30 aprile, 2012

Il pianista Alberto Caloi e il suo “lirismo ritmico”




Il “lirismo ritmico” del pianista e compositore Alberto Caloi è stato protagonista del Meeting di Primavera 2012, nella serata di martedì 24 aprile. Il tendone da circo è stato ancora una volta il particolare scenario di questa esibizione, comprendente di cinque brani composti ed eseguiti dal pianista -nato a Bergamo il 25 luglio 1968.
Si comincia con “Ricordo di Alberto Gori, pianista di Sarteano (e omaggio ai grandi dell’ Ottocento e del Novecento)”. Si tratta del pezzo più “classico” e romantico di Caloi, in cui è forte il richiamo, come ci dice il titolo, ai grandi artisti dei secoli scorsi. Sopra a tutti emerge il richiamo a Frederic Chopin, di cui il compositore bergamasco, ma residente a Perugia, rievoca le modulazioni e il pianismo sentimentale. Da qui comincia il percorso verso gli altri brani dell’interprete, in cui la “musica per la musica” comincia ad assorbire su di sé significati diversi, costruzioni d’immagini sonore, e la tonalità comincia a sgretolarsi a favore di una libertà tastieristica che sfiora l’atonalità, senza mai perdere però il sapore armonizzante. In “Dialogo tra vento e nuvole” è forte l’immagine di due forze che s’incontrano e che si scontrano; sentiamo le nuvole come navigare nel mare del vento. Qui toni lievi si scontrano con pesanti scale ritmiche, che danno proprio l’idea di questo incontro–scontro. Più soave il brano successivo: “Suono di pioggerella e rugiada sulle foglie nel bosco”. Creato attraverso scale pentatoniche, si sentono i battiti della pioggia cadere sulle foglie del bosco. Lo fanno a tratti con leggerezza, a tratti con più pesantezza ed è indicativo quello che è scritto nel programma di sala: “I suoni lo hanno portato a immaginare un bosco dove la rugiada e le piccole gocce di pioggia vanno ad accarezzare le foglie e il manto boschivo creando un concerto di suoni tenui”. Il quarto brano è l’ultimo composto da Caloi, si tratta di “Fantasia: i valori dell’amicizia oggi”. Si tratta di un pezzo molto ricco ritmicamente e armonicamente, si passa da motivi scherzosi a altri potenti, come a volere individuare nell’amicizia l’importanza del gioco, ma anche e soprattutto la sua solidità, la sua profondità. È veramente un bellissimo brano, il più ricco del compositore-pianista, e tiene lo spettatore incollato a sé fino alla fine, quando si arriva a una brillante e potente chiusura in maggiore. Nel quinto e ultimo brano della serata – “mare impetuoso” – Caloi ci  fa sentire i suoni provocati dalle onde che si muovono nel manto marino tutte con ritmi diversi, “Ora gigante, poi in cascata nel vuoto, in tuffo e avvitamento, si intersecano, ora giocando, ora minacciando”, come ci dice il programma. Sensazioni, queste, rese al meglio da pianista sapendo giocare sulle infinite combinazioni della tastiera.
Ho parlato di “lirismo ritmico” di Alberto Caloi proprio perché il musicista è capace di creare atmosfere dal sapore romantico senza dover rinunciare alla sperimentazione di nuove proprietà ritmiche. È questa una caratteristica non da poco, che fa della musica di questo compositore un repertorio particolare, variegato e anche molto interessante.


Stefano Duranti Poccetti

28 aprile, 2012

Pirati! Briganti da strapazzo 3D



Pirates! Band of Misfits  (G.B./ USA 2012)

Genere: Animazione in Stop Motion e C.G.
Regia: Peter Lord, Jeff Newitt
Sceneggiatura: Gideon Defoe
Fotografia: Theodore Shapiro
Produzione: Aardman Animation, Sony Pictures Animation
Distribuzione: Warner Bros





In un' epoca dove il genere piratesco è stato riportato alla ribalta con grande successo (vedi la saga dei Pirati dei Caraibi), non poteva mancare anche la sua interpretazione animata. La Aardman di Peter Lord è da quasi vent'anni sinonimo di qualità per quanto riguarda le animazioni realizzate con la plastilina in stop motion. Dopo quasi cinque anni di lavorazione ecco venir fuori il loro ultimo capolavoro, Pirati! Briganti da strapazzo (l'ultimo loro film uscito al cinema è Il figlio di Babbo Natale- Arthur Christmas, uscito nelle sale lo scorso dicembre, realizzato completamente in C.G.).
A differenza dei precedenti, questo film mescola le due tecniche più utilizzate dalla Aardman: l'ormai consolidata tecnica della stop motion e la computer grafica. Per la prima volta infatti vengono utilizzate insieme nello stesso film (la Aardman era ricorsa alla computer grafica per realizzare nel 2005 Giù per il tubo- Flushed Away a causa dei problemi che avevano avuto nel tentativo di realizzare l'enorme quantità d'acqua prevista dalla sceneggiatura). Adesso le due diverse tecniche possono coesistere all'interno dello stesso film e completarsi a vicenda.
La trama del film è molto semplice quanto surreale: Capitan Pirata e la sua ciurma tentano in tutti i modi di conquistare dei grandi bottini per poter vincere il premio di Pirata dell'Anno. Per riuscirci ne proveranno di tutti i colori, scontrandosi però con la regina Vittoria, da sempre nemica dei pirati e con altri personaggi storici come Charles Darwin.
Il film racchiude in sé una serie di gag visive divertenti condite dal classico humor inglese, non scade mai nel volgare o nella risata facile ed è un saggio di bravura e maestria tipiche dei lavori di Peter Lord & soci. Da notare le magnifiche scenografie, i set realizzati con l'attenzione ai più piccoli dettagli (un esempio del lavoro da certosini che fanno questi grandi artisti è rappresentato dalla casa di Charles Darwin e della Londra vittoriana perfettamente ricostruita in miniatura).
I pirati invece, sembrano essere usciti fuori da un classico videogioco come Monkey Island piuttosto che essere imparentati ai loro più famosi predecessori cinematografici (anche se un' occhiata al Pirati di Polanski la ridarei volentieri dopo la visione di questo film). Le animazioni al computer si integrano alla perfezione con il resto dell'animazione (è davvero graziosa la trovata delle mappe per mostrare i loro spostamenti lungo i vari continenti)  e il film scorre piacevolmente sia per i più piccoli che per i più grandi. Le voci italiane questa volta sono affidate a Luciana Littizzetto, una regina Vittoria molto iraconda e nuovamente a Christian De Sica che già in precedenza aveva doppiato un personaggio della Aardman (il Rocky Bulboa di Galline in Fuga- Chicken Run).


L'unica nota negativa devo dire è stata la scelta del 3D. Dopo il successo di Avatar, è diventata una gran moda e per alcuni tipi di film può anche andare bene, ma per un film di questo tipo l'ho trovato davvero superfluo. Adesso aspetto solo di potermelo riguardare con calma non appena uscirà in dvd e blu ray (e non in 3D) per poter approfondire anche le tecniche di realizzazione che non mancano mai nei contenuti speciali dei dvd della Aardman.

Consigliato a tutti gli amanti del genere piratesco e dei film d'animazione vecchio stile, che, insieme alle nuove tecnologie, possono continuare a esistere.


Olga Renzi


26 aprile, 2012

"The Avengers", i Supereroi contro il nemico!



C’è poco da fare, in questi ultimi anni i Cinecomics hanno spinto così tanto sull’accelleratore da divenire, senza mezzi termini, un vero e proprio fenomeno della cultura di massa, capace di aggiudicarsi una platea di spettatori sempre più ampia. Un segnale che di certo le major non si sono lasciate sfuggire.
In questo frangente The Avengers si prospetta sicuramente come uno degli eventi cinematografici dell’anno e non solo. L’altissimo hype dei fans, la roboante compagnia pubblicitaria che da mesi bombarda il web e il successo dei precedenti ‘capitoli’ dedicati ai singoli supereroi Marvel hanno folgorato le fantasie e le aspettative di molti. Eppure lo si era già capito, fin dall’uscita di Iron Man (2008), che nel calderone bolliva qualcosa di enorme e meraviglioso. Le pellicole che si sono avvicendate da lì a qualche anno, ognuna delle quali ha introdotto uno dei sei Vendicatori, hanno fatto da battistrada a questo mirabolante kolossal di impianto hollywoodiano.
Un evento tanto atteso e un successo tanto sperato ma non per questo privo di rischi. Con così tanti elementi diversi a disposizione, una varietà di personaggi, un budget stellare e, cosa ancora più importante, un regista che si affaccia per la prima volta – o quasi – alla direzione di un grande blockbuster, la paura di una delusione era alta. C’era il pericolo che ne uscisse fuori un colorato ‘fracassone’ di effetti speciali senza ‘arte ne parte’. E invece Joss Whedon è riuscito a stupire tutti superando egregiamente la prova per regalarci una pellicola che effettivamente funziona anche se non manca di difetti. Difetti sui quali in ogni caso, se si guarda alla totalità del film, si può tranquillamente sorvolare visto che non intaccano la gradevolezza della visione. Perché The Avengers si presenta come un film energico, ironico e proprio di una regia serrata e ben calibrata che non annoia mai durante i suoi 140 minuti di proiezione. In sostanza, come l’Hulk del film, “spacca”.  

                                                     

La trama, per quanto semplice, dimostra una certa coerenza e compatezza oltre che una capacità – grazie all’intervento di Whedon che è anche sceneggiatore oltre che regista – di riallacciare sapientemente elementi provenienti dalle precedenti pellicole. La Terra è minacciata dalla scesa in campo di Loki (Tom Hiddleston), fratellastro di Thor (Chris Hemsworth), che dopo aver rubato un cubo di energia ha al proprio seguito un terrificante esercito alieno. L’intervento del capo dello S.H.I.E.L.D, Nick Fury (Samuel L. Jackson), finirà però per ribaltare le carte in tavola visto che convocherà un gruppo di sei personaggi eccezionali in grado di tenere testa all’avanzata del nemico, gli Avengers, per l’appunto. Il tutto ovviamente sarà ostacolato dal carattere e dalle divergenze di questi supereroi, alcuni dei quali restii a collaborare in gruppo, vittime di storie personali diverse e di un ego alquanto esagerato.
Whedon riesce brillantemente a dirigere il cast e i suoi personaggi affinchè il tutto si amalgami sufficentemente bene senza minare alla buona riuscita del risultato finale. E’ vero, il background dei personaggi era stato ampiamente trattato nei cinecomics precedenti; eppure il regista ha saputo creare, nel poco tempo di un unico film, non solo la giusta alchimia tra i sei, ma anche una ridefinizione personale dei protagonisti. Forte di non dover ripartire dalle origini, attraverso la prima parte della pellicola rispolvera con immediatezza ed efficiacia – spesso con brevi flashbacks – il loro passato. In questo modo emergono debolezze, punti di forza e caratteristiche distinte di ciascuno. Elementi che andranno poi a cozzare fin quasi alla fine dove, per il bene comune del pianeta, verranno accantonati per formare una vera e propria squadra. Certo, Whedon ha dovuto fare delle scelte, condivisibili o meno, nel sacrificare lo spazio di alcuni personaggi per dare più rilievo ad altri. Iron Man (Robert Downey Jr.), lo si vede dalla prima entrata in scena, è la figura che assume il ruolo di trait d’union della squadra. Carismatico, sarcastico e sicuro di se è il primo che non accetta di essere parte integrante di un gruppo ma ne è allo stesso tempo anche il fulcro, l’adesivo che li tiene insieme. Vedova Nera (Scarlett Johansson), Captain America (Chris Evans) e Thor risultano convicenti così come stupisce il nuovo volto di Hulk, Mark Ruffalo e la sua notevole interpretazione capace di dare al mostro una sincera ed apprezzata umanità. L’unico dei sei che non regge il ruolo è, evidentemente, Occhio di Falco (Jeremy Renner). Troppo distaccato, troppo freddo e la sua presenza passa quasi inosservata nonostante nel finale gli abbiano riservato alcune scene decisamente cariche. Anche Loki merita di ricevere qualche elogio visto che raramente in un film di genere assistiamo ad un antagonista ben caratterizzato e soprattutto motivato nei suoi intenti tanto da non risultare mai banale.
The Avengers è un prodotto che và preso per quello che è, con leggerezza, senza aspettarsi un’introspezione troppo ricercata dei personaggi ma con l’idea di assistere a due ore di divertimento puro che volano via senza neanche accorgersene. Perché tra tutti i cinecomics è uno di quelli meglio riusciti grazie anche a dialoghi per certi punti interessanti, pieni di humor, capaci addirittura di strappare applausi al pubblico in sala. Con un ritmo incalzante e ascendente che non infastidisce mai, effetti speciali e scene d’azione che nel finale diventano esagerati e sorprendenti, The Avengers non delude e finisce con l’assolvere pienamente al proprio compito di grande pellicola di intrattenimento come solo hollywood sa sfornare. Era quello che tutti volevano e si aspettavano, l’assoluta consacrazione dell’universo Marvel e la via sicura verso una nuova trilogia che, a giudicare dal primo capitolo, promette scintille.

Riccardo Ceccherini

25 aprile, 2012

FILARMONICA DELLA SCALA AL CINEMA - OMAGGIO A GEORGE GERSHWIN




Prosegue al Teatro Signorelli, nell'ambito della rassegna "CORTONA IN MUSICA 2012", la trasmissione in diretta via satellite ed in alta definizione dei concerti organizzati dal Teatro alla Scala di Milano per celebrare il trentesimo anniversario della FILARMONICA DELLA SCALA (ricordo il precedente appuntamento del primo Aprile, sinfonie n.41 K551 Jupiter di Mozart  e n.1 di Brahms per la direzione del Maestro Christoph Eschenbach). L'originale e innovativa iniziativa, denominata eloquentemente "FILARMONICA DELLA SCALA AL CINEMA", si propone di permettere agli appassionati di tutto il mondo (il progetto ha visto l'adesione, oltre che dell'Italia, di vari paesi europei ed extraeuropei) di fruire, rigorosamente in diretta ed in condizioni audio/video ottimali -nei limiti delle possibilità tecniche delle varie sale cinematografiche aderenti-, dello spettacolo offerto dai migliori direttori d'orchestra del mondo, chiamati per l'occasione a guidare la prestigiosa filarmonica milanese, fiore all'occhiello dell'eccellenza musicale italiana, che è giusto valorizzare e far conoscere nel pianeta.

Il compositore americano George Gershwin (1898-1937) è stato una delle figure-chiave del '900 artistico, e non solo nell'ambito della musica classica: l'innata sensibilità e curiosità verso ogni forma musicale, il suo eclettismo, l'assenza di pregiudizi culturali e il desiderio di innovare lo hanno portato a costruire una musica che solo riduttivamente può essere definita "classica". Le sue composizioni sono in realtà magistrali esempi di contaminazione tra i vari generi circolanti nella prolifica scena americana di inizio '900 (blues, jazz, gospel, folk...) e la classicità della Mitteleuropa dei secoli precedenti, vere e proprie testimonianze di un felice sincretismo culturale capace di abbattere barriere spazio-temporali giudicate (almeno prima di Gershwin) invalicabili. L'evidente ibridazione delle sue opere più celebri -la "RAPSODIA IN BLU", "AN AMERICAN IN PARIS", "PORGY AND BESS", tutte caratterizzate dal prevalere di un mood jazz innestato su un impianto classico-, rendono la musica di Gershwin straordinariamente attuale oltreché godibile e accessibile ai profani del genere (tra i quali si trova chi scrive); a distanza di quasi un secolo la sua produzione, canzoni comprese (perché anche ad esse si è dedicato, insieme al fratello paroliere Ira), mantiene una freschezza melodica straordinaria che fa ben comprendere perché i grandi nomi del jazz e della musica leggera più in generale abbiano fatto (e facciano tuttora) a gara per omaggiare le sue opere ( su tutto, è sufficiente citare la "PORGY AND BESS" di Miles Davis) e le sue songs (quante versioni saranno state incise di "SUMMERTIME"? Dovendo sceglierne un paio non avrei dubbi: quella jazz di Ella Fitzgerald e l'epica,sofferta, definitiva e straziante incisione di Janis Joplin con i suoi "BIG BROTHER & THE HOLDING COMPANY" nello storico album "CHEAP THRILLS" DEL 1968; di "S'WONDERFUL" invece, altro brano divenuto nel tempo un celebre standard jazz, cito volentieri l'elegante rilettura della crooner canadese Diana Krall), per non parlare poi della fortuna di Gershwin al cinema: nel mare di rifacimenti e film ispirati al Maestro, come dimenticare i passi di Gene Kelly in "UN AMERICANO A PARIGI",il tributo hollywoodiano del 1951 diretto da Vincente Minnelli e premiato da una pioggia di Oscar -tra cui quelli per il miglior film e, naturalmente, per la miglior colonna sonora-, omaggio al figlio che Hollywood perse subito dopo averlo adottato (vi si era trasferito solo un anno prima della prematura scomparsa, per dedicarsi alle musiche per il cinema); il film permette di apprezzare al meglio le canzoni dei fratelli Gershwin, pezzi del calibro di "I GOT RYTHM", "LOVE IS HERE TO STAY" oltre alla già citata "S'WONDERFUL". Non ho dubbi che, se la vita gliene avesse concesso l'opportunità, Gershwin avrebbe potuto eccellere anche come autore di colonne sonore cinematografiche (è davvero arduo riascoltare "AN AMERICAN IN PARIS" senza proiettarsi nella mente, in sottofondo, i fotogrammi delle splendide coreografie di ispirazione pittorica (Renoir, Van Gogh e altri) del balletto finale del film).

E allora, ad assecondare il maestro cerimoniere Riccardo Chailly -direttore d'orchestra di lungo corso dal curriculum chilometrico (che qui vi risparmio ma che è facilmente reperibile in rete per chiunque voglia approfondire), abituale collaboratore della Filarmonica della scala nonché attuale direttore del GEWANDHAUSORCHESTER di Lipsia-, chi meglio di Stefano Bollani -forse il più grande pianista italiano del momento-, colui che ha fatto della versatilità e dell'eclettismo quasi delle regole di vita, oltre che la cifra artistica principale del proprio percorso (è ormai consuetudine vederlo alternarsi, con la massima naturalezza e disinvoltura di questo mondo, tra un progetto jazz e un concerto di classica, piuttosto che tra una comparsata in tv a riproporre spiritosamente le canzoni di Paolo Conte (imitandone persino la voce!) e un omaggio al Brasile sconosciuto col progetto "CARIOCA")? In una serata che celebra Gershwin, la presenza sul palco di un artista sempre pronto a rimettersi in discussione e apertissimo ad ogni idea purché buona come Bollani, si tinge di un suggestivo valore simbolico, stipulando una sorta di ideale "continuum empatico" tra il compositore americano e l'estroso, funambolico, grande pianista milanese (ma forentino d'adozione), due uomini di cultura accomunati dal rifuito dei pregiudizi e da un'insaziabile desiderio di conoscenza. L'apparizione di figure carismatiche e fuori dagli schemi come quella di Bollani in particolare, costituisce un toccasana rigenerante per un ambiente tradizionalmente paludato e serioso come quello della musica colta (ma anche di certo jazz...si pensi a Keith Jarrett...), oltre a fungere da viatico per favorire l'avvicinamento degli ascoltatori più giovani ad un ambiente troppo spesso esclusivo e quindi escludente.

La serata -opportunamente introdotta da cenni storici e tecnici qualificati, integrati poi dalle interviste ai protagonisti dell'evento messe in onda durante le pause tra le esecuzioni- si è aperta con la riproposizione di estratti dalla suite "CATFISH ROW", una rilettura sinfonica che lo stesso Gershwin ha operato della sua opera più famosa, "PORGY AND BESS"; è giunto poi il momento dell'attesa e celeberrima "AN AMERICAN IN PARIS", la cui impeccabile esecuzione ha ricevuto un giusto plauso prolungato da parte del pubblico (teatro gremito in ogni ordine di posto); dopo l'intervallo, l'evento-clou del programma con l'ingresso fianco a fianco di Chailly e Bollani per il "CONCERTO IN FA" per pianoforte e orchestra, uno dei sogni gershwiniani più ambiziosi. La palpabile sintonia tra i due (che del resto si conoscono già benissimo, avendo realizzato insieme un album tributo a Gershwin, "RAPSODIA IN BLU E CONCERTO IN FA", divenuto rapidamente un cult, tanto da essere stato recentemente ristampato in versione deluxe a doppio disco, alla maniera dei grandi dischi rock e pop) ha prodotto un risultato eccellente, come solo una profonda complicità poteva garantire.
Esaurito il programma ufficiale, tempo di bis a raffica, con un incontenibile Bollani a scherzare prima con Chailly ed orchestra, poi a folleggiare in splendida solitudine, lanciato in spericolati fraseggi jazz ipnotici la cui lunghezza ha finito per stupire e deisorientare perfino il "povero" satellite, dotato di autonomia temporale per il collegamento (spero capiate) tassativamente limitata alla soglia invalicabile delle 22, col risultato che ci siamo visti sfumare sul più bello la sarabanda bollaniana, troncata di netto dall'impietosa e perentoria apparizione del "nero" sullo schermo...così è la vita!
Una piccola nota stonata che comunque non sposta di un millimetro il mio giudizio, decisamente positivo, su questo interessante e riuscito esperimento al quale ha senz'altro giovato la cornice evocativa del nostro bel teatro Signorelli (forse pure troppo: l' immedesimazione è stata tale che al termine dei brani veniva veramente voglia di applaudire, come se ci trovassimo fisicamente a Milano e i musicisti potessero sentirci, una situazione ai limiti del surreale...), funzionale nel mitigare una certa impressione di "virtualità" generale (siamo lì senza esserci): contraddizioni della tecnologia!


DIRETTORE  RICCARDO CHAILLY

PIANOFORTE  STEFANO BOLLANI

GEORGE GERSHWIN

CATFISH ROW

catfish row
porgy sings
fugue
hurricane
good morning brother (sistuh)

AN AMERICAN IN PARIS

CONCERTO IN FA

allegro
adagio- andante con moto
allegro agitato

Prossimi appuntamenti, sempre al teatro Signorelli, con i grandi concerti della "FILARMONICA DELLA SCALA AL CINEMA":

LUNEDI' 7 MAGGIO

DIRETTORE  ANDREA BATTISTONI

PIANOFORTE  ALEXANDER ROMANOVSKY

MATTEO FRANCESCHINI  "JA SAM"- PRIMA ESECUZIONE ASSOLUTA

 SERGEJ RACHMANINOV  "RAPSODIA SU UN TEMA DI PAGANINI/ SINFONIA N.2"

LUNEDI' 21 MAGGIO

DIRETTORE  FABIO LUSI

PIANOFORTE  RAFAL BLECHAZ

GIOVANNI GABRIELLI  "TRE CANZONI"

LUDWIG VAN BEETHOVEN  "CONCERTO PER PIANOFORTE N.4"

ALFREDO CASELLA  "PAGANINIANA"

OTTORINO RESPIGHI

"FESTE ROMANE"

PREZZI: INTERO EURO 15;  RIDOTTO EURO 12; RIDOTTO (MAIN PARTNERS) EURO 10


Francesco Vignaroli

23 aprile, 2012

BLACKBIRD: retroscena di una storia d’amore





Teatro Metastasio, Prato. 25 marzo 2012



Blackbird in inglese vuol dire “merlo” e nello slang britannico anche “ragazza”. Il caso vuole che Blackbird di David Harrower giri attorno alla figura di una giovane donna che arriva a sconvolgere la quotidianità dell’uomo che le ha cambiato la vita proprio come un uccello nero che emigra alla ricerca del caldo. Una è la protagonista e Ray è l’uomo che l’ha violentata quando ancora era una bambina. Questo evento, che l’ha fatta diventare una donna cinica e superficiale, la porta molti anni dopo alla ricerca del suo passato. Prima di tutto cerca il suo carnefice, per farlo sentire in colpa, facendo tornare a galla quei momenti in cui la bambina che era si sentiva sola e bisognosa di attenzioni. E Ray, un frustrato uomo di mezza età, di fronte all’ombra di un passato che vuole dimenticare, non sa che fare. Vorrebbe cacciarla, ma al tempo stesso vuole proteggerla e raccontarle la sua versione dei fatti, di quella notte in cui sono scappati insieme. “Non ti avrei mai abbandonato.” le assicura, quando la donna lo accusa di averla lasciata sola e inconsapevole di quello che stava accadendo. “Non sono come loro.” si autoconvince l’uomo accusato di pedofilia. Tutta la discussione, svoltasi nel luogo di lavoro di Ray (un addetto alle pulizie) finisce con un momento di follia dei due che freneticamente si baciano, si toccano, si spogliano. Un momento tanto crudo quanto breve che Ray fermerà violentemente nel nascere. “Sono troppo vecchia?” si chiede Una. Niente di più atroce in questa domanda, niente di più triste nelle parole di Ray quando si chiede preoccupato se le ha fatto male respingendola. Una storia profonda che fa capire che anche dietro azioni imperdonabili come l’abuso di una minorenne ci sono sfumature e vite umane. Hai di fronte un uomo solo che d’istinto vorresti odiare, ma non riesci a farlo da quanto ti fa pena. Finché non hai la consapevolezza che entrambi sono malati, ma lui è l’unico colpevole, perché è assurdo pensare che una bambina di dodici anni possa essere consenziente. Tutto questo è stato raccontato da Massimo Popolizio e Anna Della Rosa. Il primo riusciva a dare impulsi della follia del suo personaggio senza mai esagerare, attraverso un’espressività che dava i brividi. Anna Della Rosa, se pur più giovane del suo collega, ha dimostrato una notevole capacità di sostenere la drammaticità della scena soprattutto durante il monologo in cui racconta la fuga con l’amante. Entrambi, in un crescendo di energia, sono riusciti a non perdere mai quella potenza che il testo richiede per mantenere l’attenzione del pubblico. La regia è semplice, quasi cinematografica, ma efficace, al servizio degli attori.

di David Harrower
traduzione Alessandra Serra
scene Paco Azorin
costumi Chiara Donato
luci Claudio De Pace
con Massimo Popolizio e Anna Della Rosa
e con Silvia Altrui
regia Lluís Pasqual
Produzione PICCOLO TEATRO DI MILANO-TEATRO D'EUROPA

Sara Bonci

21 aprile, 2012

Dario Napoli e il suo collega musicista Nicola Menci partono alla conquista degli Stati Uniti!




Dario Napoli, il nostro collaboratore che ci scrive degli interessantissimi articoli su come suonare la chitarra, sta avendo un'importante esperienza musicale ... ce ne parla lui stesso:

"È ufficiale, con date confermate a Los Angeles, New Orleans e Austin, mi accingo a preparare questo tour statunitense che avrà inizio il 17 Aprile con rientro il 9 Maggio. Questo viaggio rappresenta una incredibile opportunità di espandere gli orizzonti, conoscere tanti grandi musicisti, promuovere l'album e suonare così tanto da far spellare le dita! Con ingaggi in locali come l'Alvas Showroom di Los Angeles, avrò la possibilità di suonare su un palco spesso condiviso da musicisti di “serie A” come Vic Wooten, Allan Holdsworth, Guthrie Govan, etc.
Assieme al compagno di manouche, Nicola Menci, si va poi alla volta di New Orleans, mecca della musica negli USA, proprio durante il Jazz Fest, evento musicale dell'anno! Per me sarà poi un ritorno in patria, visto che ho passato 4 anni da studente universitario vicino New Orleans e, oltre a suonare a rotta di collo, avrò anche la possibilità di rivedere il grande maestro Hank Mackie.
L'ultima tappa del viaggio sarà Austin, effervescente cittadina universitaria texana, dove il bluesman Donnie Price ci ha introdotto per suonare in alcuni dei locali jazz di spicco del centro città, come l'Elephant Room, Firehouse, AJ's Ale House, oltre allo storico Gruene Hall di New Braunfels!
Si suonerà in duo, formazione agile per un primo viaggio di questo genere ma quasi ideale per il manouche, e poi si conta di collaborare con tutti i musicisti che vorranno inserirsi nelle situazioni più consone alla jam session.
Seguiteci sul mio sito (http://www.darionapoli.com/) dato che posterò regolarmente video, foto ed un diario di ciascuna tappa del viaggio, e appena rientrato, il 10 Maggio suono al Music Inn di Roma... A bientot!".

19 aprile, 2012

"La favola del figlio cambiato", pareva un deforme, ma diventava un re




Teatro Pietro Aretino, Arezzo. Venerdì 13 aprile 2012


Un cordone rosso che dall’alto si adagia su un palcoscenico vuoto. E una madre, sola e trasandata, che con l’animo lacerato dal dolore racconta la sua storia: le “Donne”, streghe del vento e della notte, le hanno portato via il figlio, scambiandolo con un essere deforme. Inizia così, al Pietro Aretino, “La favola del figlio cambiato” di Luigi Pirandello. Un pubblico rapito da tanto dolore segue la storia affascinato tanto dal testo quanto dall’interpretazione. Pirandello scrive la sua favola in versi e la compagnia recita in modo ammirevole senza tralasciare nessuna rima, seguendo il ritmo poetico. Si avvertono solo un paio di sbavature, sfuggite ai più per la bravura degli attori nel riprenderle. I registi puntano su scenografie essenziali per la riuscita dello spettacolo. Un’ottima intuizione, funzionale alle dimensioni del teatro. In questo modo, il dolore si propaga nel piccolo teatro, che al tempo stesso diventa guscio protettivo e specchio proiettore del dramma materno, la cui eco raggiunge nell’intimo tutto il pubblico femminile. Merito della protagonista (Sara Fabbroni), che con gesti puntuali, urla e allusioni alla notte del rapimento, trasforma il suo dolore intimo in un dolore universale: il dolore del coro delle madri, unite dal lungo cordone rosso -  rimando al cordone ombelicale - che avvolge il ventre di ognuna di loro. Il palcoscenico diventa un luogo cupo, metafora  della nera anima di una madre angosciata.  Niente traspare della Sicilia a cui Pirandello aveva pensato per ambientare la sua favola. La dimensione spazio-temporale si annulla. Una scelta registica questa che punta a rendere la favola pirandelliana possibile in ogni dove: una madre costretta a vivere lontana da suo figlio, che nel frattempo è cresciuto alla reggia come un principe, sebbene malato e infelice.  Per riacquistare la salute, il vero figlio viaggia fino al paese di mare in cui vive sua madre. La sua malinconia svanisce e, rinunciando a tutti gli onori, decide di rimanere con la madre ritrovata. Sopraggiunge Figlio di re (il figlio deforme che le streghe avevano lasciato alla donna) che gli si getta contro cercando di ucciderlo, ma il principe riesce a evitare il colpo. La drammaticità che pervade il personaggio raggiunge il suo culmine nell’urlo acuto e possente che Figlio di re lancia dopo aver mancato il colpo. Il personaggio, il più intenso di tutti, interpretato da Enrico Gasperini, riesce a suscitare nel pubblico un grande effetto empatico, per la grande umanità che trasmette: lui, l’essere deforme sempre calunniato, si ribella, rompendo la calma della scena. E sarà poi lui ad essere incoronato re, circondato dal popolo che gli fa una grande festa, come legittimo che sia. Una favola a lieto fine che presenta tutti gli elementi pirandelliani: dalla sacra maternità alla teoria dell’apparire. “La favola del figlio cambiato”, scritta da Pirandello sul finire della sua carriera, è oggi poco rappresentata, ma si regge su un testo in versi molto raffinato, che la compagnia degli Ostinati ha reso con grande espressività.

La favola del figlio cambiato

di Luigi Pirandello

regia di Amina Kovacevich e Uberto Kovacevich

con Orazio Anania, Mila Arbia, Dina Biagioni, Sara Fabbroni, Enrico Gasperini, Maria Rosa Marchi, Maria Cristina Mazzeschi, Ciro Sommella, Maria Vona
e con Stefano Concialdi, Stefano Graverini e Helenia Rapini
produzione: Libera Accademia del Teatro – Compagnia degli Ostinati


Micaela Caporale

17 aprile, 2012

AL TEATRO QUIRINETTA DI ROMA LUCREZIA LANTE DELLA ROVERE RACCONTA STORIE DI DONNE “MALAMATE”





Lo spettacolo messo in scena dall’attrice romana si intitola Malamore, come il libro di Concita De Gregorio al quale si ispira.
Si tratta di un monologo teatrale che analizza il dolore di tante donne comuni, la loro sofferenza e le violenze che sono costrette a subire da parte dei padri, dei mariti, dei fratelli, di estranei .
La scena è interamente dominata dalla Lante della Rovere, accompagnata al pianoforte, suonato egregiamente, dalla musicista Vicky Schaetziengler: un susseguirsi di emozioni, note, parole, giochi di luce, racconti e melodie. Il suono è l’anima di sottofondo, dipinge una scenografia senza colori, fatta solo di drammaticità.
A rendere il tutto non eccessivamente pesante e straziante ci pensa Lucrezia: un tocco di ironia, quanto basta per far sorridere amaramente il pubblico. Interpretazione sublime, intensa, densa e attuale.
Parla di Dora Maar, donna di Picasso, consegnatasi al suo uomo senza opporre resistenza e perdendo totalmente la dignità; parla di Louise Borgeois, che attraverso l’arte riesce ad esternare i suoi dolori, le sue paure, i suoi incubi di bambina in una famiglia patriarcale.
Rappresentazione che sa far commuovere e sorridere, sa coinvolgere chi guarda, chi ascolta; ed è quest’ultimo l’argomento principale che si intende toccare. Lucrezia dà corpo e voce a quelle donne che sottovoce chiedono di essere ascoltate, capite, aiutate.
Come scrive Concita “alcune soccombono, moltissime muoiono, molte sono solo pazienti, alcune ce la fanno, qualche altra trova nell’accettazione del male le risorse per dire e fare quel che altrimenti non avrebbero potuto”.
“Contro la violenza sulle donne - afferma invece l’attrice romana -  non bastano le leggi: ci vuole la cultura, l’informazione, la letteratura, il teatro, il parlare, la scuola. Una legge è sterile se non viene supportata”.
In conclusione il giudizio è ampiamente positivo, spettacolo carico di emozione sul palco ed in platea, gli argomenti affrontati con serietà, ma con sottile sarcasmo al tempo stesso e bravura indiscussa delle interpreti. 


Carlotta D'Agostino 

14 aprile, 2012

"Omaggio al Classico". Nel segno della perfetta verticalità



Teatro Signorelli, Cortona. Giovedì 12 aprile 2012


Un vero e proprio omaggio al balletto classico quello visto sul palcoscenico. D’altra parte questo ce lo dice anche il titolo della serata: “Omaggio al Classico”, a cura della “Compagnia Balletto Classico Liliana Cosi – Marinel Stefanescu”, con le coreografie ideate da quest’ultimo. Un corpo di ballo formato da ballerine e ballerini professionisti, che hanno veramente deliziato in pubblico, dando vita a una serata molto piacevole, in cui pezzi di Enescu, Chopin, Liszt, Ciaikovsky, Beethoven, e altri… hanno preso vita grazie al gesto dei danzatori.
Molto suggestivo l’inizio, con un una coreografia di nome “Slanci”, su il secondo movimento della “IV Sinfonia” di George Enescu. Le danzatrici e i danzatori hanno saputo rappresentare l’intensità musicale del compositore rumeno, con una gestualità emotiva e solenne, mentre sullo sfondo venivano mostrati diversi colori a tinta unica.
Si passa poi per altre coreografie sui “Notturni” di Chopin, poi a quella sul terzo atto della “Bella addormentata”, in cui si è proposto la tradizionale coreografia di Petipa, poi sul “Sogno d’amore di Liszt”, per arrivare poi, dopo “Il risveglio dell’aurora”, alla chiusura del primo tempo con brani dallo “Schiaccianoci”.
Nel secondo arrivano coreografie più “moderne”, in cui la perfezione del balletto classico si unisce all'espressività quotidiana e simbolica. Questo si nota con “Doina”, ballata da Dorian Grori su una musica popolare rumena e con “Spartacus” (Clara Ventura e Alexandr Serov).
Il tutto si è chiuso con una brillante Suite dal “Don Chiosciotte”.
Molti gli interpreti e sarebbe veramente difficile e prolisso dare un giudizio individuale su ciascuno di loro. Quello che posso dire è che per me, che non sono a dire il vero un esperto di balletto, si è visto sul palcoscenico un gruppo di danzatori tutti ben preparati e artefici di una distinta interpretazione. Il mio occhio di riguardo cade su Bianca Assad, di cui ho ammirato l’estrema precisione gestuale e di passo e, soprattutto, il calore dell’interpretazione, molto emotiva: la ballerina fa del suo sguardo un’arma ancora più importante dell’abilità tecnica del suo corpo, e questo è per me un elemento fondamentale per un’ottima interpretazione, che non deve essere autoreferenziale, ma anzi “altruista”, attenta al pubblico e alle sue esigenze di scambio energetico.


Omaggio al classico
a cura della Compagnia Balletto Classico Liliana Cosi – Marinel Stefanescu
con le coreografie ideate da Marinel Stefanescu
maitre du ballet Liliana Cosi
costumi M.Stefanescu - Hristofenia Cazacu
realizzati da Maria Toasca
capo-tecnico Massimo della bella
con (in o. di e.):
Michela Creston
Beatrice Flaborea
Mirei Tanaka
Clara Ventura
Dorian Grori
Tiljaus Lukaj
Alexandr Serov
Refart Stafa
Bianca Assad
Elena Casolari

Stefano Duranti Poccetti

13 aprile, 2012

Che cos'è il Teatro e che cosa significa? Ce lo dicono 10 voci del palcoscenico!


Che cosa significa il Teatro per te? Il Corriere ha posto questa domanda a 10 attori teatrali e ciascuno ha dato in poche parole la sua risposta. Ascoltiamole allora le "battute" di questi "personaggi" - non esistendo un ordine di entrata, li faremo parlare per ordine di nome ...



*** si apre il sipario ***



Maria Rosaria Carli- (con onestà) Difficile rispondere a questa domanda in poche parole, ma potrei sintetizzare dicendo semplicemente che il teatro è tutta la mia vita. Banale? Forse sì, ma è la verità!







Marco Mario de Notaris- (filosofeggiando) Il Teatro è la possibilità di evocare la vita, la sua imprevedibilità, i suoi rischi.






Carlo Di Maio- (a parte) Non saprei cosa rispondere a questa domanda… Che cos’è il teatro per me? È il mio Lavoro!








Elisabetta Di Terlizzi- (con slancio poetico) Cos'è il Teatro e cosa vorrei fosse il Teatro:
il luogo dove si può viaggiare, sognare, danzare... sentire che la vita è sempre in costruzione... creare e disfare ed ogni giorno avere una grande voglia di ricominciare...
di sapere ed imparare da tutto e da tutti.
Per me danzare è come sognare ma è anche viaggiare, poter evolvere, saper guardare e farmi guardare, sperare che la mia danza riesce a toccare il cuore della gente, accarezzare la memoria ed arrivare nel corpo di qualcun altro.
Vorrei che il teatro offrisse i suoi spazi dove le persone si incontrano senza privilegi e senza forzature.



Gabriele Linari- (con ermetismo) Il teatro è il luogo dei pensieri.







Fulvia Lorenzetti- (con impeto) Per me il TEATRO è ENERGIA VITALE!!!











Piero Pepe- (con gioia) Il teatro è la possibilità di tirarsi fuori dalla realtà, rappresentando la realtà creata da altri. È una liberazione dello spirito: fortunato chi vive di Teatro!








Giorgio Rossi- (con decisione) Il teatro salva la vita... è vita, è un'altra possibilità...








Laura Scalera- (emozionata) Teatro è vita. Ho visto tanta gente iniziare a sorridere con questa magia.











Paola Zaramella- (con enfasi) Significa teatro quando stai in uno spazio sconosciuto come se fosse casa tua. Quando vedi persone lontane essere vicine. Quando puoi sentire i respiri di tutti e annusare il sudore di ognuno. Quando ci sono parole da digerire, silenzi da ascoltare e pause da prendere. Quando smetti d'indossare la tua giacca e cominci a metterti quella di qualcun altro significa teatro.

*** si chiude il sipario ***


Il curatore - Abbiamo capito, grazie a questi professionisti, quante facce ha il Teatro. Da tutto questo posso dedurre una conclusione, e qui arriva la mia "battuta" : 
- (con fermezza) Il Teatro è indispensabile!

Curato da Stefano Duranti Poccetti 

10 aprile, 2012

I Racconti del Corriere. "La Palla Illuminata"




La palla illuminata


Era una persona comune, con un lavoro comune, una moglie comune. Una vita sulla media, come quella di tanti altri; una vita di vittorie, sconfitte, soddisfazioni, rancori. Aveva cinquantadue anni e si può dire che, anche se il periodo più vitale della sua esistenza era passato, i sogni irrisolti rimanevano. Non aveva figli, ma una moglie con cui aveva avuto prima un legame amoroso e poi uno d’affetto e di pace, come accade a tutte quelle coppie che, passata la passione, riescono a rimanere insieme legate da un reciproco rapporto affettivo. Viveva in Germania e amava la sua patria, dove aveva lavorato in una fabbrica per molti anni e giocava a calcio e a carte come molti di quelli che cercano dei passatempi. Aveva molti amici, un gruppo con cui si vedeva dai tempi delle scuole. Si volevano molto bene e furono proprio loro, gli amici, a fargli il più bel regalo della sua vita, permettendogli di esaudire un sogno.

Una cosa che non abbiamo detto è che purtroppo si era irrimediabilmente e improvvisamente ammalato di un male incurabile che gli avrebbe permesso di vivere ancora per pochi mesi. Il dolore della moglie e degli amici fu immenso, ma nessuno di loro si scoraggiò e decisero che gli ultimi momenti di vita del loro compagno sarebbero stati felici, perché l’obiettivo di tutti è quello di morire con il sorriso tra le labbra.
Niente c’è di più felice di poter realizzare un sogno e tutti quanti sapevano qual era il sogno che lui avrebbe voluto realizzare. Amava la pittura rinascimentale italiana e le sonate di Galuppi; i paesaggi toscani, il sole che bagna con il suo fuoco i campi della campagna: il suo sogno era quello di fare un viaggio in Italia; quel viaggio di cui aveva potuto fino a quel punto leggere soltanto nell’omonimo libro del grande Goethe, studiato a scuola.
Partirono allora, lui, la moglie e gli amici alla ricerca della felicità, quella felicità che sarebbe dovuta essere la definitiva.

La permanenza fu tutto sommato piuttosto lunga e durò venti giorni, venti giorni in cui si dimenticò in larga parte del suo male incurabile.
Ammirò in quel viaggio gli ultimi contadini italiani che, ahimè, vicino all’estinzione, aravano e falciavano i campi e facevano vendemmia. Era bello osservarli lì, nel loro ambiente, con la loro profonda cultura della natura, che il più grande letterato non può conoscere, se non ha mai portato una balla di fieno sulle braccia. Bello era vederli mentre s’abbronzavano sotto quella palla illuminata, che è il sole, un sole che così tanto illuminato non si vede mai nella terra tedesca. Era bello vedere quella sorta di piccoli archi pieni di perle viola e verdastre: le vigne: non c’è cosa più splendente e ricca della natura, niente di più piacevole all’occhio umano.
Erano stati ospitati in Toscana da una signora che gestiva una casa per vacanze e che li trattò con grande gentilezza, offrendo loro anche una cena di piatti tipici italiani. Mangiava le lasagne, assaggiava il vino rosso e l’olio appena tolto dagli ziri e si dimenticava di tutto il suo tormento: basta poco per dimenticare, perché i più grandi piaceri si ritrovano nel poco, quel poco che è tanto, e quando, in quei momenti di riflessione, non riusciva a prendere sonno, non ripensava mai alle sue soddisfazioni lavorative e materiali, ma ripensava a quando aveva bevuto quella birra con quell’amico che non rivedeva da vent’anni, oppure, ancora, ripensava alle notti di amore appassionate con sua moglie, oppure, ancora, a un libro che aveva adorato o a una sonata per violino o pianoforte, oppure, ancora, ripensava a una stella o un plenilunio. Erano le cose della natura e le opere dell’ingegno umano che gli portavano felicità, quello che Dio ci ha dato e non quello che ci ha dato la società dove, dopotutto, ci sono sì delle soddisfazioni, ma certo superflue.
Andarono anche a vedere qualche pinacoteca italiana e gli scuri colori di Caravaggio, la divina perfezione di Raffaello e i corpi voluminosi del Signorelli rimasero a tutti nel cuore.
D’altra parte non poteva mancare neanche un’entrata al teatro dell’opera; dovevano per forza vedere un’opera nel paese in cui l’opera è stata inventata. Dettero L’elisir d’amore di Donizetti e dalle critiche che si leggono non sembra che quella serata fu particolarmente felice dal punto di vista artistico, eppure per lui fu perfetta e alla fine applaudì con grande slancio quello che per lui era stato un capolavoro: il suo sogno era giunto al compimento e dai suoi occhi scendevano lacrime d’argento e ancora piangeva quando, mentre tutti dormivano, stava appoggiato alla finestra sapendo che l’indomani sarebbe stato il giorno della partenza, del ritorno in patria. Guardava la palla illuminata nel cielo, quella palla che di giorno si chiama sole, la sera luna. La guardava e quella notte era così splendente da schiarire l’orizzonte. D’istinto accese una sigaretta perché si era convinto che vale comunque la pena di vivere appieno gli ultimi piaceri. Guardava sognando, senza riflettere, guardava soltanto, di quel guardare che è il più espressivo, di quel guardare che è una forma d’Arte, guardava felice e il suo spirito ancora cantava le melodie di Donizetti e i suoi occhi ricoperti di lacrime ancora s’innalzavano rivedendo davanti a loro le madonne di Raffaello; la sua pelle ormai sentiva in sé l’ardore del sangue italiano. Spense la sigaretta, uscì l’ultima lacrima e se ne andò a dormire con un’anima così piena e ricca che non aveva mai sentito fino ad allora.

Era in un letto d’ospedale di Berlino quando sua moglie e i suoi amici lo osservavano spirato verso il non si sa. Per lui le candele si erano spente definitivamente, ma quel giorno la sua bocca sembrava quasi sorridere e i suoi occhi avevano una strana intensità, era come se in loro vivesse un grande bagliore, una grande palla illuminata.


Stefano Duranti Poccetti
  

07 aprile, 2012

VIAGGIO ATTRAVERSO L'IMPOSSIBILE - sogni di cinema. Quarta puntata: L' UOMO CHE VISSE NEL FUTURO, a cura di Francesco Vignaroli



L' UOMO CHE VISSE NEL FUTURO 
(the time machine)     
USA, 1960  98'  COLORE

REGIA : GEORGE PAL

INTERPRETI : ROD TAYLOR, YVETTE MIMIEUX, ALAN YOUNG, SEBASTIAN CABOT, TOM HELMORE, DORIS LLOYD, WHIT BISSELL

EDIZIONE DVD : Sì, distribuito da WARNER HOME VIDEO

Regno Unito, sera del 31 Dicembre 1899. Per festeggiare degnamente l'arrivo del nuovo secolo, il giovane scienziato e inventore George (Taylor) invita alcuni amici ad assistere ad un esperimento che, in caso di riuscita, cambierà (letteralmente) la storia dell'uomo: ha inventato la macchina del tempo. Dopo averne fatto scomparire un prototipo in miniatura verso un'epoca imprecisata, davanti agli sguardi derisori e poco interessati degli invitati, decide di collaudare personalmente la macchina vera e propria, destinazione futuro. Dopo tre soste forzate, in corrispondenza di altrettante guerre -i due conflitti mondiali nel 1917 e nel 1940, più l'immaginaria (ma all'epoca purtroppo plausibilissima) apocalisse atomica del 1966-, procede per cause di forza maggiore fino all'anno 802701; il paradisiaco scenario naturale che si mostra al suo sguardo cela in realtà un mondo diviso in due fazioni: in superficie vivono i biondissimi eloi dalle sembianze ancora umane, pacifici, apatici, indolenti, regrediti sia culturalmente che politicamente (non hanno il minimo interesse per il sapere, non conoscono né fuoco né scrittura, non lavorano, non possiedono una struttura sociale, non vi sono istituzioni...); nel sottosuolo vivono i mostruosi Morlocks, umanoidi degenerati e cannibali dotati di tecnologia che trattano gli Eloi alla stegua di bestie d'allevamento, provvedendo al loro sostentamento (cibo e pure vestiti) per poi mangiarseli. Innamoratosi di Weena, la bella Eloi cui ha già salvato una volta la vita (traendola in salvo dalle rapide di un fiume, sotto lo sguardo indifferente degli altri suoi simili), George decide è che arrivato il momento di rovesciare il regime dei Morlocks (che nel frattempo gli hanno sottratto la macchina del tempo) e risvegliare negli Eloi le prerogative umane perdute: curiosità, solidarietà, conoscenza. Solo su queste basi si potrà costruire un ordine nuovo per un mondo nuovo, dove forse ci sarà posto anche per lui.

Sfida alla quarta dimensione dello spazio (il tempo), per questo gioiellino di fantascienza pacifista, progressista e utopica, tratto dal romanzo "LA MACCHINA DEL TEMPO" del 1895 di H.G.Wells (di cui il protagonista rappresenta l'alter ego, come mostra l'iscrizione sulla macchina, "MANUFACTED BY H.G.WELLS").
Negli anni della guerra fredda (è sempre fondamentale contestualizzare un'opera), col rischio di un olocausto atomico ad ogni piè sospinto -la Crisi dei missili di Cuba, che rappresenta il  momento di massimo avvicinamento al punto di non ritorno del conflitto atomico da parte dell'umanità, avverrà soltanto due anni dopo, nell'Ottobre 1962- appaiono più attuali e opportune che mai le intuizioni e le preoccupazioni intorno all'impresa scientifica di cui si fa portatore il protagonista: quali limiti deve porsi la scienza? Quali sono le sue responsabilità (doveri) etiche e sociali? E' giusto che la ricerca scientifica si ponga al servizio dell'industria bellica (come suggerito a George dagli avidi testimoni dell'esperimento, tutti "affaristi" di professione) mettendo le proprie conoscenze a disposizione di un'attività umana potenzialmente (anzi,togliamo pure l'avverbio) più dannosa che utile all'umanità? George ha le idee molto chiare in proposito ed è per questo che rimane allibilto e indignato di fronte alle proposte dei suoi ospiti, che lo sollecitano a trovare il modo di monetizzare la scoperta ("HA MAI PENSATO ALLE POSSIBILITA' COMMERCIALI?") e  ad occuparsi di qustioni ben più utili alla nazione, impegnata nella guerra ai boeri in Sudafrica. Non sono soltanto il fascino dell'ignoto e l'inesauribile sete di sapere a spingere il nostro inventore a compiere questo salto nel buio, c'è anche un forte desiderio di fuggire dal mondo così come è diventato, da questo becero e arido utilitarismo figlio della rivoluzione industriale ormai imperante, che sta traviando l'impresa scientifica dai suoi intenti originari portandola ad allinearsi a nuovi ideali nei quai George sa di non potersi identificare. Nulla sembra vincolarlo al suo presente, non ha neppure (a ribadire la sua radicale alterità al contesto) un legame sentimentale. E' evidente: nel nascente XX secolo non c'è posto per lui, come gli confermerà una volta di più il ritorno dal suo VIAGGIO IMPOSSIBILE. Preso atto di ciò, tanto vale rituffarsi nel MONDO NUOVO, con la speranza di ricominciare in un luogo in cui si può sfuggire alla guerra, il vero convitato di pietra di questa storia, minaccioso leitmotiv (insieme al tempo) onnipresente, sia attraverso un'oscura ma riconoscibilissima presenza nell'aria che attraverso i propri simboli -la stessa sirena che nel '900 segnala il pericolo ( ..."A QUEL TEMPO IN EUROPA, C'ERA UN'ALTRA GUERRA/ E PER CANZONI, SOLO SIRENE D'ALLARME...", Franco Battiato, "ARIA DI RIVOLUZIONE", dall'album capolavoro "SULLE CORDE DI ARIES" del 1973), la ritroviamo nel futuro remoto con una funzione opposta: è lo strumento con cui i Morlocks richiamano gli ignari Eloi verso la morte-. Tutto ciò che gli occorre per ripartire, sono giusto due o tre libri: solo il sapere ci rende liberi!.....................................................................Siamo proprio sicuri che sia un bene "riattivare" il processo conoscitivo nell'uomo? E se la storia si ripetesse e l'uomo ricominciasse a combattere contro i propri simili riappropriandosi dell'atomo in un amen? Non c'è il rischio di ricadere dalla padella nella brace? E se i Morlocks, memori dei disastri del passato, tenessero apposta gli Eloi nell'ignoranza? Per quanto costruito sull'ingiustizia e la prevaricazione, quello raggiunto da Eloi e Morlocks parrebbe un equilibrio solido, anche da un punto di vista demografico (le due specie sembrano numericamente stabili, grazie al controllo operato dai Morlocks), e, soprattutto, sembra eco-compatibile, a giudicare dalla lussureggiante vegetazione che cresce in ogni dove... la limitata tecnologia dei Morlocks serve soltanto -probabilmente, non ci vengono date delucidazioni al riguardo- a garantire il loro sostentamento, seppure a spese di altri esseri viventi barbaramente macellati nelle fabbriche sotterranee (ma noi non facciamo altrettanto??!)...E' dunque possibile per l'uomo, vivere libero, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali e fisiche, senza che ciò rechi danno al Pianeta considerato, nella suggestiva prospettiva di Asimoov, come Gaia, un unico essere vivente? Coniugare libertà e sostenibiltà è la vera sfida del presente; purtroppo, ad oltre 50 anni di distanza dall'uscita del film, non si registrano significativi passi in avanti...


A fronte di una brillante prima parte discorsiva e riflessiva (dove rimane però il duplice rammarico per la mancata incursione nel passato e per un '900 attraversato troppo di fretta), densa di spunti di riflessione (anche in chiave spettacolare: i paradossi temporali qui solo accennati non possono aver lasciato indifferente il regista Robert Zemeckis per il suo "RITORNO AL FUTURO") e chiusa idealmente dall'eruzione vulcanica che pone la pietra tombale sulla "civiltà atomica" (la natura che punisce l'uomo? o forse Dio?), il film si perde un po' sia nella rappresentazione del futuro che nelle sequenze avventurose : l'anno 802701 non appare particolarmente originale e "alieno" come sarebbe ragionevole aspettarsi visto l'enorme lasso temporale che lo separa dal '900, sembra quasi di trovarsi di fronte ad uno scenario ibrido, a metà strada tra il giardino dell'Eden e le antiche civiltà precolombiane, sia per quanto riguarda le scenografie che per lo status generale degli uomini qui rappresentati. D'accordo la fedeltà al romanzo originale, ma forse sarebbe stato più opportuno, in nome delle esigenze filmiche, apportare delle variazioni, così come è stato fatto per vari altri aspetti (alcuni dei quali tutt'altro che secondari, come vedremo tra poco) che vedono il film distinguersi rispetto al romanzo; il conflitto tra gli Eloi e i Morlocks (sul design dei quali sarebbe opportuno chiudere un occhio, dato che il film è del 1960...) non è particolarmente approfondito e tematizzato, dato che la sceneggiatura risulta reticente su alcune importanti questioni: come e quando è avvenuta la degenerazione che ha prodotto i mostri? Come hanno fatto gli uomini a smarrire certe peculiarità fondamentali? Perché gli Eloi parlano ma non scrivono? Cosa li ha resi così ottusi e passivi?...Tutte domande legittime, cui però si può trovar risposta solo leggendo il libro, dato che la sceneggiatura firmata da David Duncan, se pure è meritevole di lode per il già citato discorso sulla scienza agganciato alle problematiche degli anni sessanta "atomofobici" (per evidenti questioni temporali, a Wells questo orizzonte non poteva non risultare estraneo, nel 1895) ha il demerito di appiattire, eliminandole quasi del tutto, le istanze socio-politiche sulle quali Wells ha costruito la storia. Da osservatore estremamente attento e critico della società del suo tempo, ossia l'Inghilterra a cavallo fra la fine dell'800 e la prima metà del '900, lo scrittore e scienziato nota subito con grande tempismo e preoccupazione il principale effetto collaterale, il frutto avvelenato, della rivoluzione industriale (adottando una prospettiva, per idee personali e formazione politico-culturale, "da sinistra") : la contrapposizione sempre più netta tra la classe operaia e i padroni, che presumibilmente sfocierà in uno scontro le cui conseguenze non è dato immaginare. Seguendo questa chiave di lettura, è fin troppo facile riconoscere negli Eloi e nei Morlocks una rappresentazione metaforica delle due classi sociali che la rivoluzione industriale ha messo in conflitto tra loro: gli Eloi sono i discendenti dei padroni, belli, giovani e sani ma resi deboli e superficiali dagli agi e dall'ozio che alla lunga hanno atrofizzato i loro cervelli (l'assenza di bisogni rende inutile l'ingegno); i Morlocks sono gli sfruttati, gli umili lavoratori che condizioni di vita inumane hanno portato alla deformità fisica e morale ma soprattutto allo sviluppo di un sentimento di odio, rancore, avversione nei confronti degli ex- negrieri, sentimento talmente forte da portarli nel corso dei secoli ad ingegnarsi fino al punto di rovesciare i ruoli e preparare la nemesi degli Eloi. Ecco dunque tutte le spiegazioni che cerchiamo, alla luce delle quali diventa più leggibile anche il film; senza di esse, lo scenario appare decisamente più semplicistico e superficiale; le scene d'azione, infine, per chiudere la parentesi critica, sono tutt'altro che memorabili (forse a causa di limiti di budget imposti dalla produzione?) specie se messe in rapporto agli standards del periodo.
Ciò detto, è comunque opportuno ribadire la bontà dell'insieme e rimarcare la genialità di certe trovate che sono valse al film un meritatissimo premio Oscar agli effetti speciali:
il design della macchina, con datario sul cruscotto incorporato; il manichino sulla vetrina del negozio di fronte, sul quale George può notare lo scorrere del tempo attraverso i vari cambi d'abito che testimoniano l'avvicendarsi degli anni e delle epoche; le vertiginose accelerazioni di immagini con le quali viene mostrata la natura che compie i suoi cicli (il sole, la luna, i fiori, gi alberi...) a velocità supersonica, tecnica documentaristica per eccellenza; i libri millenari che si polverizzano istantaneamente sulle mani di George.

Da vedere, in un'ipotetica rassegna cinematografica sulla fantascienza classica, insieme a "IL PIANETA DELLE SCIMMIE" di Franklin Shaffner del 1968, col quale ha più di un punto in comune (su tutto, la paura dell'incubo atomico e la correlata critica dell'impulso autodistruttivo del genere umano).

Francesco Vignaroli