11 gennaio, 2012

"The Artist": la crisi ci fa sognare



In un momento in cui il cinema contemporaneo sembra aver trovato nella tridimensionalità posticcia l’unica via di scampo per uscire dalla crisi, non solo economica, ma soprattutto di idee e di linguaggio, ecco arrivare in Italia The Artist, del regista francese Michel Hazanavicius. Un film muto, proprio come se ne facevano una volta, rigorosamente in bianco e nero, con inquadrature e tecnicismi dettagliatamente da cinema anni ‘20. È stato adottato persino il formato dell’epoca, l’originario 1:1,33. Qualcuno potrebbe pensare, cosa ci fa nel 2012 un film muto, prodotto in Francia nelle sale italiane? Per capirlo basta dare un’occhiata alla pagina che Wikipedia dedica al film: praticamente è per metà occupata dalla trama e da altre comunicazioni di rito, mentre l’altra metà rende conto dei numerosissimi premi. Si parte dal premio decisamente meritato per la migliore interpretazione maschile a Jean Dujardin all’ultimo Festival di Cannes, per finire ad una serie interminabile di riconoscimenti e nomination nei tanti, diversi e oramai variegati festival in giro per il mondo. Cosa succede? I critici di tutto il mondo soffrono di nostalgia? Ricordano con candore quando infanti venivano accompagnati al cinema dalle casalinghe madri divoratrici di fotoromanzi? O forse come succede spesso quando ci sono grossi cambiamenti in atto ricorriamo alle origini? Sinceramente non lo so, ne tanto meno vorrei azzardare una tesi al riguardo. Se però, ricercando nelle classifiche dei film premiati nei maggiori festival d’Europa degli ultimi anni, mi accorgo che tanti film sono in bianco e in nero, come Il Nastro Bianco 2009 di Michael Haneke,  o film quasi senza dialoghi, come Bal  del regista turco Semih Kaplanoglu, premiato con l’Orso d’oro a Berlino nel 2010, allora mi viene da pensare che The Artist  non è solo un film muto in bianco e nero francese,The Artist non è una scommessa del regista o del produttore folle che investe soldi di tasca sua per realizzarlo. The Artist arriva da un percorso che si sta consolidando da un po’ di tempo nel cinema d’autore. Autori raffinati che considerano il cinema muto la forma più pura per una narrazione, in quanto un film fatto di sole immagini, oltre ad essere più difficile da realizzare, richiede davvero grande intelligenza e conoscenza, ma soprattutto grande sensibilità visiva. Quante infinite possibilità ci sono per realizzare una scena muta? Si devono inventare le atmosfere, bisogna avere grande cura dei dettagli, si deve ricorrere alla gestualità, alla fisicità degli attori. E l’ espressione del viso? Quanto può essere forte un sorriso, un pianto, una carezza o uno sguardo? Ecco, per chi fa questo mestiere e crede nella potenza visiva dell’immagine fare un film senza le parole che spiegano tutto è il massimo. Voler raggiungere il cuore degli spettatori senza che nessuno apra bocca significa comunicare universalmente senza dover tradurre ogni gesto, ogni situazione o atteggiamento. E poi chi vede un film di sole immagini deve inventarsi i dialoghi e quindi è costretto a fare uso della propria immaginazione, deve pensare, deve partecipare alla creazione. Ecco, The Artist non solo ci parla, The Artist ci fa sognare e, come dicevo all’inizio, nei momenti di crisi più intensi l’uomo ha sempre avuto bisogno dei sogni!
                                                                                                         
Antonio Castaldo

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