest’ultimo ad avere la meglio. Il duello quindi si può leggere come una metafora per mostrare il passaggio all’età adulta del protagonista, che vince la sua parte infantile e raggiunge un traguardo importante nel percorso di formazione. Ciò che colpisce è che questo non accade per Ada che, pur essendo abile a manovrare il gioco, resta ancorata ai suoi iniziali sogni e progetti di bambina. Non a caso, quasi a rafforzare ulteriormente l’evoluzione solo del protagonista maschile, è Savino stesso a portare in scena il duello tra cavalieri e a raccontarlo ad Ada, che in questo caso è sostituita da una bambola.
È in questo duello che si trova il vero colpo di scena dello spettacolo, dal momento che viene svelato il ruolo della protagonista: Ada è la bambola di Savino - come spiega l’autore stesso. Da questo momento in poi il gioco tra i due non è più ad armi pari, ed è ormai chiaro che la prospettiva dominante è quella maschile. Bisogna però notare che, dal punto di vista sia della costruzione scenica che della scrittura drammaturgica, la parte femminile non è totalmente subordinata a quella maschile, perché Ada non è il giocattolo di Savino, al contrario ha una sua identità ben definita che la rende protagonista a tutti gli effetti della storia, e le sue mosse hanno un peso notevole nell’andamento della vicenda. Lo spettatore di fatto è preso dalla contrapposizione maschile-femminile, tanto che può anche non accorgersi che Ada è una bambola, poiché non è questo aspetto che provoca i conflitti della coppia.
Del testo drammaturgico di Marco Andreoli funziona l’idea di un racconto di formazione a due voci, così come sono convincenti il confronto uomo-donna costruito sulla base della teoria dei giochi, e il contrasto tra lo spazio interno della cucina e il mondo esterno. Tuttavia nel corso dello spettacolo si rintracciano situazioni esageratamente stilizzate riguardanti il rapporto di coppia, che tendono ad appiattire la competizione tra Ada e Savino, e soprattutto troppi luoghi comuni sull’amore al maschile e quello al femminile. Per quest’ultimo basta l’immagine del velo bianco di Ada che si dirige verso l’altare declinando i punti fermi del suo matrimonio e le regole della sua futura vita casalinga, a cui fa da controcanto la cravatta da lavoro di Savino che torna a casa ed è sempre più attratto dalle tentazioni dell’esterno. Ne risultano due personaggi fuori dal tempo, - volutamente da parte dell’autore – ed è un peccato che siano un po’ troppo distanti dalla contemporaneità degli spettatori. La fissità di alcune loro caratteristiche e, soprattutto, di certe situazioni si scontra fortemente con la dinamicità scenica dei personaggi e con lo slancio generato dall’uso continuo dell’immaginazione; ma è l’emergere dei luoghi comuni che penalizza maggiormente il testo teatrale, poiché blocca le potenzialità costruttive contenute nell’idea del gioco di coppia, facendolo cadere in scelte o posizioni prevedibili. Se da un lato quindi lo spettacolo è lodevole per l’ottima interpretazione degli attori e per la messa in scena (la scenografia in particolare), dall’altro il testo è discutibile per la fermezza di certe posizioni, per il sapore a volte poco contemporaneo, e per l’immagine complessiva che ne risulta del rapporto di coppia, ovvero quella di una relazione chiusa e stretta nella morsa di una quotidianità a due.

Sara Nocciolini



SIAMOSOLONOI
drammaturgia di Marco Andreoli
con  Michele Riondino e Maria Sole Mansutti
regia:  Circo Bordeaux
scene:  Fabrizio Darpino
trucco e costumi:  Eva Nestori
disegno luci:  Luigi Biondi
musiche:  Teho Teardo
produzione  Artisti Riuniti e Palomar – in collaborazione con PAV

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