30 agosto, 2012

Racconti del Corriere: "Girasole", di Daria D.


Alberto Pirrone, Donna con Girasoli

Si guardò intorno ma in quel buco in cui viveva non gli ci volle molto e così cominciò a pensare e a ricordare l’unica cosa che gli era rimasta da fare.
La lasciava sempre a cucire davanti alla finestra del salotto buono, come lo chiamava lei, inutilmente ampio e carico di poltrone, sedie, soprammobili, lampade, uno spreco senza gusto, per ricevere gli amici che un tempo arrivavano numerosi, portando chiacchiere, parole di circostanza, bottiglie di vino scadente e risate forzate.  Doveva dimostrare che erano ancora insieme, come se loro, gli amici, non si fossero accorti di quanto estranei erano l’uno per l’altra. A volte assistevano ai loro battibecchi, divertiti e compiaciuti, fintamente preoccupati.  E se ne andavano augurando loro una “Felice notte”, “Grazie dell’invito”, “Che coppia straordinaria siete”. Tutte scemenze belle e buone che le davano una misera soddisfazione da sbattere in faccia al marito.
Gettò lo sguardo all’attaccapanni nell’angolo, dove era appeso l’impermeabile che aveva indossato quando era andato a prenderla alla stazione, quella donna che non gli aveva mai detto da dove veniva e di cui non sapeva nemmeno il nome.  L’aveva soprannominata Girasole perché anche quando la nebbia si addensava sul fiume o la pioggia martellava sui vetri, lei rideva gettando indietro la testa e scuotendo i petali gialli che le incorniciavano il bel viso, lasciando splendere il sole, anche se non c’era.
Girasole era dolce come il miele e sembrava avere una riserva illimitata di amore e di storie indecenti, che gli raccontava ogni volta che facevano l’amore, nelle stanze degli alberghi, in macchina, nelle toilette dei ristoranti.
Poi lui tornava a casa, e lei risaliva sul treno, senza dirgli dove sarebbe andata.
Era la prima donna che non gli aveva mai chiesto nulla della sua vita, sembrava che vivesse solo nel presente e che il passato e il futuro rappresentassero solo dei fardelli inutili, il primo perché le avrebbe appesantito i pensieri, il secondo perché le avrebbe impedito di sorridere, se lo avesse conosciuto.
“Non potrei sopportare se mi dicessi che stai con un’altra donna. Preferisco vivere questi momenti senza sapere… “.
Se le avesse detto “Ma io ho solo te” sarebbe stata una bugia, e se le avesse detto “C’è un’altra nella mia vita” sarebbe stata lo stesso una bugia.
Perché quella donna che passava il tempo a cucirgli la biancheria, a cercare di rammendare strappi troppo grandi per quel sottile filo che teneva tra le dita, non era più nella sua vita da molti anni, anche se lei fingeva che non fosse così. 
Un giorno la sorprese, non visto, mentre s’impossessava con avidità delle sue camicie, da cui strappava con forza i bottoni, come se fossero stati dei capelli, ne allargava le asole con le forbici e con un coltello apriva varchi sui pantaloni, incideva i colletti delle camicie, sfilacciava gli orli. Sembrava volerlo fare a pezzi, attraverso i suoi vestiti, in silenzio, in solitudine, nel vuoto di quella casa stupidamente grande per loro due. Aveva le dita piene di calli e di tagli, gli occhi ormai vedevano poco, eppure se ne stava al buio a cucire quello che lei stessa aveva strappato.
Odiava quel suo fare da vittima taciturna, quel capo reclinato in attesa che una scure si abbattesse sul collo, e anche quando lui urlava per scuoterla dal torpore, lei si limitava a pungersi il dito e a piangere, mescolando lacrime e sangue che regolarmente macchiavano la biancheria. E lì rimanevano.
“Ti ho cucito i pantaloni, erano strappati”. 
“Già. Non ho idea di come sia accaduto... ”. Le aveva risposto lui e infilandoseli vi aveva trovato rammendi su rammendi, come una tela squarciata da qualche artista pazzo e senza molte idee. Ormai andava in giro come uno straccione, si vergognava a farsi vedere da Girasole, anche se lei, davanti  a quelle “lacerazioni”, non faceva mai domande. Ma un giorno gli aveva proposto:
“Tesoro, oggi, dopo aver fatto l’amore, vorrei portarti a comprare dei vestiti nuovi”.
L’amore nel caldo del pomeriggio estivo, nell’ennesimo albergo alla periferia della città, fu come se fosse stato l’ultimo o forse il primo.
In un negozio molto elegante lei gli aveva regalato una camicia blu e un completo di lino. Per strada, tenendosi per mano, erano la coppia più bella e lui l’aveva invitata a mangiare un gelato, prima di riaccompagnarla alla stazione.
Seduto sull’unica poltrona del monolocale, vide uscire dalla valigia, che non aveva ancora svuotato, dopo tanto tempo, un lembo della camicia blu che le aveva regalato Girasole.
Si alzò a fatica, era stanco di aver sprecato la vita, di averla lasciata andare ogni volta su un treno diverso, senza avere mai capito da dove veniva e dove andava. E soprattutto non aveva mai capito perché si erano incontrati.
Ma Girasole era stata chiara:
“Se dopo tanti anni che ci vediamo non hai ancora preso una decisione, allora la prenderò io. Ma non sarà piacevole”.
E, infatti, un pomeriggio d’inizio autunno non era scesa dal treno e nemmeno le volte dopo. Ma lui continuava ad andare regolarmente ad aspettarla alla stazione.
 Le mancava tanto Girasole, nemmeno il sole gli sembrava luminoso come lo era il suo sorriso.
“Mi manchi tesoro. Scusa se non te l’ho mai detto abbastanza. E non ti ho nemmeno mai detto la parola amore”.  Parlava da solo, in quel buco senza luce e senza vita.
S’inginocchiò accanto alla valigia e tirò fuori la camicia, e con lei uscirono anche il vestito, quel bel vestito di lino bianco che le aveva regalato Girasole.
Tutto era rimasto come lo aveva trovato quella notte, rincasando dopo l’incontro con Girasole: strappato, lacerato, rammendato con suture lunghe, storte, senza senso.
 “Che stai facendo?”.  Le aveva chiesto e lei con un sorriso da strega non più taciturna gli aveva schiumato dalla bocca queste parole:
“Vi sto facendo a pezzi. Però avrò cura di rammendare gli strappi, non temere, anche se non sarà bello come era prima”. E la sua risata fu come lo stridere di una lama di coltello su un piatto.
Quella notte aveva riempito velocemente una valigia e se ne era andato, lasciando le forbici conficcate nella poltrona di lei.
Indossò quello che rimaneva del vestito bianco e della camicia blu, uscì di casa e raggiunse il ponte su cui passeggiavano spesso insieme e lo scavalcò, stringendo tra le mani un girasole.

Daria D.

27 agosto, 2012

Le borse di Serena Radicati, il perfetto binomio Arte/praticità



È vero che la borsa è un oggetto pratico, ma non per questo non si può trasformare anche in un oggetto artistico. Non è detto che l’accessorio che tutte le donne usano per metterci dentro trucchi, portafogli, oggetti di ogni genere… non possa assumere un valore più alto sia della maneggevolezza quotidiana sia della bellezza, perché si sa che la parola “Arte” ha una connotazione più importante della parola “Bellezza”. L’Arte, certo, può essere anche bella, ma la Bellezza, da sola, non possiede in sé tutte le caratteristiche per essere definita “Arte”. Tutto questo per dire che le borse create da Serena Radicati non sono solo belle, come possono essere quelle di Prada o di Louis Vuitton, ma sono anche intrise di valore artistico.
L’artista fa uso di materiali di seconda mano riuscendo a dare loro un’alta qualità assemblativa, e quest’ottima dote creativa è unita anche a una grande sapienza formale, a una forte abilità tecnica del cucire perfino cose molto difficili, come i disegni tratti dalle stampe giapponesi. Cucire è un po’ come disegnare e, in questo senso, si può dire che Serena Radicati –figlia d’Arte del pittore Luciano- è dotata di una bellissima mano.
Sono già due anni che l’artista si dedica a queste creazioni, che lei chiama “Peinture à porter”. “Quest'anno ho voluto usare, oltre ai soliti materiali come pelle e tessuti di vario genere, anche vecchi bottoni, plexiglass e piccoli inserti in legno colorato... così da creare sia qualcosa di elaborato che qualcosa di estremamente minimale”, dice Serena, e possiamo dire che queste borse sono veramente molto piacevoli allo sguardo dello spettatore e possono essere ammirate come dei dipinti. In un certo senso quindi possedere uno di questi accessori è come avere la possibilità di portarsi un’opera d’Arte sempre con sé, e un’opera d’Arte molto pratica anche, si può dire, visto la spaziosità che offre e la fodera interna, che, ben cucita, dà un’esaustiva sensazione di resistenza.

cliccare sulle foto per ingrandirle

Stefano Duranti Poccetti

20 agosto, 2012

La morte danza sulle note di un valzer. Un capolavoro da vedere o rivedere: Vite vendute di Henri-Georges Clouzot




P.P. di alcuni insetti legati tra loro da un filo. Si dibattono freneticamente cercando di liberarsi.
Musica di chitarra, melodia spagnola.
La camera si allarga su un bambino indios, nudo dalla cintola in giù, magro, scalzo, porta un capello di paglia sfilacciata. E’ lui che ha imprigionato gli insetti.
C.L. sulla strada principale del villaggio, entrano in campo un uomo vestito di bianco che sta leccando un gelato, un mendicante che si trascina a fatica tendendo la mano, una donna che porta sul capo un grande cesto, un ambulante, un ragazzo su un asinello, un avvoltoio appollaiato sulla strada come un cane randagio, le palme, le pozzanghere, la torre di un oleodotto che svetta in lontananza.
Su uomini, cose e animali batte il sole rovente, mentre il tempo si è fermato in questo lembo di terra, il villaggio di Las Piedras i cui abitanti sembrano essere senza ambizioni, futuro, prospettive, quasi subendo il destino, sperano che la notte arrivi in fretta a placare il caldo snervante dei tropici. 
Sono i personaggi a dare il ritmo alla macchina da presa che lentamente li segue, in soggettiva, fino al locale El Corsario Negro. In questo bar si conoscono tutti, ci vanno per giocare a carte, per bere, per fumare, per cercare un po’ d’ombra o, più probabilmente, per cercare il nulla.
C’è anche Yves Montand, il primo dei quattro protagonisti di questo che è certamente uno dei più bei film della storia del cinema: Vite vendute (titolo originale Le salaire de la peur) di Henri-Georges Clouzot, anno 1953, tratto dal romanzo di Georges Arnauld.
 Il suo personaggio, Mario, è il tipico uomo alla deriva ma che un’aspirazione ce l’ha: tornare a Parigi, appena sarà in grado di racimolare i soldi per il biglietto d’aereo.  E’ arrivato chissà quando, pensava di fare fortuna, poi si è lasciato prendere dal ritmo imbevuto di sudore e rassegnazione del luogo e c’è rimasto più a lungo di quanto pensasse. Ma quel biglietto del metro di Parigi, stazione di Pigalle è il suo amuleto, rappresenta il suo sogno da realizzare.
 Fazzolettino al collo, canottiera sformata e sudicia sotto una giacca di lino che potrebbe anche essere una camicia, pantaloni anch’essi bianchi e stropicciati, ha l’aria furba, è di bell’aspetto, insomma una simpatica canaglia. Se n’è accorta anche la servetta che lavora lì, Linda, interpretata da Vera Clouzot, che ogni tanto smette di pulire il pavimento, si alza da terra e va a strusciarsi come una gattina sul suo braccio.
“Dame un beso, Mario” lo implora. Lei non è solo la servetta del locale ma anche degli uomini che bazzicano lì, ma è innamorata pazza del bell’avventuriero francese.
La straordinaria fotografia di Armand Thirard è il bianco della luce abbacinante del sole e il nero che nasconde le vite e i sogni dei personaggi e le forme sgretolate delle cose abbandonate anche loro allo stesso destino.
La storia del film è di un’impresa quasi impossibile: trasportare su due autocarri 900 chili di nitroglicerina a 600 chilometri di distanza, per spegnere un pozzo petrolifero in fiamme.
 Ma è anche la storia di quattro vite unite dal bisogno e dallo stesso destino.  Vite vendute alla vita, che non hanno nulla da perdere, ma solo da guadagnare: un po’ di sopravvivenza in più, un successo da dividere con la propria donna o nella solitudine dei tropici, un viaggio senza ritorno, la riconquista della propria libertà.
  Il secondo personaggio è Bimba, interpretato da Peter Van Eyck, un autista di origini nordiche che salta sulla camionetta per andare all’aeroporto. Ogni volta che atterra un volo potrebbe essere un’occasione per fare soldi con i nuovi arrivati, magari americani che lavorano alla SOC (Southern  Oil Company) oppure viaggiatori in cerca di un posto dove alloggiare. 
Dall’aereo, insieme ad un militare americano e a una capra tenuta al guinzaglio, scende Charles Vanel, Mister Jo, elegantissimo nel suo completo bianco, comprese le scarpe, la camicia nera, la cravatta, il panama e un frustino per scacciare le mosche. Ha l’aria del petroliere, del riccone, e questo è quello che ci vuol far credere, altezzoso e distaccato, ma scopriremo più tardi che la sua è solo una facciata, una misera facciata. E ne proveremo pena anche perché si dimostrerà il più codardo di tutti, oltre al più anziano. 
Ci manca il quarto personaggio: è Luigi, l’italiano, il muratore, sempre con l’immancabile coppola in testa, l’uomo buono, generoso, malato ai polmoni, che nella prima scena in cui appare sta impastando, non la calce, ma la farina per fare le tagliatelle. Luigi è interpretato dal simpatico Folco Lulli.
Ecco, il poker d’assi è al completo. Saranno loro a trasportare la nitroglicerina, in due coppie: Mario e Mr. Jo su un camion, Luigi e Bimba sull’altro.
La loro avventura comincia sul far dell’alba, lasciandosi dietro tutto e niente.
Vera, impaurita di non rivedere più Mario, correrà ad arrampicarsi sul camion in movimento pregandolo di non andare via, di rinunciare all’impresa.  Ma lui aprirà la portiera con forza e lei volerà come una colomba piangente sulla strada fangosa e nera.
Francese, italiano, inglese, spagnolo si mescolano in bocca ai protagonisti, che passano da una lingua all’altra con disinvoltura ed estrema bravura, come è la loro recitazione. Perfetta.
Clouzot li ha scelti bene gli attori e li ha diretti altrettanto bene, ognuno rappresenta un lato del carattere umano e quando via via che il film prosegue, in una suspense di grande tensione, li perdiamo per strada, perché un dramma ha bisogno di vittime sacrificali, ci rattristiamo.
Ma la vita continua.
Fino all’arrivo dell’unico superstite che, stanco e stremato, vacilla al suolo, di fronte alle fiamme del pozzo petrolifero.  Ha compiuto la missione, anche se ha perso i compagni di avventura, ma quel che conta è che intascherà il denaro e Pigalle comincerà a essere sempre più reale nelle su fantasie. Può riprendere la guida del camion, alleggerito dalla nitroglicerina e tornare a Las Piedras, dove Vera lo sta aspettando, ballando una
                                                       Musica di valzer
La fine è la fine delle storie che parlano di vita, di amicizia, di amore.
Clouzot ci regala, con più di due ore dense di tutto quello che un grande cineasta sa filmare e raccontare, un film che a distanza di tanti anni emoziona e sorprende.
I capolavori danzano allo stesso modo sulle arie di un valzer o su una sirena di allarme, con la stessa forza e la stessa maestria. Perché la vita come l’arte non ha confini.
                                                        
FINE

Daria D.


 
                                                               

17 agosto, 2012

“Ciro in Babilonia”, il trionfo di Ciro e del Rossini Opera Festival



Teatro Rossini, Pesaro. “Rossini Opera Festival”, lunedì 13 agosto 2012

Baldassarre, re di Babilonia, è assediato nella sua capitale da Ciro, re di Persia, che conduce la guerra con l’aiuto dei Medi. Durante una sortita nel campo nemico, Baldassarre riesce ad impadronirsi della moglie di Ciro, Amira, e del loro figlioletto Cambise...
Il prologo qui presentato è il preambolo del soggetto dell’opera “Ciro in Babilonia”, che ha inaugurato l’edizione 2012 del Rossini Opera Festival. Un festival che si tiene da trentatré anni nel mese di agosto nella cittadina di Pesaro, che celebra il genio di Gioacchino Rossini, che qui nacque nel 1792, e che, insieme alla Fondazione Rossini, rintraccia dove possibile i manoscritti autografi del compositore e cura le fondamentali edizioni critiche di ogni sua opera, presentando ogni anno agli appassionati almeno tre produzioni operistiche del loro illustre concittadino, anche quelle inedite come il “Ciro in Babilonia”, che fu presentato al pubblico del Teatro Comunale di Ferrara esattamente duecento anni fa.
Una moltitudine di persone, spesso proveniente da tutto il mondo, nel mese più caldo dell’anno, viene a Pesaro per seguire le vicende dei vari Baldassarre, Ciro e Amira, che piangono le loro miserie, cantano di guerre e tradimenti e si sprecano in supplizi e sacrifici.
Melomani in festa, accomunati dalle appassionate note del grande maestro pesarese, popolano il Teatro Rossini e acclamano i loro beniamini, onorandoli di epiteti esornativi fuori da ogni deplorevole dubbio o discussione. Sì, perché a Pesaro si esibiscono i migliori, da Abbado a Juan Diego Flòrez, da Ronconi a Pierluigi Pizzi. Ma non solo, grazie a un’oculata ricerca, il festival dà la possibilità ai giovani più meritevoli di esprimersi, affidandogli spesso i ruoli principali delle produzioni in atto. Non è un caso se il tenore peruviano Juan Diego Flòrez, a detta di molti il tenore più bravo nel mondo, sia nato artisticamente proprio da questo fortunato festival.
Ma andiamo da dove siamo partiti, dall’opera che ha inaugurato il Festival: Ciro in Babilonia, ossia La caduta di Baldassarre, un dramma sacro in due atti che all’epoca fu accolto con mugugni, forse a causa del testo poco valoroso, fu dallo stesso compositore considerato un fiasco. Ebbene, grazie ad una notevole intuizione del giovane regista torinese Davide Livermore, il teatro d’opera si è trasformato in una sala cinematografica dei primi anni del Novecento, trasformando di fatto un’opera statica, dovuta alla farraginosità del libretto e all’abbondanza dei recitativi, in uno spettacolo dinamico e piacevole. Il regista ha giocato, attraverso continue contaminazioni, sul doppio piano del melodramma e del cinema muto, facendo di un’opera musicale un kolossal, che riferendosi a pellicole d'epoca come 'Cabiria' (1914) tramuta i personaggi del melodramma in attori del cinema muto, a loro volta proiettati sullo schermo.
Il racconto si snoda come su una grande pellicola e i colori non potevano essere che il bianco e il nero, con gli splendidi costumi di Gianluca Falaschi che filtrano la storia attraverso l'abbigliamento di inizio XX secolo. Le didascalie da cinema muto, che durante l'Ouverture spiegano l'idea registica, consentono anche allo spettatore meno informato di seguire l'intricata vicenda. Il cast è stato all'altezza della situazione e hanno trionfato i protagonisti, a partire da Ewa Podles, grandissima professionista dalla rara vocalità, che ha interpretato il personaggio di Ciro con energia e determinazione. L'australiana Jessica Pratt ha incantato la platea con la splendida aria “Deh! Per me non v'affliggete”, dove ha sfoderato le sue doti di agilità e la capacità di affrontare con disinvoltura e carisma le “esplosioni” sonore. Non è stato da meno Michael Spyres, tenore, che, specie nella grande aria di Baldassarre “Qual crudel, qual trista sorte”, ha messo in campo una ricchezza di colori e di fraseggio che hanno segnato un'interpretazione unica. Tutti sotto la splendida direzione del direttore Will Crutchfield. Un’opera che si è conquistata gli applausi del pubblico sin dall’inizio, che grazie, soprattutto alla splendida regia, si è resa fruibile come spettacolo raffinato, ironico ed emozionante. E per finire da dove avevamo iniziato: E tutti, vincitori e vinti si ritrovano nella Gran Piazza di Babilonia dove si celebra il trionfo di Ciro, ed io aggiungo: del “Ciro in Babilonia” del festival di Rossini di Pesaro.

Antonio Castaldo

16 agosto, 2012

VIAGGIO ATTRAVERSO L'IMPOSSIBILE - sogni di cinema, a cura di Francesco Vignaroli. Ottava puntata: "Ferro 3-La casa vuota".



FERRO 3 –LA CASA VUOTA   COREA DEL SUD 2004 88’ COLORE
(bin-jip      3 iron)
REGIA: KIM KI-DUK
INTERPRETI: JAE-HEE, LEE SEOUNG-YEONG, MOO JOO JIN, CHOI SEONG-HO
Edizione DVD: SI’, distribuito da DOLMEN HOME VIDEO

Tae-Suk (Hee), ragazzo misterioso e taciturno, trascorre le giornate gironzolando per la città a bordo della propria moto in cerca di appartamenti o case disabitati in cui introdursi per stabilirvisi temporaneamente (almeno fino al ritorno dei legittimi proprietari); una volta dentro, Tae-Suk mangia, si lava, dorme, ma si dedica pure alla cura della casa, pulendo, facendo il bucato ed effettuando piccole riparazioni domestiche grazie alla notevole manualità di cui è dotato. Durante la “perlustrazione” di una lussuosa villa (la stessa che vediamo all’inizio del film),  incontra Sun-Hwa, giovane e bellissima sposa infelice che reca in volto i segni inconfondibili dei maltrattamenti del marito, squallido e violento uomo d’affari di mezza età. L’intesa tra i due è istantanea, e Sun-Hwa decide così di seguire Tae-Suk nel suo particolarissimo percorso, non prima che questi abbia regolato a dovere i conti col marito manesco di lei ( in un modo decisamente originale). Di casa in casa, di fuga in fuga, tra i due sboccia pian piano l’amore, ma il gioco si interrompe bruscamente quando la polizia riesce ad arrestarli nell’appartamento di un anziano morto in casa. Mentre Sun-Hwa riguadagna subito la libertà grazie all’intervento dell’influente marito, per Tae-Suk si aprono le porte del carcere, tuttavia non c’è forza che possa trattenere a lungo uno spirito libero…


Il ferro 3 cui fa riferimento il titolo, come spiega lo stesso Kim -regista autodidatta privo di cultura cinematografica e con un passato da pittore, approdato alla settima arte quasi per caso, imparando il cinema semplicemente “facendolo” (da qui la grande libertà stilistica e l’originalità che caratterizzano le sue opere)- è la mazza da golf meno utilizzata nel corso di una partita; immaginando tale mazza all’interno di una costosa sacca utilizzata anch’essa raramente, ecco che otteniamo un’efficace metafora della solitudine umana, condizione percepita da tutti coloro che, per i motivi più vari, si ritrovano esclusi, emarginati, tagliati fuori dalla società, ed in qualche modo quindi “inutilizzati”, inerti.
Ma il golf è qui anche leitmotiv, espediente narrativo ricorrente e polisemico, dato che mazza (probabilmente, anche se non ci è dato saperlo con certezza, proprio un “ferro 3”) e palline vengono utilizzate ripetutamente dai personaggi del film, assumendo  valenze simboliche e scopi di volta in volta differenti: in mano al manesco e possessivo marito di Sun-Hwa, la mazza esprime tutta l’arroganza e la volgarità del potere cui prelude la ricchezza; impugnata da Tae-Suk diviene strumento di liberazione nonché speranza in un cambiamento (soprattutto per l’infelice Sun-Hwa), e, ancora, mezzo attraverso il quale i due innamorati comunicano  –in un’enigmatica scena, che si ripropone poi una seconda volta poco più avanti nel film con una chiusura però decisamente più traumatica (Tae-Suk finisce per colpire un’incolpevole passante ferendola gravemente, mostrando tutta la propria fallibilità e fragilità di essere umano e ribaltando quell’ impressione di perfetta padronanza di sé e della realtà che il film ci aveva trasmesso fino a quel momento), Tae-Suk fissa la pallina ad una corda legata ad un albero e colpisce a ripetizione ma Sun-Hwa ad un certo punto lo ferma piazzandoglisi davanti; lui sposta la pallina per cercare di evitare la ragazza che continua invece a seguirlo impedendogli di giocare, finché il nostro si vede costretto a rinunciare…che la ragazza riveda in Tae-Suk che gioca a golf il marito dal quale è appena fuggito? Oppure, che Tae-Suk senta il bisogno di imitarlo, magari per esorcizzare la propria frustrazione ed insoddisfazione di fondo? -; infine, la mazza è la non convenzionale arma utilizzata per consumare vendette (ne vedremo ben 3), ambivalente come la volontà dell’uomo che può mutare dal bene al male con gran disinvoltura.
Altra immagine adattissima a rappresentare la solitudine umana è quella di una casa vuota (cui allude il titolo originale del film), vuota come le abitazioni attraversate da Tae-Suk. Ricordando ancora le parole del regista, ciascuno di noi ospita al proprio interno un’immensa casa vuota chiusa a chiave –la solitudine, ingrediente ormai onnipresente nell’odierna società in cui viviamo-; ciò che desideriamo è solo di incontrare qualcuno in grado di forzare la nostra serratura e liberarci così da questo sentimento opprimente. Il protagonista del film, solo a propria volta, è uno “scassinatore di solitudini” di professione mosso dal bisogno di trovare una casa vuota che, una volta aperta, gli permetta di aprire finalmente anche la propria. E’ proprio quello che succede tra Tae-Suk e Sun-Hwa: il magico incontro di due esigenze perfettamente complementari porta due persone a sconfiggere la propria solitudine ed a scoprire il vero amore, un amore così forte da annullare persino le barriere spazio-temporali imposte dalla realtà.

Rinunciando quasi completamente ai dialoghi (di Tae-Suk non sentiremo mai la voce, mentre per ascoltare quella di Sun-Hwa  –urlo al telefono a parte- occorrerà attendere le pochissime parole pronunciate verso la fine del film), lavorando di sottrazione (trama ridotta all’osso, piena di momenti di sospensione e “microeventi”, dove ogni singolo fotogramma è comunque imprescindibile) e con un budget ridottissimo (solo 16 giorni di riprese!), Kim gira il suo film più bello e importante, regalandoci una favola metropolitana poetica ed emozionante, di cristallina purezza, sospesa in fragile equilibrio tra la realtà quotidiana della prima parte e il surrealismo fiabesco della seconda, dove ogni logica narrativa salta per lasciar posto alla meraviglia e all’immaginazione del sogno. Misura, trasparenza e grazia sono le parole chiave di questo film  che sa essere zucchero e fiele allo stesso tempo, deliziosa commedia d’amore e impietosa ricognizione sociologica dell’attuale società sudcoreana (ma non solo di essa: sarebbe un grave errore non rispecchiarsi in questo breve spaccato d’umanità!) e dei grandi mali che l’affliggono; a tal proposito, quel che ne esce è il mesto ritratto di un paese nel quale sembra essere saltato qualunque punto di riferimento morale e familiare (una volta “rianimate” dal ritorno dei legittimi proprietari, le varie case lasciate da Tae-Suk si rivelano in realtà  più solitarie di prima, mute spettatrici di famiglie sull’orlo dello sfascio o, nella migliore delle ipotesi, tenute insieme solo per inerzia) e dove arrivismo ed egoismo sembrano prevalere quali principi guida delle azioni delle persone; una società di alienati dove la violenza (qui pure assai più contenuta ed astratta rispetto ai livelli usuali di Kim) è un abituale e normale modo di interazione tra gli individui in grado di sopperire, paradossalmente, all’ormai cronica incapacità di comunicare delle persone (basti pensare al modo in cui l’ispettore cerca di ottenere la confessione di Tae-Suk, una scena che sembra uscire direttamente dal primo film del regista giapponese Takeshi Kitano,  “VIOLENT COP”,  datato 1989).
In un mondo così, Tae-Suk stima evidentemente di non potersi ritagliare uno spazio. Da qui la scelta di rinunciare ad un’esistenza normale per vivere una vita parallela, una vita da estraneo, da non-allineato, da emarginato, da vagabondo, al di fuori delle regole accettate supinamente dagli Altri. Eppure, non è stato sempre così, c’è stato un tempo in cui anche Tae-Suk ha vissuto ”nel mondo” (“SEI ANCHE LAUREATO”, gli dice con rammarico l’ispettore, non trovando una spiegazione all’operato del protagonista), almeno fin quando non si è reso conto della propria  incompatibilità di fondo col concetto di ” normalità” . Va da sé che una scelta radicale di tale portata comporta un inevitabile corollario di sofferenza e solitudine che il nostro cerca di mitigare fingendo di vivere la vita degli altri, forse nello slancio di un impossibile, data la propria irriducibilità, desiderio di ricongiungersi col Mondo ( non a caso, prima di lasciare una casa Tae-Suk si scatta sempre una foto ricordo nell’angolo più rappresentativo dell’abitazione stessa, magari dove si trova il ritratto dei proprietari), nell’attesa dell’incontro decisivo che lo guarisca dal solipsismo che lo affligge. A tradire la sofferenza e l’insoddisfazione di fondo di Tae-Suk da un lato e un forte anelito di pervenire ad una sorta di “unio mystica” con l’universo dall’altro, ci pensa il suo agire, così costantemente improntato alla ricerca dell’ordine e della stabilità (la riparazione degli oggetti rotti, l’impeccabile funerale del vecchio ma anche la geometrica perfezione dei suoi movimenti, della quale fa le spese il ”povero” secondino del carcere, bersaglio degli scherzi ogni volta  più sofisticati del nostro) ed in quanto tale così contraddittorio rispetto alla sua vita sociale di rottura. Solo l’incontro con Sun-Hwa porta pace nell’anima dello scassinatore Tae-Suk, un’anima prima di tale evento necessariamente monca, incompleta, dimezzata poiché incapace di ospitare l’amore dentro di sé. E il fiorire di questo sentimento nuovo, sconosciuto, completa il processo di trasformazione di Tae-Suk che da individuo diviene Presenza (sovrannaturale?), ed in quanto tale si pone al di là dello spazio-tempo ed al di sopra di qualunque logica terrena, sciolto da ogni vincolo e finalmente libero di amare (sempre a modo suo, dato che anche Sun-Hwa fa parte dell’universo alternativo di Tae-Suk, ed in questo il regista sembra volerci suggerire che in questo mondo c’è spazio per una vita “altra”). Tra tanto spendore (anche formale: Kim sa girare con leggiadria e delicatezza magistrali,  trasformando la povertà di mezzi a disposizione in un’occasione per dare il massimo avendo a disposizione il minimo),che Tae-Suk sia in realtà morto e tutto ciò che vediamo alla fine sia solo frutto dell’immaginazione di Sun-Hwa oppure no, non ha importanza  e, almeno per una volta, alle richieste dei razionalisti ad oltranza che pretendono di ottenere spiegazioni per tutto, possiamo rispondere con un convinto “FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO!”.

Leone d’argento-premio speciale della giuria a Venezia 2004 , il film, oltre che su singolo DVD, è reperibile anche nell’ottimo cofanetto “COLLEZIONE KIM KI-DUK”, insieme ad altri tre film del maestro, il capolavoro “LA SAMARITANA”  (ancora 2004, decisamente l’anno di grazia di Kim)  e gli ottimi “PRIMAVERA ESTATE AUTUNNO INVERNO E…ANCORA PRIMAVERA” (2003) e “L’ARCO” (2005). Come sempre, raccomando vivamente di scegliere la versione originale sottotitolata.

Francesco Vignaroli

12 agosto, 2012

“Cortona On The Move”, anche quest’anno un Festival di Fotografia da non perdere… ce ne parla Antonio Carloni.



Antonio Carloni fa parte dell’organizzazione del Festival di Fotografia “Cortona On The Move”, insieme alla Direttrice artistica Arianna Rinaldo e alla produttrice Chiara Callegari, che sarà a Cortona fino al 30 settembre, e ci concede un’intervista riguardo all’iniziativa.

Ciao Antonio, anche quest’anno ho il piacere d’intervistarti riguardo il Cortona On The Move, cosa mi dici sull’edizione di quest’anno?

Anoek Steketee, Dream City
Ciao Stefano, dopo il successo della prima edizione 2011, che inaspettatamente ha visto la presenza di 15.000 visitatori, abbiamo deciso di andare avanti con lo stesso tema dell’anno scorso: il viaggio, con l’idea di un Festival itinerante per le vie di Cortona, che porti a questa città i nomi internazionali della fotografia. È stato fondamentale il nuovo apporto di Arianna Rinaldo come direttore artistico, che ha suggerito di sviluppare questo soggetto del viaggio in vari modi: viaggio come scoperta, divertimento, sorriso, ma anche come tragedia, difficoltà… e sono esposti così quindici fotografi che costruiscono le varie sfaccettature di questa tematica.

Quali sono stati i cambiamenti significativi rispetto all’edizione 2011?


La riapertura del vecchio Ospedale di Cortona è sicuramente il fiore all’occhiello di quest’annata del Festival ed è stata anche la fatica più grossa; un’altra variazione dall’anno passato, come dicevo prima, è stato il cambio del direttore artistico, da Carlo Roberti ad Arianna Rinaldo, una ragazza giovane che arriva da AD di Repubblica, che ha portato veramente tanto entusiasmo, sia nell’organizzazione che nella selezione dei fotografi -ci sono nomi meno famosi dell’anno scorso, sono fotografi contemporanei emergenti.

Avete anche dedicato un progetto ai cittadini cortonesi, vero?

Massimo Siragusa, Teatro d'Italia
Sì, c’è anche un lavoro dedicato a Cortona e prende il nome di “Cortonesi On The Move”. Abbiamo pensato che interessare i locali sarebbe stato importante, perché non deve essere un Festival per pochi eletti, ma un Festival per tutti, quindi, grazie alla collaborazione con il gruppo svizzero di creativi “Riverboom”,  abbiamo coinvolto la popolazione indigena organizzando un casting di foto di famiglia in viaggio, per poi esporre all’Ospedale il risultato di questo casting.

L’apertura dell’Ospedale è stata una sorpresa piacevole e inaspettata per Cortona…

L’Ospedale è un luogo storico per Cortona, da circa il 1200 i cortonesi hanno fatto utilizzo di questa struttura… L’abbiamo ritrovato chiuso e abbiamo cercato di dargli una nuova anima e un nuovo aspetto, è stata la fatica più grossa del Festival. Il posto, tra l’altro, è adattissimo alle nostre esigenze, perché quello che facciamo noi è decontestualizzare gli spazi dalla loro origine, quindi, per esempio, quello che una volta era il vecchio magazzino delle carni diventa ora luogo espositivo, così come l’Ospedale, la cui apertura è stata veramente il nostro trionfo.

Ci sono delle nuove sale espositive rispetto all’anno passato, puoi parlarmi di queste novità?

Antonio Carloni
Rispetto all’anno passato ci sono tre nuove sale espositive: il Vecchio Ospedale, la Sala Pavolini e lo spazio in Vicolo del Gesù –dove, fino a trent’anni fa, era fatta la Fiera dell’Antiquariato. In quest’ultima è presente un evento speciale, realizzato insieme alla famiglia Franchina, si può infatti trovare una retrospettiva e la ricostruzione della vita del grande artista Nino, proprio nel centenario della sua nascita.

Chi devi ringraziare per la realizzazione di questo Festival?

Questo è un evento che nasce dalla voglia di farlo, il coinvolgimento e l’entusiasmo sono le nostre carte vincenti. Ringraziamenti vanno alle Istituzioni: al Comune, alla Regione, alla Provincia, e anche a tutti i privati, come le banche del luogo… un ringraziamento speciale va di certo alla cittadina di Cortona, perché è anche grazie a lei che questo Festival può funzionare.


Curata da Stefano Duranti Poccetti

09 agosto, 2012

“Il paesaggio necessario”, Grizzana Morandi: Una visita necessaria


Opere di Bottarelli, Cusatelli, Benuzzi

“E’ l’anima di Morandi”.  Mentre Eleonora, che è seduta accanto a me, dice queste parole, io seguo con lo sguardo la farfalla dalle ali nere, puntellate di giallo che, entrata inaspettatamente dalla finestra, compie tre, quattro giri nella casa/studio del pittore Giorgio Morandi.
Non so cosa dire per lo stupore ma penso che abbia ragione.  Vorrei che rimanesse, ma le anime sono sempre in movimento e non possono fermarsi troppo a lungo, proprio come le farfalle.
La casa/studio di Morandi si trova a Grizzana sull’Appennino emiliano ed io lì ci sono andata per tre motivi necessari, legati tra di loro: un’amicizia, una visita e una mostra.
Eleonora Frattarolo è docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna e curatrice della mostra, inaugurata pochi giorni fa a Grizzana Morandi, intitolata “Il paesaggio necessario” e che rimarrà aperta fino al 30 ottobre.
L’amicizia con Eleonora è stato un colpo di fulmine, l’ho sentita parlare alla presentazione di un libro e mi ha colpita, non solo per le sue idee molto personali e non “alla moda”, libere e originali, mirate alla divulgazione in maniera semplice e chiara della storia dell’arte e delle correnti contemporanee della creatività, ma per quel modo elegante di muovere le mani, di aggiustarsi i capelli dietro le orecchie o di portarli da una parte, di stare ad ascoltarti con la mano sul fianco, di far tintinnare il braccialetto, del suo modo di vestire con classe, ma non scontato, consapevole, con umiltà, di conoscere e promuovere la bellezza dell’arte e di perseguirla anche nella sua vita.
La casa/studio è una villetta a due piani, con un giardino davanti, la facciata dipinta di giallo, una casa come ce ne sono tante, ma qui ha vissuto Giorgio Morandi e questo la rende speciale, unica, perfino esteticamente bella.
Casa di Giorgio Morandi
Eleonora apre la porta d’entrata e sembra quasi stia per dire “Eccoci maestro, come sta oggi?”.
E’ parte della famiglia, entra sicura nelle varie stanze a spalancare le persiane e la casa si trasforma: la luce del sole invade gli ambienti, si posa sui mobili essenziali, sui letti delle tre sorelle che vivevano con lui, le sedie in quello spigoloso e scomodo stile anni cinquanta, alcuni schizzi a matita appesi alle pareti, il letto del maestro che sembra più una branda e che è corto rispetto alla sua alta statura, come mi fa notare Eleonora. Poi, come se mi volesse far partecipe di un segreto, apre un armadio e mi mostra il suo impermeabile.  Trattengo il fiato per non far volare nemmeno un granello di quella polvere necessaria allo scorrer del tempo.
 La stanza dove il sole sembra entrare più prepotentemente è lo studio del pittore, al secondo piano.
Mi affaccio alla finestra e riconosco il paesaggio che non si stancava di dipingere, come non si stancava di dipingere le bottiglie, le caraffe, i barattoli vuoti dell’Ovomaltina, i fiori secchi o finti, oggetti che avrà consumato con gli occhi per trovarci quell’essenza misteriosa che sta alla base della vita e che solo gli artisti riescono a scoprire. Forse nemmeno Morandi è possibile che l’abbia mai capita, quell’essenza, sennò non avrebbe dipinto gli stessi oggetti e lo stesso paesaggio un’infinità di volte, ma ne ha carpito l’anima, che è molto ma molto di più.
Vedo dalla parte opposta della strada i Fienili del Campiaro, dove la sera prima c’è stata l’inaugurazione della mostra e della ristrutturazione dei due fienili. Il maestro li ha dipinti tante volte, io al massimo li posso fotografare, usando un mezzo meccanico, non un pennello imbevuto di chissà quale mistura di ocra e di verde. Un signore del luogo, incontrato all’esposizione, mi ha raccontato che ha conosciuto il pittore quando aveva sette anni e che un giorno d’estate, mentre era in vacanza dai nonni, si era fermato a osservare il maestro che dipingeva al cavalletto, all’aperto, quel paesaggio “necessario” di cui parla la curatrice della mostra. Morandi si ferma un attimo e gli chiede “Quanti verdi pensi che ci siano se guardi quegli alberi?”. Il bimbo come se fosse stato a scuola, un po’ spaventato dalla curiosa domanda, e anche della risposta che avrebbe dato, ci pensa un po’ e poi dice: “Dieci… maestro?”.   Il maestro fa un sorriso e risponde: “Molti ma molti di più”.  Sono sicura che quella risposta avrà lasciato un segno nella sensibilità di quel bambino.
Eleonora mi racconta qualche episodio legato al maestro ed io intanto poso lo sguardo sugli oggetti che sono gli stessi che lui ha dipinto. Hanno smesso di vivere da quando lui non c’è più, ma sono ancora lì, fisicamente presenti, li posso vedere, mentre il maestro no.  Poi mi ricordo della farfalla e cambio idea.
Giorgio Morandi, Natura morta, 1926
La serata ai Fienili del Campiaro è simpatica e conviviale, ma si sente aleggiare il rammarico che lui non sia con noi.  Il sindaco Graziella Leoni che timidamente sembra nascondere la fascia tricolore tra le sfumature forti del suo vestito, come per confondersi tra la folla, per non farci pesare la sua carica così importante, fa un discorso introduttivo, è commossa, felice, quasi la voce non arriva al pubblico, trattiene le lacrime a forza quando ci dice che con un referendum popolare è stato deciso di unire il nome di Morandi a quello di Grizzana.  Anch’io sarei fiera di essere la prima cittadina di questo piccolo sperduto paese dell’Appennino, che magari pochi conoscono ma che potrebbe stare alla pari con città come New York o Parigi perché Morandi l’ha immortalato nei suoi quadri, perché tra quei calanchi ci aveva visto “ il paesaggio più bello del mondo”.
Dentro i fienili, che pur mantenendo la fisicità di quello che erano un tempo hanno acquistato una dimensione moderna e idonea a ospitare la mostra, le opere degli artisti Lidia Bagnoli, Laura Baldassari, Bruno Benuzzi, Maurizio Bottarelli, Claudio Cusatelli, Giulia Dall’Olio, Daniele Degli Angeli, Massimiliano Fabbri, Dacia Manto, Mauro Mazzali, Graziano Pompili, Massimo Pulini ci accolgono mostrandoci come il paesaggio abbia fatto nascere in ognuno di loro il bisogno necessario di lasciare un segno che sia soprattutto un omaggio alla natura.  Un vaso di fiori dai colori carnali, palafitte stilizzate come pitture rupestri incendiate di rosso, fiori incastonati come insetti nell’ambra, graffiti su cera colorata simili a impronte di polpastrelli, ombre dipinte su carta come sindoni di foglie e grovigli di radici, un letto grande come un campo di zolle di gomma siliconata, marmi su cui si riflette la superficie lunare, nidi di uccelli in un paesaggio inesistente all’occhio umano, non a quello divino, una cupola che sembra continente affiorante da memorie primitive e collettive, figure che si disfano nel verde dei campi e nei riflessi della luce che entra nella stanza, tebaidi di sogno, di sale e di cobalto. Tutto questo è “il paesaggio necessario”.
Tra un’opera e l’altra il mio sguardo non può fare a meno se non di uscire dalle grandi vetrate che attirano la luce della sera e i tanti tantissimi verdi della natura e arrivare alla casa di Morandi che spunta come un girasole, unico, solitario, tra i calanchi.
Interno e opere di Daniele Degli Angeli
Esco dai fienili, il sole sta per tramontare e sullo spiazzo la gente si è radunata per mangiare. Su una lunga tavola apparecchiata una forma di parmigiano scavata nel mezzo, sembra anch’essa un’opera d’arte, troneggia invitante e quando ne metto un pezzetto in bocca, sento il sapore immutato della terra d’Emilia, e mi auguro che rimanga sempre così, nonostante i terremoti, le crisi, le incertezze dei tempi.
Guardo le stelle nel cielo terso, in città ormai non si vedono più, e mi domando perché Morandi non le abbia mai dipinte, sono così belle! Credo che proprio perché sono belle e perfette Morandi non le abbia mai volute dipingere. E’ troppo ovvia la loro bellezza. Morandi non cercava la bellezza che non richiede sforzo per essere compresa, ma quella difficile da percepire, quella che non si vede a occhio nudo, quella che è appannaggio solo degli artisti ma che generosamente ci regalano perché ne possiamo godere anche noi.
Sento che questa visita necessaria a Grizzana Morandi è impregnata di amicizia, di conoscenza, di rispetto, di cultura, di arte. Questi sono i valori per cui dobbiamo continuare a vivere, sperare e lottare, nonostante tutto.


Daria D. 

07 agosto, 2012

“Billie Holiday, la signora del Blues amaro. Jazz Tellard”. La vita felice, tormentata, di certo pienamente vissuta, di una grande voce del blues…



Piazza Duomo, Chiusi. “Festival Orizzonti”, domenica 5 agosto 2012

Uno spettacolo dedicato alla voce del blues Billie Holiday quello portato in scena dall’ “Alice Claire Ranieri Quartet” (Alice Claire Ranieri alla voce, Gianni Di Renzo alla Batteria, Andrea Frascaroli al pianoforte e Stefano Cesare al Cotrabbasso, da ricordare anche Valerio Di Giambattista per l’organizzazione) e dalle attrici Elisa Menchicchi –in questo caso anche regista-  e Francesca Inaudi, che leggono pagine dalla vita difficile, tormentata, ma anche piena di successi, di Billie Holiday. I brani recitati, con ottime proprietà attoriali dalle due attrici, sono inframezzati dai pezzi di musica della celebre cantante che i musicisti suonano con grande abilità, accompagnati dalla bellissima voce di Alice Claire Ranieri.
Si tratta di uno spettacolo (per essere precisi dovremmo chiamarlo “Jazz Tellard”, un’esibizione composta da Teatro e Musica) tutto sommato semplice: sul palcoscenico i musicisti e le due attrici, e qui ci si rende conto di quanto la semplicità possa diventare esauriente, visto che gli interpreti ci tengono affezionati alla “rappresentazione”, nonostante l’apparente staticità della messa in scena –le attrici stanno sedute per tutto il tempo-, sfruttando il loro valore attoriale, alimentato dall’abilità musicale del quartetto e dalla storia personale di un grande personaggio, che non può che affascinare il pubblico.
Se dovessi personalmente rilevare un limite, direi che forse il tutto è un po’ troppo lungo, nonostante questo mi sono alzato dalla mia sedia di spettatore pienamente soddisfatto.


Stefano Duranti Poccetti

05 agosto, 2012

Čajkovskij e Beethoven per il “Mix Festival”. Il sentito violinismo di Chloë Hanslip e la decisa direzione di Juraj Valcuha



Teatro Signorelli, Cortona. “Cortona Mix Festival”, sabato 4 agosto 2012

Non appena il violino di Chloë Hanslip comincia a suonare, si capisce che si assisterà a una bellissima performance, il “Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 35” di Čajkovskij sembra infatti molto sentito dalla giovane musicista inglese, che ne propone un’interpretazione molto emotiva e comunicativa, aiutata anche da un’ottima esibizione dell’Orchestra della Toscana, diretta da Juraj Valcuha, che, certo, si dimostra molto attento alla partitura del compositore russo, riuscendo a non toglierle niente della sua eccezionale intensità passionale.
Chloë Hanslip, insomma, nonostante la sua giovane età, dimostra una grande maturità sul palcoscenico, creando uno speciale rapporto sia con l’orchestra che con il pubblico, che non può fare a meno di catturare l’energia della violinista, capace di suonare un Čajkovskij vero, puro, veramente sentito e si capisce quanto l’inglese abbia fatto suo questo concerto, portandolo in teatro “spogliandosi” dei suoi sentimenti per donarli agli astanti tramite il suo violino.
C’è tempo di un intervallo prima che riecheggino le famose note della “Sinfonia n.5 in do minore op. 67” di Beethoven, ottimamente eseguita dall’orchestra, guidata da un Valcuha sicuro e autoritario –nel senso buono del termine-, che niente ha tolto alla brillante forza beethoveniana, rendendoci una sinfonia molto pulita, chiara timbricamente e ritmicamente, che ci trasporta verso un finale mozzafiato, che non può fare altro che strappare gli applausi del pubblico.

Stefano Duranti Poccetti


04 agosto, 2012

“Histoire du Soldat”, il Diavolo di Igor Stravinskij e di Charles Ferdinand Ramuz



Teatro Signorelli, Cortona. “Cortona Mix Festival”, venerdì 3 agosto 2012

Riccardo Massai
Un soldato incontra il Diavolo per la strada e gli cede il suo violino in cambio di un libro magico, da quel giorno sarà la sventura la protagonista della vita del soldato e tante ricchezze acquisite, grazie al Diavolo, non serviranno ad acquietare il suo animo, un animo che sembrerà rasserenato dall’incontro e dal matrimonio con una principessa, ma anche questo evento non lo aiuterà a salvarsi da “Mefistofele”, che rintraccerà il ragazzo e lo porterà via con sé, presumibilmente, per sempre.
È una vicenda un po’ faustiana quella raccontata da Igor Stravinskij nella sua opera da camera “Histoire du Soldat”, su libretto di Charles Ferdinand Ramuz. Al Mix Festival troviamo una versione adattata per sette elementi strumentali dell’Orchestra della Toscana (Amerigo Bernardi al contrabbasso, Umberto Codecà al fagotto, Marco Ortolani al clarinetto, Donato de Sena alla tromba, Antonio Sicoli al trombone, Andrea Tacchi al violino e Morgan Tortelli alle percussioni) e una sola voce recitante: l’attore Riccardo Massai, che, “rinchiuso” in una piccola porzione di palcoscenico, è veramente molto abile a costruire gestualmente lo spazio, dando vita da solo ai diversi personaggi dell’opera, avvalendosi, tra l’altro, della sua perfetta dizione.
Le musiche di Stravinskij riecheggiano tra pezzi lirici, marce, walzer… sempre in quello stile inconfondibile del musicista, atonale, ma non per questo non melodico, non per questo anti-emotivo, ma anzi, spesso anche sentimentale e passionale -a suo modo.
Più che un’opera si è visto uno spettacolo teatrale-musicale (l’attore non canta, ma recita), piacevole ai miei occhi e alle mie orecchie e, considerati gli applausi –benché il pubblico in sala non fosse molto- è parso piacevole anche ai sensi degli spettatori.

Stefano Duranti Poccetti

03 agosto, 2012

TRA CLASSICA E JAZZ: STEFANO BOLLANI IN CONCERTO CON L'ORCHESTRA DELLA TOSCANA



Piazza Signorelli, Cortona. “Cortona Mix Festival”, giovedì 2 Luglio 2012 

La classica (precedenza alle signore!) e il jazz che si incontrano, si piacciono, si inseguono, si raggiungono, si baciano, si amano, poi riprendono ciascuno la propria strada ma... "DOPO...NIENTE E' PIU' LO STESSO" (come recita il titolo di una canzone del BANCO DEL MUTUO SOCCORSO): questo è stato lo spirito di Geroge Gershwin, questo è lo spirito di Stefano Bollani.

Dopo il concerto "virtuale" dello scorso 21 aprile (l'omaggio a Gershwin firmato Bollani/Chailly, che il teatro Signorelli ha trasmesso in diretta dal Teatro alla Scala di Milano), finalmente il grande pianista tosco-milanese è arrivato a Cortona in carne ed ossa -ospite del "CORTONA MIX FESTIVAL"- assieme alla prestigiosa Orchestra Regionale della Toscana (ORT) diretta dal maestro francese Daniel Kawka, per proporre un corposo programma che riunisce le due principali anime musicali bollaniane nel segno, ancora una volta, di George Gershwin.
E' stato proprio Bollani, in splendida solitudine, ad aprire la serata con tre superbi segmenti d'improvvisazione jazzistica lunghi ed ispirati, il primo dei quali dichiaratamente gershwiniano, con accenni a "Summertime" ed una lunga divagazione sul tema di "I GOT RHYTHM"; al termine dell'entusiasmante monologo, è  scattata una vera e propria ovazione del numeroso pubblico presente, che ha tributato all'artista un lungo e convinto applauso.

Messo da parte il jazz puro, al pianista si è affiancata l'ORT per l'esecuzione della celeberrima "RAPSODIA IN BLU", riproposta per l'occasione nella versione originale -ad elevato tasso jazz- per pianoforte e orchestra; per Bollani, in un certo senso, si è trattato della chiusura del suo personalissimo cerchio gershwiniano, dato che nel già citato concerto milanese aveva interpretato "PORGY AND BESS" (nella suite "CATFISH ROW") e "UN AMERICANO A PARIGI", ovvero le composizioni più celebri del grande musicista americano. Che si tratti di Riccardo Chailly con la Filarmonica della Scala, oppure di Daniel Kawka con l'ORT, il risultato non cambia: Bollani è sempre a proprio agio, davvero palpabili la confidenza e la complicità con le quali affronta ogni progetto, complice in questo caso la grande professionalità dei musicisti dell'ORT, un vero e proprio vanto per la nostra splendida regione.

La terza e ultima parte della serata ha visto completarsi la transizione dal jazz alla classica, col pianista che si è congedato -non senza fatica visto il prolungato richiamo da parte del pubblico- per lasciare il palcoscenico a completa disposizione dell'ORT, impegnata nell'esecuzione della suite sinfonica "SHERAZADE" ( ispirata alle "MILLE E UNA NOTTE") del compositore russo NIKOLAJ RIMSKIJ-KORSAKOV.

Per la sua prima cortonese assoluta, Bollani, se mai ce ne fosse bisogno, ha dato l'ennesima dimostrazione pratica del proprio eclettismo artistico, figlio di un amore sconfinato per la musica di qualunque tipo essa sia, oltreché di una formidabile capacità di adattamento ai moods musicali più disparati; un artista maturo e ormai perfettamente consapevole delle proprie capacità, in perenne stato di grazia da alcuni anni a questa parte e determinato più che mai, se possibile, a crescere ancora...davvero difficile stabilire quali possano essere i suoi limiti! L'unica mia certezza è quella di aver avuto il privilegio di assistere all'esibizione dal vivo (e a due passi da casa, per una volta!) di un artista all'apice della carriera, fisiologicamente incapace di tradire le aspettative del pubblico...che dire di più, Bollani? Alla prossima, magari per un'esibizione full jazz!

Francesco Vignaroli

Le stelle della danza internazionale fanno brillare il Cortona Mix Festival



Piazza Signorelli, Cortona. “Cortona Mix Festival”, lunedì 30 agosto 2012

Nella serata che il Cortona Mix Festival ha dedicato alla danza, Piazza Signorelli è stata animata dalle eccellenze delle maggiori compagnie internazionali dei nostri giorni: dal Royal Danish Ballet all’Hamburg Ballet, per sconfinare oltreoceano con il New York City Ballet e tornare in Europa seguendo la stella dell’Opéra National de Paris, la première danseuse Eleonora Abbagnato, eccellenza italiana della danza internazionale e nome di spicco di questo terzo appuntamento serale del festival che si svolge a Cortona. Certamente la Abbagnato è stata il personaggio di richiamo per il numeroso e caloroso pubblico che ha fatto registrare il tutto esaurito; palermitana di nascita ma parigina di adozione - non solo perché ormai risiede nella capitale francese da anni ma perché qui si è formata con il noto coreografo Roland Petit, scomparso di recente - la Abbagnato non ha deluso le attese e, accompagnata dal collega Hervé Moreau, ha interpretato tre balletti di genere diverso, spaziando dal classico al contemporaneo. Ma le altre tre coppie di ballerini che si sono esibiti non sono stati da meno, e tutti hanno saputo arricchire lo spettacolo proponendo stili, scuole e impostazioni di danza diverse ma al tempo stesso complementari.
Rispondendo appieno allo spirito di questo nuovo festival, che si propone di celebrare un mix fra le arti, lo spettacolo di danza è riuscito a presentare sulla stessa scena una certa varietà delle tante sfumature che compongono questo ambito artistico, alternando creazioni del repertorio classico, come la Carmen di Bizet o La Dama delle Camelie, a balletti contemporanei, passando per le musiche di Chopin, Mahler fino a quelle di Cheek to Cheek di Irving Berlin. Atmosfere e musicalità diverse, che hanno scandito i dieci momenti dello spettacolo articolato in nove passi a due più un defilé finale con tutte le coppie di ballerini in scena. Dieci momenti ideati e curati da Daniele Cipriani, già Direttore Artistico del Premio Positano per la Danza, a cui va il merito di aver saputo tenere insieme questa carrellata di autori, grandi coreografi e passi di danza reinterpretati da ballerini d’eccezione.
Lo spettacolo si è aperto all’insegna della leggiadria che contraddistingue la danza classica, con un balletto calibrato su movimenti armoniosi ed equilibrati, a cui hanno fatto subito da controcanto i movimenti determinati e forti della Abbagnato che, nella scena successiva, ha interpretato una donna che prima seduce e poi uccide il proprio uomo. Da una storia delittuosa ad una storia d’amore senza tempo, quella della Dama delle Camelie, in un movimento particolarmente emozionante in cui la profonda intesa dei due ballerini Silvia Azzoni e Oleksandr Ryabko, che fanno coppia anche nella vita, ha arricchito un balletto carico di pathos e passione. A chiudere il primo tempo dello spettacolo sono arrivati poi l’energia e il virtuosismo di Joaquin de Luz e Ana Sophia Scheller nella loro frizzante interpretazione di alcuni passi a due tratti dal Don Chisciotte.
A riaprire le danze è stata la sensualità espressa dalla Abbagnato nella Carmen, in un balletto in cui spiccava la precisione e la fluidità della nostra étoile, mentre lo stesso non si può dire del compagno Moreau, che a volte è stato imperfetto nei movimenti e poco morbido nei passi. Susanne Grinder e Marcin Kupinsky del Royal Danish Ballet hanno invece dimostrato di saper padroneggiare la tecnica e di saper esprimere grazia nei movimenti, per poi lasciare il palcoscenico ad altre due notevoli prove di plasticità, prestanza fisica e capacità espressiva attraverso il corpo. Il Cheek to Cheek di Berlin, interpretato dalla Abbagnato con Moreau, ha infine scatenato l’entusiasmo del pubblico e preparato l’atmosfera al finale spumeggiante che ha chiuso uno spettacolo senza dubbio riuscito, sia nel suo insieme che in rapporto al contesto del festival in cui è stato inserito.

Sara Nocciolini